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Colleferro

Discarica di Colle Fagiolare, la Regione Lazio punisce Colleferro


Comunicato Stampa Retuvasa
 
Discarica di Colle Fagiolara, la Regione Lazio punisce Colleferro:
è di nuovo tempo di mobilitazione e partecipazione popolare.

 
La Direzione Regionale Ambiente - Area Valutazione Impatto Ambientale nelle persone del Dott. Vito Consoli e dell’Arch. F. Olivieri ha respinto la richiesta della società Minerva Scarl di usare terre da scavo in luogo della FOS (Frazione Organica Stabilizzata) per dare stabilità alla discarica di Colle Fagiolara a Colleferro riempiendo, almeno in parte, lo spazio ancora disponibile.
L’oggetto del pronunciamento è stato emesso nel Procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale – Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale ai sensi dell’art. 27-bis del D.Lgs. 152/2006 sul progetto di “Riconfigurazione morfologica della discarica, capping finale e miglioramento impiantistico nel Comune di Colleferro, Provincia di Roma, in località Fagiolara”.
 
Il progetto precedente della società regionale ‘Lazio Ambiente’ prevedeva invece che “La quota di progetto del pre-capping sarebbe stata raggiunta tramite l’impiego di un mix di terra e FOS (Rifiuto ottenuto dal trattamento/stabilizzazione biologica del rifiuto urbano) nella misura rispettivamente del 60% e 40%, a creare lo strato di regolarizzazione per la posa del capping finale, con l’impiego di volumi previsti di circa 137.100 mc di FOS e 133.400 mc di terreno (secondo quanto risultante dal calcolo dei pesi riferiti ai materiali da utilizzare), per un totale di 270.500 mc.”
 
Ricordiamo che il 1° giugno 2022 la società Minerva Scarl, di cui il comune di Colleferro è socio di maggioranza, aveva preso in carico la gestione della discarica tramite la sottoscrizione con Lazio Ambiente S.p.a. di un contratto di affitto relativo al ramo d’azienda.
 
Nella procedura di Valutazione di Impatto Ambientale relativa al progetto di Riconfigurazione morfologica della discarica il comune di Colleferro nelle sue osservazioni -Protocollo N.0018838/2022 del 17/06/2022 - si era a sua volta dichiarato contrario all’uso della FOS, adducendo preoccupazioni relative al reperimento di FOS con adeguato indice respirometrico, quindi al potenziale impatto ambientale nelle aree residenziali e produttive limitrofe.
 
La Direzione Regionale risponde negativamente con: “il mancato utilizzo della FOS all’interno del “mix geotecnico” non risulta coerente con i dettami imposti dal vigente Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti soprattutto se contestualizzati con la contingente situazione emergenziale della Regione riferibile alla carenza di destini finali per il conferimento dei rifiuti di origine urbana.
 
L’amministrazione regionale in chiusura della consiliatura, alla vigilia delle elezioni regionali sembra decisa a ribaltare il risultato delle lotte, della mobilitazione popolare con il supporto dell’amministrazione comunale di Colleferro e della valle del Sacco. Il tutto condito dalla fatidica frase siamo in emergenza, perenne aggiungiamo noi.
 
Nelle scorse settimane l’assessore regionale Massimiliano Valeriani sponsorizza il progetto di un impianto di post-trattamento dei rifiuti da 250.000 tonnellate da collocare nel luogo dove oggi sorgono i due inceneritori in fase di smantellamento
(https://www.ilmessaggero.it/roma/metropoli/rifiuti_impianto_colleferro_discarica-7012488.html?refresh_ce). L’amministrazione comunale di Colleferro si è immediatamente dichiarata contraria al progetto. La costruzione di questo mega impianto completerebbe il ciclo che fa perno sull’inceneritore da 600.000 tonnellate che l’amministrazione Gualtieri intende realizzare in località Santa Palomba, di cui l’assessore regionale è sostenitore
(https://www.ilmessaggero.it/roma/news/rifiuti_roma_termovalorizzatore_a_cosa_serve_valeriani_cosa_ha_detto-6811494.html?refresh_ce ).
Valeriani si rammarica che la Città di Roma non sia in grado di realizzare la raccolta differenziata porta a porta, ma afferma che di fronte a questa emergenza l’inceneritore sia la giusta risposta.
La realizzazione della raccolta differenziata porta a porta nella città di Roma, per la sua complessità, costituisce una vera e propria opera di ingegneria sociale dal punto di vista, tecnico, organizzativo, della partecipazione attiva dei cittadini e tutti i soggetti residenti e non che vivono o svolgono attività nella Capitale.
Uno sforzo adeguato non è mai stato fatto, l’amministrazione capitolina e regionale con le rispettive competenze e risorse non hanno mai affrontato in modo adeguato il problema, dichiarando sempre uno ‘stato di emergenza’, proponendo quindi le soluzioni conseguenti.

Nei confronti della città di Colleferro l’amministrazione regionale sembra esprimere una sorta di volontà punitiva, forse per aver costretto la società regionale Lazio Ambiente S.p.a. a ritornare sui suoi passi nell’investimento da 13 milioni di euro per la ristrutturazione ed il riavvio dei due inceneritori e per avere esercitato pressione sulla chiusura anticipata della discarica di Colle Fagiolara nonostante la volumetria residua.
 
Ci si domanda a chi possa giovare una decisione del genere sul fotofinish consiliare se non a favorire il passaggio, peraltro quasi scontato, alle componenti politiche dell’attuale opposizione. Sarebbe opportuno che la Regione Lazio emettesse un provvedimento di revoca in autotutela, rimandando il tutto ad una discussione più ampia nelle prossime Conferenze di Servizio relative al procedimento citato.
 
Se poi allarghiamo lo sguardo all’intero territorio della Valle del Sacco ritorna alla mente il discorso fatto dal presidente della regione a Unindustria Frosinone sulla necessità di ridurre drasticamente l’area soggetta al regolamento del SIN bacino del fiume Sacco, su cui rimandiamo al comunicato con cui smascheravamo le reali motivazioni del mancato investimento della società inglese Catalent.
 
Siamo costretti a prendere posizione sulle decisioni ed i progetti degli attuali amministratori, di chi oggi governa il territorio, la nostra attività di informazione dei cittadini, di promozione della loro partecipazione attiva ha fatto i conti negli anni con chi di fase in fase ha governato il territorio; con chi ad esempio autorizzò a suo tempo la realizzazione della discarica di Colle Fagiolara, a partire da un insediamento provvisorio e realizzando la mostruosità di un invaso attraversato da un elettrodotto.
Alla luce dei provvedimenti amministrativi, delle prese di posizione, della prospettazione di nuovi impianti, dobbiamo aprire una nuova fase di mobilitazione -la vigilanza non è mai venuta meno- facendoci forza della rete di cittadinanza attiva della città di Colleferro e della Valle del Sacco, informando capillarmente e sollecitandone la partecipazione.
 
Colleferro, 22.01.2023
 

Piano Rifiuti Regione Lazio, il Compound di Colleferro è una chimera.


Comunicato Stampa Retuvasa
Piano Rifiuti Regione Lazio, il Compound di Colleferro è una chimera.

 
Il nuovo Piano Rifiuti della Regione Lazio ha ripreso il suo corso dopo lo stop impresso dall’epidemia Covid-19 ed è entrato nel vivo delle audizioni post Valutazione Ambientale Strategica (VAS), durante la quale erano state presentate numerose osservazioni;  alcune sono state  accolte, altre che non hanno ottenuto risposta.

Da Colleferro le realtà associative  hanno messo in luce alcuni aspetti in particolare sugli inceneritori e il progetto di Compound industriale presentato da Lazio Ambiente SpA.

Le risposte alla VAS sugli inceneritori di Colleferro hanno confermato che il loro ciclo è definitivamente chiuso e che nell’area ove risiedevano non sarà ammessa alcuna costruzione di nuovo impianto rifiuti. Sul Compound industriale da 500.000 tonn/anno si sono ottenute riduzioni significative a 250.000 tonn/anno e come esplicitamente riportato la locazione dovrebbe essere a ridosso della discarica, dichiarando come papabile il terreno ove doveva sorgere il TMB del 2010.

In una delle nostre osservazioni abbiamo evidenziato il fatto che  che quel terreno è insufficiente per qualsiasi tipologia di impianto se non di dimensioni molto al di sotto di quelle indicate nel progetto di Lazio Ambiente SpA.

Il 19 maggio scorso abbiamo partecipato ad una audizione telematica ed espresso nuovamente le nostre perplessità sulla reale possibilità di poter costruire un Compound Industriale a Colleferro.

Le nostre osservazioni in sede di audizione hanno evidenziato anche altri aspetti riguardanti la valle del Sacco e zone adiacenti.
La discarica di Roccasecca ha ottenuto una recente autorizzazione per un V° invaso da 450.000mc quando il fabbisogno del frusinate in uno scenario a 6 anni è di 180.000mc, come lo stesso Piano Rifiuti riporta negli elaborati. Questa è da ritenersi una incongruenza di rilievo in quanto non è ammissibile vessare le province con una impiantistica il cui unico scopo è supplire alle mancanze progettuali e strutturali di Roma Capitale che non è in grado, oggi e nell’immediato futuro come Ambito Territoriale Ottimale (ATO),  di essere autosufficiente.
L’altra questione sollevata riguarda il territorio di Patrica perseguitato  da progetti di nuovi impianti di trattamento rifiuti di dimensioni mostruose, dagli inerti (300.000 tonn/anno) ai liquidi (355.000 tonn/anno).

In buona sostanza a cosa serve un piano rifiuti se permette di essere scavalcato poi dagli uffici che si occupano delle autorizzazioni amministrative?
Altri fattori negativi sono la modalità e la tempistica di coinvolgimento delle comunità che si trovano a dover contrastare quotidianamente il proliferare di impianti come quelli che abbiamo appena descritto.

Ma torniamo al Compound di Colleferro che da come viene presentato nel Piano Rifiuti sembra essere un punto cardine […il nuovo compound industriale diventa strategico nel passaggio dal vecchio sistema impiantistico ad un nuovo sistema che massimizzerà il recupero di rifiuti nell’ottica dell’economia circolare], ma viene liquidato in poche righe con una descrizione di flusso minimale e assolutamente insufficiente. Un impianto descritto come innovativo nel suo genere, risolutore per il flusso finale dei rifiuti indifferenziati, ma che nello stesso Piano Rifiuti non viene descritto nelle sue parti. Gli unici dati su cui ci si concentra è che deve essere realizzato a Colleferro e che da 500.000 tonn/anno si riduce a 250.000 tonn/anno. L’audizione del Presidente di Lazio Ambiente SpA, Daniele Fortini, necessaria dopo le numerose osservazioni sollevate, ha delineato altri scenari, ma non ha dato la risposta definitiva alle nostre puntualizzazioni, che si traducono in:

a Colleferro non c’è alcun luogo disponibile per impianti di tali dimensioni.

Abbiamo ribadito questo concetto più volte nei nostri incontri pubblici e sarebbe stato interessante riferire direttamente all’Assessore regionale Massimiliano Valeriani se avesse accettato i nostri ripetuti inviti.

Lo Studio Preliminare di Fattibilità (luglio 2019) del Compound di Lazio Ambiente SpA, richiamato nel Piano Rifiuti, riporta testualmente: “è pertanto stimabile, preliminarmente, una superficie complessiva dell’impianto pari a circa 20 ettari.”. Teniamoci su questa ipotesi prevista per un impianto da 500.000 tonn/anno, un impianto da 250.000 non dimezzerebbe l’area occupata. Colleferro avrebbe a disposizione urbanisticamente solo il terreno che era previsto per il TMB del 2010. Non è di poco conto che lo stesso è di proprietà del Comune di Colleferro che a nostro parere non ha alcuna intenzione di “devolverlo” a Lazio Ambiente, ma anche se si volesse “forzare” la mano il terreno ha una estensione di circa 1,9 ettari, un decimo del necessario, forse utile per farci un piazzale di sosta per i mezzi che dovrebbero giungere ad un impianto del genere.

Se per assurdo qualcuno  pensasse nuovamente di far transitare decine di camion in un quartiere densamente abitato come quello dello Scalo di Colleferro per farli giungere nell’area degli inceneritori -area inserita nel Sito di Interesse Nazionale e da bonificare per la presenza di cromo esavalente- dovrebbe tener presente che si avrebbero a disposizione circa 4ha (area inceneritori) e circa 1ha (area centrale elettrica annessa), tenendo conto che ciò colliderebbe con quanto riportato nelle risposte alle nostre osservazioni sul possibile utilizzo di quella area.

Ci viene il legittimo dubbio che si stia tirando in lungo questa manfrina per coprire il fallimento di Lazio Ambiente SpA, lo spreco di milioni di euro nel tentativo fallito di ristrutturare gli inceneritori di Colle Sughero, in attesa di trovare una conclusione a questa vicenda. L’ipotesi -espressa dall’amministratore delegato di Lazio ambiente  in una intervista- di sdoppiare l’impianto da 500.000 tonnellate in due  da 250.000, apre alla possibilità di realizzarne uno in una località diversa da Colleferro. In ogni caso le audizioni rispetto ai molti interrogativi sollevati da questo  progetto -che avrebbe comunque un ruolo chiave dell’intero ciclo dei rifiuti del Lazio- non hanno dato risposte.

Per abbondare chiudiamo fornendo alcuni numeri che completano il quadro, ricavati dallo Studio Preliminare di Fattibilità di Lazio Ambiente SpA.

Il Bilancio di Massa di tale impianto indurrebbe a pensare che sia un produttore di rifiuti piuttosto che una risoluzione del problema. Su 500.000 tonn/anno in entrata ce ne sarebbero quasi 300.000 tonn/anno in uscita (scenario 1) tra Frazione Organica Stabilizzata (FOS), Combustibile Solido Secondario (CSS) e altro da destinarsi a discarica o termovalorizzazione. Poco più di 250.000 tonn/anno in uscita nello scenario 2.
 
Costo dell’operazione circa 80mln di euro, in pratica 1mln di euro a dipendente.

Detto ciò ci attendiamo che i nostri dubbi vengano fugati e se ciò non dovesse avvenire in un modo esauriente di fronte all’opinione pubblica, la conclusione non può che essere una: il Compound Industriale dei Rifiuti previsto per Colleferro deve essere cancellato dal Piano Rifiuti della regione Lazio.
 
Colleferro, 10.06.2020
 

Colleferro e la cultura delle armi.


Comunicato Stampa Retuvasa

Colleferro e la cultura delle armi


 
Nel mondo la guerra, le guerre non si sono mai interrotte dai milioni di morti del Congo alla macelleria dello Yemen.  La guerra continua ad essere strumento per risolvere conflitti e regolare l’accesso alle ricchezze del pianeta, devastando regioni di soluzione dei conflitti che nascono dalla volontà di appropriarsi delle risorse strategiche delle diverse regioni del globo. Guerre che distruggono le condizioni di vita di intere popolazioni, mentre il modello di sviluppo produce la migrazione verso le aree urbane con conseguente sviluppo di gigantesche megalopoli verso le nazioni più sviluppate. La guerra è un elemento fondamentale e necessario per il modello di sviluppo dominante, certamente non l’unico, ma ineliminabile.
 
Il nostro paese è diventato una posta in gioco simbolica dello scontro politico -la contesa è su poche decine di migranti salvati dalle ONG, mentre contemporaneamente centinaia di altri sbarcano autonomamente, senza contare quelli che nel frattempo sono annegati-, soprattutto da parte di chi punta ad esasperare le contraddizioni e le reazioni dei cittadini italiani, soprattutto le parte più povera esasperata dalle proprie condizioni di vita, incapace di mettere in piedi autonomamente un conflitto, una lotta per migliorare le proprie condizioni di vita, a cui è facile proporre un capro espiatorio.
In questo contesto globale, nazionale e locale è necessario fare i conti con il ruolo che gioca l’industria degli armamenti del nostro paese.
 
Un riconoscimento particolare va riconosciuto agli attivisti che combattono contro la RWM Italia e la sua fabbrica di Domusnovas-Iglesias in Sardegna, che esporta armamenti verso l’Arabia Saudita artefice -nel silenzio globale- dell’eccidio nello Yemen.
Nessuna voce si alza in difesa di quelle popolazioni vittime di un massacro quotidiano da parte dei governi del mondo: lo Yemen non ha risorse da depredare, quindi può tranquillamente affondare nel mare dell’indifferenza.
La produzione di armamenti -bombe per aereo- della RWM Italia -100% di capitali tedeschi-, prima S.E.I. Società Esplosivi Industriali SPA, è un'attività insediatasi da poco meno di venti anni, nell’Iglesiente, territorio piagato dalla disoccupazione, facilmente ricattabile.
Colleferro fa da contraltare, ha nel DNA la cultura delle armi, Colleferro ha quel marchio di fabbrica che poche città italiane hanno “l’onore” di avere. A Colleferro si è nati e cresciuti con gli esplosivi nel giardino di casa. Colleferro è stata strategica nelle guerre mondiali e nel panorama industriale del nostro Paese. Colleferro ha dato da mangiare al popolo contadino bisognoso di cibo, ha permesso a tanti giovani di studiare, li ha resi edotti e volenterosi di sapere.
 
Tutto ciò però è splendidamente terminato.
 
L’industria bellica è oggi il residuo di un apparato industriale che mentre produceva ed esportava strumenti di morte, produceva e diffondeva sostante che portavano malattia e morte in tutto il territorio circostante.
Come dicemmo anni fa “la morte dentro e fuori”.
 
Oggi l’innovazione tecnologica, la forte concorrenza, l’impatto di armamenti ipertecnologici rende l’assetto industriale bellico di Colleferro ridicolo rispetto agli allori del passato, ma la cultura delle armi permane, ridimensionata, non più eccellenza italiana come un tempo, da tempo proprietà straniera.
La relazione del Governo per le autorizzazioni alle esportazioni nell’anno 2018 parla chiaro, c’è il crollo dell’interesse per il prodotto locale, ma il signore della guerra non demorde e attende con calma che ci sia una ripresa, qualche nuovo conflitto che gli permetta di risollevarsi.
 
La Simmel Difesa Spa segue l’onda nazionale riguardo al netto ridimensionamento delle esportazioni di armamenti.
Nel 2018 il paese ha subito un -53,78% rispetto al 2017 (-66,71% rispetto al 2016) di valore di autorizzazioni alle esportazioni passando da circa 10mld di euro a circa 5 mld di euro -erano 14mld di euro circa nel 2016-, cifre che comunque dovrebbero far riflettere su quanto possa essere ghiotta l’economia delle armi, e se il mercato estero è in ribasso allora si passa ad alimentare quello interno.
 
Nel 2018 la fa da padrone il Qatar con circa 2Mld di euro di richieste di armamenti dall’Italia -in seconda posizione il Pakistan, in terza l’Egitto-, lo scorso anno il primato spettava all’Arabia Saudita, complice anche la RWM Italia. A lume di naso tutti paesi che i diritti umani non sanno proprio dove siano di casa, alcuni sono anche in guerra e ciò contrasterebbe con la Legge italiana di riferimento, la 185/90, ma si sa in alcuni casi le Leggi vengono lasciate a libera interpretazione.
 
La Simmel Difesa SpA nel 2018 riceve autorizzazioni alle esportazioni per circa 23,6mln di euro contro i circa 60mln di euro del 2017 e i circa 45,5 mln di euro del 2016.
Facile intuire che è una azienda in decrescita, difficile intuirne il destino visto che in questo ventennio di insediamento dopo l’acquisizione del comparto bellico della ex Snia BPD, ha visto prima la cessione in mani inglesi, Chemring Group PLC, e da qualche anno in mano ai francesi, Nexter, gruppo societario di proprietà dello Stato transalpino.
 
La tipologia di produzione è cambiata di poco, i francesi l’hanno acquisita con tutta probabilità per il know how, la Simmel Difesa è l’unica in Italia che produce proiettili per i cannoni navali della Oto Melara, calibro 76/62, oltre a classiche produzioni come le bombe da mortaio illuminanti, 81mm, che schiariscono i cieli di guerra, o la testa di guerra del Missile anti-missile Aster frutto di cooperazione internazionale a cui partecipa anche la AVIO Spa, anch’essa sede di Colleferro.
 
Colleferro ha da decenni l’Arabia Saudita come cliente, la stessa di RWM Italia; circa 5mln di euro di spesa dal più grande paese della penisola arabica, un buon 20% del totale autorizzato all’esportazione per il 2018. L’India però si attesta a circa 13mln di euro di acquisti (più del 50% del totale), poi le Filippine, l’Egitto, la Grecia.
Insomma un variegato parco clienti, da più di 100 anni contribuisce a rifornire di armi le guerre, nei decenni passati anche con strumenti poi banditi dalla comunità internazionale come le mine antiuomo, le armi chimiche -nel caso di Colleferro ancora più subdola perché si fornivano ai clienti i test per modificare gli armamenti “convenzionali” forniti come i razzi Firos o i proiettili di artiglieria da 155mm, in vettori chimici-, le cluster bombs.
 
Un’onta che non potrà mai essere lavata.
 
Ora in seguito all’intervento del precedente Governo, che con un provvedimento ha posto il veto alla vendita di RWM Italia all’Arabia Saudita, di cui peraltro non si riesce a trovare traccia documentale, ci si attende che si faccia luce anche sulle esportazioni di Colleferro.
 
Qualcuno ci potrebbe domandare che cosa se ne fa dei lavoratori in caso di crollo delle vendite.
 
Riconosciamo le complessità e le difficoltà di sviluppare produzioni alternative, proprio per questo come movimenti abbiamo aperto un percorso che punta a costruire una vertenza di tutta la Valle del Sacco con l’obiettivo dare vita ad un modello di società, di uso del territorio, di filiere produttive, non solo compatibile, ma capace di ricostituire gli equilibri ambientali devastati nei decenni passati, di valorizzare le risorse del territorio.
 
La sfida non è delle più semplici, ma credere nella Vita è la nostra forza.
 
 
Colleferro, 21.09.2019
 
P.S. Invitiamo a sintonizzarsi su Rai2 Protestantesimo, programma curato dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia in convenzione con la Rai, lunedi 23 settembre ore 8.00 per un interessante servizio su Colleferro e Domus Novas-Iglesias.
 
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Colleferro, una soluzione per contrastare le emissioni odorigene


Comunicato Stampa Retuvasa

Colleferro, una soluzione per contrastare le emissioni odorigene


La discarica di Colle Fagiolara a Colleferro sta vivendo i suoi ultimi mesi di vita più che ventennale, ma incombono problemi di convivenza quotidiana sui quali è indispensabile intervenire.

Il conferimento di rifiuti si è riaperto nell’ottobre del 2018 in seguito alla richiesta del gestore Lazio Ambiente SpA presso il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) per lo spostamento dei tralicci di alta tensione posti tra le due colline, ostacolo insormontabile per il proseguimento delle attività. Nell’iter autorizzativo, EL-389, iniziato il 20.11.2017 e concluso con Decreto Ministeriale il 18.05.2018, ci sono stati numerosi interventi tra pareri, note e deliberazioni, ma il più interessante, tra quelli di vari dicasteri ed Enti, risulta quello dei Vigili del Fuoco-Ufficio Prevenzione e Incendi di Velletri. I VVFF indicano nel parere allegato a quello del Ministero dell’Interno la pericolosità dell’allora situazione con rifiuti, a circa 10 metri dalle linee elettriche, ed esprimono un parere di conformità al progetto rispetto alle normative di prevenzione incendi, fornendo ulteriori prescrizioni riguardo alle attività future, quale ad esempio la vigilanza continua. Il Comune di Colleferro, dal canto suo, rilascia nel suo parere l’attestato di Conformità Urbanistica, l’unico che gli competa in casi del genere.

Premesso ciò per dovere di cronaca, ci sono un paio di aspetti che bisogna precisare.

Si tratta, innanzitutto, di un iter che esula dal corretto funzionamento in termini ambientali di una discarica, svincolato dalle autorizzazioni in capo alla Regione Lazio. Il MISE è obbligato a rilasciare l’autorizzazione a meno di elementi ostativi, che non ci sono stati. Di contro, il Comune di Colleferro ha rilasciato positivamente il parere urbanistico e, anche in questo caso, non ci possono essere motivi ostativi. Ci preme sottolineare che già con l’autorizzazione di ampliamento per 1,7 mln di mc di Colle Fagiolara dell’8 maggio 2009, denominata opportunamente riordino per mascherare l'ampliamento, risultava imprescindibile che l’elettrodotto venisse spostato. Tutto ciò che è avvenuto successivamente, quindi, è stato effettuato al di fuori dei termini prescrittivi dell'autorizzazione, senza che nessuno tra gli Enti abbia mai provveduto a farlo notare.

Nel contesto della perenne situazione emergenziale sui rifiuti nel Lazio, attualmente, la discarica di Colleferro è l'unica in funzione assieme a quella di Roccasecca; la prima chiuderà il 31.12.2019, la seconda qualche mese dopo.  
Qualcuno si sta preoccupando del futuro?

Di certo non il Presidente del Consiglio Regionale, ex assessore all’Ambiente della regione Lazio, Mauro Buschini, che non trova di meglio da fare che tranquillizzare i suoi elettori ciociari, dichiarando che i rifiuti di Roma trattati nell’impianto di TMB di Colfelice, per la quota di conferimento in discarica, prenderanno la via di Colleferro e non quella di Roccasecca per prossimità. Ma di queste affermazioni infelici sono piene le cronache.

Sulla riapertura della discarica di Colleferro erano state chieste a gran voce diverse garanzie, quelle finanziarie di Legge, quelle collegate alla gestione post-operativa e, soprattutto, quelle riguardanti la qualità del rifiuto conferito. Nessuna garanzia al momento risulta essere chiara nel modo più assoluto.

È ormai da tempo evidente e conclamato un dato: la discarica di Colleferro puzza. Le emissioni odorigene sono sicuramente frutto di un rifiuto non completamente trattato e privato della sostanza organica come da normativa, ipotesi ancora più probabile dopo che gli impianti di trattamento regionali sono stati messi sotto pressione dall'ordinanza di Zingaretti. In pratica, i suddetti impianti non riescono a gestire correttamente una mole così elevata di rifiuti. Di conseguenza rischiano anche l’illecito, visto che nessuno osa fermarli. Come se non bastasse, a completare il quadro, la processione quotidiana di camion in entrata a Colle Fagiolara. Per questi motivi, non è pensabile effettuare la copertura dei rifiuti a cadenza per evitare lo sprigionamento di gas, pertanto è probabile che l'operazione venga svolta a fine giornata, quando il danno sanitario (ed esistenziale) è già fatto.

Abbiamo chiesto ad Arpa Lazio quali misure avesse preso in esame. L'ente ha effettuato un controllo l'1.02.2019 e, avendo trovato alcune situazioni non pienamente conformi, a nostro parere chiudendo un occhio, ha sottolineato la necessità di rispettare il D.Lgs. 36./2003 e s.m.i. al paragrafo 1.8 dell’Allegato 1 prevede che “I rifiuti che possono dar luogo a dispersione di polveri o ad emanazioni moleste devono essere al più presto ricoperti con strati di materiali adeguati”. Inoltre, l’ente ha auspicato una revisione dell’atto autorizzativo al fine di rendere attuali le prescrizioni in relazione alle condizioni di gestione ad oggi in essere, gestione che sicuramente è molto più complessa rispetto alla data di autorizzazione del 2009. Può anche essere che quel giorno non ci fossero miasmi molesti e che, quindi, l’Arpa Lazio abbia trovato una situazione accettabile. Ma ad oggi la situazione è inaccettabile e non vogliamo nemmeno immaginare cosa accadrà alla riapertura dell’istituto professionale fronte discarica all'inizio dell'anno scolastico, nel settembre prossimo.

In definitiva, dobbiamo tenerci la puzza fino a chiusura della discarica di fine anno? No, qualcosa si può fare oltre che sbraitare ai quattro venti.

Il controllo dei rifiuti in entrata a Colle Fagiolara è normato dall’AIA in una modalità abbastanza generica, controllo dei rifiuti in uscita da parte degli impianti TMB, lotti e sottolotti, e campionamento in loco ogni due mesi messi a disposizione dell’Ente di Controllo. E’ evidente che, in una situazione come l’attuale, ciò risulta essere insufficiente e molto spesso inutile, soprattutto se nessuno va a verificare i rifiuti oggetto di campionamento. Quindi una soluzione può essere intervenire con l’art. 29-decies del Testo Unico Ambientale (Dlgs 152/2006 modificato con il Dlgs 46/2014) “Rispetto delle condizioni dell’autorizzazione integrata ambientale”, al comma 11bis, punto e) le procedure per le ispezioni straordinarie, effettuate per indagare nel più breve tempo possibile e, se necessario, prima del rilascio, del riesame o dell’aggiornamento di un’autorizzazione, le denunce ed i gravi casi di incidenti, di guasti e di infrazione in materia ambientale.

Nel caso specifico, ci sono denunce - una l’abbiamo presentata tempo fa - e possibili infrazioni in materia ambientale, quindi il Comune di Colleferro dovrebbe farsi carico di chiedere alla regione Lazio di intervenire in tal senso in tempi celeri, con onere a carico regionale, al fine di verificare, senza preavviso, la qualità del rifiuto entrante e le procedure di copertura dello stesso o altre mancanze. Si tratta di un impegno politico-economico che potrebbe aprire scenari inediti, oltre che tutelare i diritti dei cittadini.
 
 
Colleferro, 02.08.2019
 

Presentazione libro di Marina Forti "Mala Terra. Come hanno avvelenato l'Italia".


Comunicato Stampa Retuvasa

Presentazione Libro di Marina Forti “Mala Terra. Come hanno avvelenato l’Italia”
 

La Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa) è lieta di invitarvi alla presentazione dell'ultimo libro di Marina Forti "Mala Terra. Come hanno avvelenato l'Italia".

Vi aspettiamo sabato 17 novembre 2018 alle ore 17 presso l'Aula Consiliare del comune di Colleferro in Piazza Italia, 1.

IL LIBRO:

Per decenni gli scarti delle attività industriali sono finiti nella terra che abitiamo. Il fumo delle ciminiere ha impestato l'aria; gli scarichi hanno avvelenato l'acqua. Conviviamo, e conviveremo a lungo, con la diossina nei giardini pubblici, il piombo nei terreni, il Pcb e gli idrocarburi nelle falde idriche. Marina Forti ci porta in alcuni dei luoghi più inquinati d’Italia e ce ne racconta la storia, le bonifiche mancate, la mobilitazione dei cittadini, l’emergere di una coscienza ambientalista, lo scontro tra le ragioni del lavoro e quelle della salute.

Non poteva mancare la Valle del Sacco, raccontata e analizzata nel capitolo 3, "La città-fabbrica sul fiume Sacco", attraverso paragrafi come: "Le mucche e il cianuro", "Ogni volta sulla valle del Sacco tornava il silenzio", "Il bioaccumulo nel sangue", "La mappa del rischio dal fiume Sacco al Liri", "Contaminazioni multiple", "Fabbriche chiuse e disastro ambientale".

Vi aspettiamo nell’aula consiliare che il comune di Colleferro mette a disposizione per questo evento per scoprire insieme come ci hanno avvelenato, e come possiamo creare un antidoto.

L'AUTRICE:

Marina Forti è una giornalista italiana, autrice del blog “Terraterra online. Cronache da un pianeta in bilico”. Si occupa principalmente di temi legati all’ambiente, ai conflitti per le risorse naturali e all’immigrazione ed è stata caporedattrice e caposervizio degli esteri per il quotidiano “il manifesto”, prima di avviare una collaborazione con “Internazionale”. Ha viaggiato a lungo in Iran, in Asia meridionale e nel sud est asiatico e la sua rubrica “terraterra” ha ricevuto nel 1999 il Premiolino, dedicato al giornalista del mese. Tra le sue pubblicazioni si ricordano "La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo" (Feltrinelli, 2004, vincitore del premio “Elsa Morante” per la comunicazione nel 2004), "Il cuore di tenebra dell’India. Inferno sotto il miracolo" (Bruno Mondadori 2012) e, appunto, "Mala terra. Come hanno avvelenato l’Italia" (Laterza, 2018).
 
Colleferro, 13.11.18
 

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