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Colleferro: perfetta da morire

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L' albero di Natale si faceva il 4 dicembre, per santa Barbara. Poi la festa patronale: agli impiegati il padrone offriva il pranzo, agli operai biscottini e vermut. C'era la lotteria. Il premio? "Un cesto coi prodotti aziendali: ddt, detersivo". Mario Sinibaldi era un bambino quando le tradizioni di questa città adolescente ruotavano tutte intorno alla fabbrica. Colleferro ha compiuto 75 anni lo scorso giugno. Oggi ha 22mila abitanti e solo 2mila operai. Ma senza l'industria questo posto non esisterebbe.
Siamo a 51 chilometri da Roma, lungo la via Casilina e la valle del fiume Sacco. Un luogo ideale per viverci, se decenni di produzioni chimiche non avessero lasciato il segno. Perché oggi Colleferro fa i conti con il prezzo pagato per lo sviluppo. "Si parla di inquinamento da vent'anni -spiega Alberto Valleriani, presidente di Retuvasa, la Rete per la tutela della valle del Sacco-. Nel 2004 sono morte delle mucche. La causa era il cianuro, ma dalle analisi è venuto fuori il resto". I fusti di rifiuti tossici interrati nel comprensorio industriale hanno rilasciato per anni un antiparassitario, il beta-esaclorocicloesano, in concentrazioni "molte volte superiori a quelle previste dalla legge", come sintetizza un opuscolo informativo per la popolazione. È scattata l'emergenza ambientale, poi la bonifica.
Tra il 2005 e il 2006 i medici del Dipartimento di Epidemiologia della Asl Roma E hanno misurato il veleno nel sangue della gente: i più contaminati sono gli anziani e chi vive lungo il fiume. A suscitare preoccupazione, i dati che riguardano i tumori: fra il '97 e il 2000 nei Comuni più vicini al vecchio polo industriale gli uomini deceduti sono stati il 21 per cento in più che nel Lazio. In particolare il cancro alla pleura ha colpito 6 volte più che nel resto della regione. Diffusi anche il cancro alla vescica e le patologie cardiovascolari e respiratorie.
Retuvasa si è costituita parte civile nel processo contro le società e i consorzi che dovevano vigilare sulla tenuta dei fusti interrati e sulla qualità delle acque. Alberto Valleriani vive lontano dal Sacco ma si è sottoposto lo stesso ai controlli: "Se risulto contaminato, sapremo che il fenomeno è più ampio". In fabbrica si usavano sostanze chimiche e amianto, ed è accertato che la causa di alcuni tumori "sia l'esposizione lavorativa, e non ambientale, alle sostanze tossiche", scrive nel 2009 Francesco Blasetti, direttore del servizio Igiene degli alimenti e della nutrizione della Asl locale, sul bimestrale informativo dell'azienda sanitaria. In altri casi, invece, "i fattori di rischio sono molteplici". I dati finora raccolti non dicono con certezza se le malattie derivino da fattori lavorativi o ambientali, né se ci sia correlazione tra i tumori e il beta-esaclorocicloesano. Indagini e analisi continuano. Il cancro, intanto, entra nei discorsi della gente. La paura di ammalarsi fa a pugni con l'immagine di luogo ideale che questo comune ha ereditato dalla sua storia.
Alla nascita, infatti, Colleferro è un'ordinata e accogliente città per i lavoratori. La progetta nei primi anni Trenta Riccardo Morandi, per accogliere i dipendenti della Bpd, la fabbrica di esplosivi avviata nel 1912 dai senatori-imprenditori Giovanni Bombrini e Leopoldo Parodi Delfino. L'Italia intende potenziare la produzione bellica e loro si mettono all'opera. Parodi Delfino chiama maestranze da tutta la Penisola: artificieri dal Piemonte, metalmeccanici dalla Toscana, costruttori dalle Marche, poi veneti, calabresi e ciociari dei dintorni. Eterogenei per dialetti e usanze, uniti dalla Bippidì: "il padre fondatore" dà lavoro, casa, scuole, impianti sportivi, l'ospedale. Nella cattedrale il mosaico di santa Barbara, patrona degli artificieri e di Colleferro, accosta i simboli della fede a quelli dell'industria. Nella Seconda guerra mondiale la Bpd è un gigante con quasi 15mila lavoratori.
Anni Cinquanta: lo scrittore Guido Piovene trova Colleferro "una piccola città operaia e modernista" che "spicca sullo sfondo agricolo e pastorale". Il motto del comune diventa in labore virtus, nel lavoro la virtù. Dopo la guerra la Bpd si dedica soprattutto alla chimica. Per i suoi abitanti-operai la fabbrica è motivo di orgoglio: "Eravamo moderni, i paesi intorno si sviluppavano grazie a noi". Il lavoro si difendeva anche col passaparola: "Quando iniziammo a fare il sapone lauril -racconta Maria-, lo regalai ai parenti, così l'avrebbero comprato ancora". Il last al limone, la fibra sintetica delfion, l'insetticida profumato sono pietre miliari dell'identità cittadina. Nel '68 la Bpd chiude i cancelli. Ma Colleferro non rinuncia al polo industriale e si riconverte. Oggi il vanto arriva dal settore aerospaziale: "Il 60 per cento dei satelliti -spiega Francesco Depasquale dell'Elv, società del gruppo Avio- e` in orbita grazie a motori prodotti qui, e si lavora al razzo Vega che sarà utilizzato dal 2011".
C'è` poi la Alstom che si occupa di treni. L'Italcementi: il suo impianto, funzionante, divide in due l'abitato. "Fino agli anni Ottanta ci svegliavamo sotto la polvere", ricorda Renzo Rossi, studioso di storia locale. Ora i filtri sono migliorati, le emissioni monitorabili online. Un falco fa il nido sulla torre e il cementificio continua a stagliarsi contro il profilo della città. Tra le fabbriche, una produce armamenti: è la Simmel Difesa contestata dai pacifisti durante la guerra in Iraq perché produceva le bombe a grappolo. "Tutte queste industrie impiegano solo 2mila persone -conta il sindaco Mario Cacciotti, Pdl-: il primo problema qui è l'occupazione". Con l'inquinamento, invece, si convive.
Nel 2002 sono arrivati persino due inceneritori, a poche centinaia di metri dalle case. Nel 2009 sono stati al centro di uno scandalo: bruciavano combustibile non conforme e i valori delle emissioni venivano falsati da chi avrebbe dovuto vigilarli. Costruiti nonostante il parere negativo della Asl, all'inizio sono stati avversati dai cittadini che oggi li tollerano perché, dicono, "dopo i guai ci sono più controlli". L'inceneritore è su una collina; in basso c'è una scuola elementare. Un paio di chilometri fuori città, un'altra scuola sorge di fronte alla discarica di Colle Fagiolara: sono cresciute insieme. Ed è allo studio la costruzione di una centrale turbogas. "La gente è rassegnata -dice Alberto Valleriani-. Forse dipende dalla nostra storia". Forse c'è un'altra ragione: "Per l'inceneritore la città percepisce un ristoro economico", dice il sindaco: 887mila euro l'anno. Insieme al beneficio economico per la localizzazione della discarica, che per il 2010 è calcolato in 5 milioni di euro, "Questo ci consente di tenere bassa la tassa dei rifiuti. E la mensa dei bimbi costa un decimo che altrove". C'è chi se ne va. Ma Colleferro è vicina a Roma e ben collegata, e le previsioni dicono che crescerà. Anna Dello Iacono, insegnante di chimica, arriva dalla capitale: "Spiego che la chimica è vita, che sta all'uomo farne buon uso. Ma anch'io mi faccio qualche domanda". Andrea Cicini, 32 anni, vive in un paese vicino: "A Colleferro si sta bene, c'è tutto. L'inquinamento? Da me è lo stesso, cambia solo l'odore".
Testo di Ilaria Romano http://magazine.terre.it/

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