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Ambiente

Mantova 19 e 20 settembre 2014, l'impatto sanitario delle attività a rischio e dei siti inquinati


INQUINAMENTO e SALUTE
L’impatto sanitario delle attività a rischio e dei siti inquinati
Mantova 19-20 settembre 2014
 
 

Si svolgerà a Mantova il prossimo 19 e 20 settembre la prima convention che intende fare il punto sugli studi relativi ai rischi per la salute dei cittadini che vivono vicino a zone fortemente inquinate e decidere gli strumenti per il futuro. La novità dell’incontro è rappresentata dal tavolo in cui si siederanno per la prima volta insieme studiosi, la politica, i rappresentati locali e i comitati dei cittadini che vivono nelle aree da bonificare. Raramente infatti i diversi portatori di interesse si sono ritrovati insieme per parlare dei rischi sanitari del gigantesco problema italiano delle bonifiche. In Italia sono centomila gli ettari di territorio avvelenato da rifiuti industriali di ogni tipo. 57 aree in cui vivono oltre 4,5 milioni di persone: sono queste le zone sparse per il nostro Paese in cui il passato industriale italiano ha lasciato in eredità terreni, falde e fiumi inquinati da sostanze altamente nocive per la salute dei cittadini. Queste aree vengono chiamate SIN, ovvero Siti di Interesse Nazionale, e per ognuno di questi sarebbe urgente procedere alla bonifica e alla messa in sicurezza del territorio. Nel 2013, grazie a un decreto ministeriale (e non a bonifiche effettuate), il numero dei SIN è sceso a 39, “declassando” ben 18 aree a siti di interesse regionale.

Contro il declassamento hanno fatto ricorso il comune di Ceccano e la Regione Lazio per il sito “Valle del fiume Sacco”, con intervento "ad adiuvandum" dell'associazione "Rete per la Tutela della Valle del Sacco ONLUS". Il Tar Lazio ha accolto le richieste e ha riportato il sito tra quelli di interesse nazionale. Legambiente ha presentato analogo ricorso per 4 siti da bonificare: il Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano (terra dei fuochi), Pitelli a La Spezia, bacino del fiume Sacco e discariche in Provincia di Frosinone. Il problema è comunque noto a tutti, compresa la politica, ma le bonifiche non partono e i cittadini continuano a vivere vicino a potenziali bombe sanitarie. Il problema principale sono i soldi, perché risanare i terreni costa caro e non è sempre facile far pagare ai responsabili i costi della bonifica. Secondo alcune stime recenti il giro d’affari complessivo del risanamento ambientale in Italia si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Ma siamo in ritardo anche sulle caratterizzazioni delle aree e sugli studi relativi all’impatto che ciascuno di questi siti ha sulla salute dei cittadini. Secondo i dati dei comuni che fanno parte della Rete SIN, sugli attuali 39 siti di interesse nazionale l’80% delle aree inquinate sono state indagate, ma solo per il 30% si è provveduto alla messa in sicurezza e le bonifiche approvate dal ministero, ma non tutte realizzate, sono solo il 35%.

Per questi motivi Mantova ospiterà la convention nazionale della rete SIN, insieme a numerose altre sigle tra cui la rete dei comuni SIN, i medici di ISDE e il coordinamento nazionale dei comitati dei siti inquinati. Il messaggio principale che verrà lanciato dalla convention è la richiesta di adottare la Valutazione di Impatto Sanitario (VIS), come ci chiede l’Europa, e che si elaborino al più presto le linee guida per la valutazione dei danni sanitari sulla scorta del decreto ministeriale del 24 aprile 2014. Si chiederà inoltre che a questi lavori sia allargata la partecipazione a tutti gli interessati, compresi i cittadini, così come ci viene chiesto dall’Unione Europea.

La VIS è un mezzo per valutare l’impatto sulla salute dei vari settori d’intervento. Una combinazione di procedure, metodi e strumenti con i quali si possono prevedere i potenziali effetti di una politica, un programma, o un piano di interventi, sulla salute della popolazione. La VIS è già in vigore negli USA, India e Cina. In Europa in Bulgaria, Repubblica CECA, Lituania, Slovacchia. In Italia viene applicata solo su base volontaria da alcune Amministrazioni, come in Inghilterra, Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia.

Secondo Edoardo Bai, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia e uno tra gli organizzatori della convention: “Il convegno vuol essere un’occasione di studio delle esperienze italiane di valutazione del danno alla salute causato dalle attività industriali e dalla presenza di siti inquinati. Perciò abbiamo invitato chi ha elaborato queste esperienze dal punto di vista scientifico, con lo scopo di metterle a confronto con i sindaci delle aree inquinate, con le associazioni ambientaliste e con i comitati locali che si battono contro l'inquinamento. Crediamo che un’esperienza di questo genere sia del tutto nuova, e che il dibattito contribuirà a elaborare suggerimenti ed idee da offrire alla Autority. Queste modalità di dibattere sugli effetti dell'inquinamento del resto sono fortemente raccomandate dalle direttive europee, ma purtroppo il nostro paese non dà molto peso alla partecipazione. Il nostro scopo è anche quello di creare un forte gruppo di pressione che inviti il governo a elaborare, con metodo partecipativo, le linee guida tecniche per la valutazione dei danni alla salute dei grandi impianti e dei SIN. Finora le opinioni sul tema sono le più disparate e con opposte conclusioni: è necessario che si intervenga con una norma che faccia chiarezza sul problema e indichi gli interventi necessari e obbligatori per eliminare o attenuare gli impatti”.

Secondo il Rapporto Sentieri, stilato dall’Associazione Italiana Registro Tumori, in 44 comuni che ospitano un SIN, è accertato un eccesso di mortalità per tumore con 4000 casi in più, e fra questi in 27 si ha un aumento della mortalità generale con 10.000 casi in più. Lo studio contenuto in “Sentieri” non dimostra un rapporto causa effetto con le zone inquinate, però il dato è suggestivo e sarà tema di discussione durante il convegno.

A Mantova saranno presenti, tra gli altri, anche l’Università La Sapienza, che illustrerà il Rapporto Sentieri, ed ENEA che ha verificato il trend storico delle cause di morte nel comune di Mantova.

Inoltre verranno illustrate numerose esperienze di valutazione dei danni. Come ad esempio quella realizzata nella Valle del Sacco dove sono stati misurati i livelli di un contaminante (il betaesacloro-cicloesano) del fiume nel sangue della popolazione residente nei dintorni del corso d’acqua. In particolare sono stati misurati valori di β-HCH più elevati in coloro che risiedono in prossimità (entro un km) del fiume Sacco, con valori più che doppi rispetto ai cittadini che vivono nelle aree più lontane. Un secondo esempio positivo è rappresentato dallo studio sulla centrale a carbone di Savona, fatto in occasione della perizia sulla Tirreno Power. Qui è stata eseguita una mappatura delle ricadute degli inquinanti e si è analizzata l’incidenza di alcune malattie nella zona mappata. Si è dimostrato un aumento statisticamente significativo dei ricoveri dei bambini per patologie respiratorie, in particolare asma e un aumento sempre significativo, di malattie cardiovascolari e polmonari, in particolare del cancro al polmone. Alla convention ci sarà spazio anche per presentare il cattivo esempio della Terra dei Fuochi dove lo screening sanitario è stato effettuato senza alcun coinvolgimento della popolazione, e anzi il sito, noto come uno dei più inquinati della nazione, è stato declassato a sito di interesse regionale.

Il convegno si svolgerà a Mantova il 19 e 20 settembre nell’aula magna della Conferenza vescovile, in via Cairoli 20.
 
Per informazioni:
www.legambiente.lombardia.it
www.retuvasa.org
 

Valle del Sacco, il Ministero dell'Ambiente boccia Arpa Lazio per la sub-perimetrazione del SIN


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

L’inquietante sub-perimetrazione del  SIN “Bacino del Fiume Sacco” da parte di Arpa Lazio, Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente
 

Come si legge sulla stampa, il Ministero dell’Ambiente ha deliberato di sospendere l’erogazione dell’ultima tranche del finanziamento relativo alla sub-perimentrazione del Sito di Interesse Nazionale “Bacino del fiume Sacco” (pari a 300.000 euro, per un importo complessivo di un milione e mezzo di euro). Per tale sub-perimetrazione il Ministero aveva stipulato apposita Convenzione con Regione Lazio e Arpa Lazio il 31.10.2008. Il Ministero ha verificato una rispondenza dell’utilizzo dei fondi agli scopi dell’intervento al momento non giustificata per alcune voci, un’individuazione superficiale dei siti potenzialmente inquinati e di conseguenza un’insoddisfacente attività di caratterizzazione. In particolare, ci eravamo chiesti in passato come mai la sezione di Arpa Frosinone si fosse concentrata sulle discariche più che sui siti industriali dismessi, pertinenti a un SIN; i rilievi dell’ente governativo sembrano confermare quanto il nostro dubbio fosse legittimo. Il fatto, gravissimo, induce a due ordini di riflessione.

Il primo riguarda Arpa Frosinone. Tale intervento è stato eseguito prima dell’entrata in carica del nuovo direttore provinciale, che ci sembra stia validamente gestendo una sezione che potrebbe definirsi “bollente”, continuamente alla ribalta della cronaca, anche giudiziaria, per le sue inadempienze e irregolarità, il cui delicato rinnovamento interno stenta a decollare. C’è quindi da augurarsi che il fatto in questione costituisca un motivo di accelerazione del circolo virtuoso.

Il secondo ordine di riflessione riguarda lo stesso Ministero e tutto il sistema. È in causa non l’area di competenza dell’ex Ufficio Commissariale, ma l’intero enorme SIN “Bacino del fiume Sacco”, in passato, e ora nuovamente, di diretta competenza ministeriale. Ci chiediamo se il Ministero, che pare negli ultimi mesi stia meritoriamente vigilando sui costi e gli esiti dell’intervento (e la Regione Lazio, da cui Arpa dipende, lo ha fatto?), abbia attivato fin dall’inizio le dovute verifiche relativamente ai lavori affidati in convenzione ai tecnici dell’Arpa. Magari con maggiore lucidità rispetto alla redazione del Decreto 11 gennaio 2013 che aveva portato al declassamento del SIN “Bacino del fiume Sacco”, bollato un mese fa dal TAR come giuridicamente “erroneo in radice”; per il relativo ricorso promosso dalla Regione Lazio la nostra associazione è intervenuta ad adiuvandum.

Trascorsi quasi 6 anni dalla data della stipula della Convenzione per la sub-perimetrazione del SIN “Bacino del fiume Sacco”, i cittadini della Valle inquinata, a detta dello stesso Ministero dell’Ambiente, dispongono di un’individuazione dei siti potenzialmente inquinati di origine industriale insufficiente e inadeguata. La bonifica non sembra realizzarsi da una parte per inefficienza, dall’altra, forse, per il desiderio di lucrarvi da parte di qualcuno. Le cose cambieranno se tutti gli enti preposti, Ministero, Regione Lazio, Arpa Lazio, opereranno con lucidità e secondo coscienza.

Attendiamo prontezza da tutti i suddetti enti nel porre le condizioni di una nuova ed efficiente sub-perimetrazione. E che le responsabilità delle inadempienze pregresse siano individuate e sanzionate. Noi faremo la nostra parte per denunciarle.

 
Valle del Sacco, 19.08.14
 

Rifiuti non trattati in discarica a Colleferro, il TAR Lazio dice NO


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
Comitato Residenti Colleferro
Raggio Verde
 
 
Colleferro, il TAR del Lazio fa proprie le ragioni sostenute dalle associazioni ambientaliste: la discarica di Colle Fagiolara non può essere utilizzata in questo modo.

 
Il TAR del Lazio  il 30 luglio scorso si è pronunciato sulla richiesta, presentata dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco, dal Comitato Residenti Colleferro e da Raggio Verde, di sospendere l’ordinanza del Presidente della Regione 
Lazio, Nicola Zingaretti. L’atto in questione permette di continuare ad utilizzare la discarica di Colle Fagiolara mediante la semplice tritovagliatura dei rifiuti. Ricordiamo che la circolare del 6 agosto 2013 dell'allora ministro Orlando dichiarava invece fuori norma, quindi immediatamente non utilizzabili, le discariche di questo tipo.
 
La richiesta di sospensiva è stata respinta, ma le motivazioni espresse in proposito confermano proprio le accuse mosse dalle associazioni ambientaliste: non esiste alcun carattere di urgenza e necessità che giustifichi  questo dissennato e illegale uso della discarica.
 
L’ordinanza  pone l'accento proprio sul carattere troppo disinvolto, al limite dell'illecito, di molte decisioni prese dalle amministrazioni pubbliche nel settore del trattamento dei rifiuti.
 
Si legge: “Considerato che dalla relazione prodotta dalla Regione Lazio non emerge in maniera inconfutabile l’assoluta incapienza di impianti TMB nella regione, tale da costituire il presupposto di cui all’art. 191 c. 1 del D.Lgs 152/2006 ... “..e non si possa altrimenti provvedere”.
 
Vale a dire che nella nostra Regione ci sono impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB) che non lavorano a pieno regime, capaci quindi di trattare anche i rifiuti destinati a Colle Fagiolara.
A questo proposito il TAR aveva richiesto una documentazione aggiuntiva sulla possibilità di utilizzare altri impianti di TMB presenti in Regione, in luogo della tritovagliatura autorizzata dalla Giunta Zingaretti per Colleferro.
Precisiamo che la nostra opposizione si è concentrata sul deposito in discarica del rifiuto secco in uscita dal tritovagliatore, circa il 60/65%, in quanto il rifiuto umido, a detta del gestore Lazio Ambiente SpA, viene già conferito ad impianti esterni.
La Regione Lazio ha risposto con una documentazione insufficiente, priva di fondatezza, contrastata ulteriormente dalle memorie prodotte dai nostri legali.
 
Si legge sempre nell’ordinanza:“che peraltro la mancata utilizzazione di alcuni impianti TMB deriva da ritardi di natura meramente amministrativa, che l’Amministrazione ha l’obbligo di superare tempestivamente; 
che tali circostanze renderebbero verosimilmente illegittima una eventuale proroga dell’ordinanza
contingibile ed urgente qui impugnata;”
 
Il Giudice bacchetta l’Amministrazione regionale, lenta e inadempiente nella risoluzione dei problemi legati al ciclo dei rifiuti.
Il dato di rilievo è che un’ulteriore proroga per l'utilizzo della discarica non è ammissibile perché in realtà non esiste nessuna emergenza rifiuti, paventata ad ogni pié sospinto da amministrazioni e gestori. Da metà settembre quindi non si potranno più conferire rifiuti non trattati presso la discarica di Colle Fagiolara.
 
Continua il giudice: “tuttavia il provvedimento impugnato ha quasi del tutto esaurito i suoi effetti, attenuando fortemente il presupposto del periculum.”
 
La richiesta di sospensiva viene rigettata solamente perché ormai i tempi dell'ordinanza stanno per scadere, quindi i pericoli vengono ritenuti minimi.
 
Questa ordinanza è il primo atto amministrativo importante che fa ben sperare nella chiusura della discarica di Colleferro quantomeno per il conferimento di rifiuti non trattati. Saremo sicuri della chiusura se il paventato impianto di TMB a Colle Fagiolara non verrà costruito, anche perché è stato dimostrato che realmente non è necessario per la quantità di rifiuti prodotti nella nostra Regione.
 
Nel contempo il governo sta emanando il D.L. 91, che tra le tante indecenze in materia ambientale, conferisce, all'art. 14 comma 1, poteri straordinari al Presidente della Regione Lazio per la risoluzione di emergenze connesse al ciclo dei rifiuti, una sorta di militarizzazione. Il documento preparatorio al D.L. citato, però chiarisce che non si potrà andare in deroga alle normative comunitarie in materia.
Di fatto l’ordinanza del Tar manterrebbe inalterato il quadro della situazione descritto precedentemente.
 
Gli scriventi, che da anni si battono per la riduzione dei rifiuti ed un ciclo degli stessi, virtuoso e rispettoso dell'ambiente e della salute, lanciano una proposta auspicandone un’ampia condivisione: la creazione di un polo  universitario a carattere regionale finalizzato alla ricerca e sviluppo di metodologie e tecniche primariamente per la riduzione dei rifiuti  e per  il riciclo e riuso di quelli che necessariamente si producono.
 
Un polo universitario capace di avviare competenze specifiche coinvolgendo le aziende nella riduzione dei rifiuti legati agli imballaggi, che attivino lo sviluppo di tecnologie mirate al trattamento dei materiali post-raccolta differenziata, che amplino le prospettive produttive per il riutilizzo e reinserimento sul mercato delle materie prime-seconde separate. La comunità scientifica deve mettersi in gioco per la reale diminuzione dell’indifferenziato residuale. Le aree dismesse del passato produttivo di Colleferro ne potrebbero essere la naturale collocazione, sottraendole così all’ennesima, presumibile, devastante speculazione immobiliare.
Tenendo presente che l’impianto di TMB previsto a Colleferro da una società a totale capitale regionale ha un costo di circa 26 milioni di euro, questa ingente somma sarebbe un reale investimento per il futuro del nostro territorio se venisse finalizzata al progetto tracciato per sommi capi.
 
Pensiamo a un futuro, come spesso si dice, “Rifiuti Zero”, privo di combustione di ogni tipo, senza discariche. Pensiamo alla possibilità di lavoro altamente qualificato, legato alla ricerca e all’innovazione, stabile per il nostro territorio.
 
 
Colleferro, 5 agosto 2014   
    
 

ll TAR Lazio boccia sonoramente il Ministero dell'Ambiente sul delassamento da SIN a SIR



COMUNICATO STAMPA DEL 18/07/2014
 
Bonifiche, TAR Lazio boccia sonoramente il Ministero dell'Ambiente sui declassamenti dei Siti di Interesse Nazionale a Siti di Interesse Regionale.
 
Primo stop alla strategia ministeriale di mettere la polvere inquinata sotto il tappeto.
 
Ora cambiare radicalmente il decreto "inquinatore protetto" in discussione in Parlamento.

 
 
Il Ministero dell'Ambiente rimedia una sonora bocciatura davanti al TAR Lazio sull'operazione di declassamento dei Siti nazionali di bonifica avvenuta nel 2013
 
Il Ministero, sulla base delle valutazioni dei suoi dirigenti e funzionari, prendendo spunto da una modifica al Decreto legislativo 152/2006 riguardante i criteri per l'individuazione dei Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche (le aree più inquinate del paese), ne avevano declassati ben 18 siti su 57, trasformandoli in Siti di Interesse Regionale. Un'operazione realizzata in sordina, senza alcun coinvolgimento delle comunità (tranne le regioni a cui il Ministero aveva dato pochi giorni di tempo per esprimersi) ma dalla portata enorme, visto che i funzionari e i dirigenti del Ministero considerarono degna di declassamento anche la Terra dei Fuochi (ma anche La Maddalena in Sardegna)!
 
La Regione Lazio, il comune di Ceccano e, con intervento "ad adiuvandum", l'associazione "Rete per la Tutela della Valle del Sacco ONLUS" hanno proposto un ricorso sul declassamento del sito "Valle del Sacco" che ora il TAR del Lazio ha accolto pienamente.
 
Per il Coordinamento nazionale siti contaminati, per il Forum dei Movimenti per l'Acqua e per la Rete Stop Biocidio Lazio si tratta di una sentenza importantissima per i risvolti che dovrebbe avere a livello nazionale. Le motivazioni alla base dell'accoglimento del ricorso sul SIN Valle del Sacco  rappresentano una pesantissima censura sull'intera operazione portata avanti dal Ministero dell'Ambiente per sollevarsi dalle proprie responsabilità dopo un decennio di sostanziale inazione rispetto al risanamento dei SIN e, più in generale, rispetto allo stato di inquinamento di moltissime aree del paese.
 
I giudici del TAR, infatti, ritengono che, rispetto all'applicazione dei nuovi criteri per il riconoscimento (o l'esclusione) delle aree "il ragionamento del Ministero, ad avviso di questo Collegio, è erroneo in radice" e che "La norma applicata sembra anzi ampliare (piuttosto che restringere) le fattispecie dei territori potenzialmente rientranti nell’ambito dei siti di interesse nazionale...". Infatti il Ministero aveva inteso che un'area per essere classificata quale SIN dovesse soddisfare contemporaneamente tutti i criteri del Decreto. Scrivono i giudici del TAR Lazio "Il testo normativo non autorizza, in effetti, ad avviso del Collegio, una lettura tale da indurre a considerare, per la qualificazione di SIN, la presenza di tutte le circostanze cui l’art. 252 comma 2 predetto fa riferimento.....Si tratta, in altre parole, di criteri che variamente combinati devono (o possono) portare l’Amministrazione a riconoscere quella grave situazione di compromissione e di rischio ambientali tale da implicare (a prescindere dalle cause che l’hanno determinata) il superiore interesse nazionale".
 
Sulle bonifiche si sta giocando una partita al ribasso rispetto alle politiche industriali del paese, con una strategia volta ad annacquare il principio "chi inquina paga" a favore dei grandi gruppi industriali che non vogliono pagare integralmente il prezzo del risanamento delle aree che hanno contaminato. In poco più di un anno vi sono stati ben quattro decreti, tutti volti a nascondere la polvere inquinata sotto il tappeto (Governo Monti: Decreto di declassamento dei SIN; Governo Letta: Decreto del "fare" e Decreto "destinazione Italia"; Governo Renzi: Decreto "competitività" ora in discussione in parlamento). Grazie alla mobilitazione dei comitati le prime tre norme sono state modificate limitando i danni ma ora con il Decreto Competitività "inquinatore protetto" si rischia di nascondere il reale stato di contaminazione del paese e di procedere a bonifiche sulla carta.
 
Invitiamo nuovamente i parlamentari a modificare il Decreto competitività secondo l'appello che abbiamo lanciato nei giorni scorsi. Al Ministro Galletti chiediamo di riesaminare l'intera operazione di riclassificazione dei SIN alla luce delle indicazioni del TAR Lazio, includendo anche i nuovi siti gravemente inquinati che quasi ogni giorno vengono posti all'attenzione dell'opinione pubblica nonché di procedere alla valutazione dell'efficacia del lavoro svolto in questi anni dagli uffici ministeriali preposti.
 
La sentenza è disponibile al link: https://94.86.40.196/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=TWMT75ESK76VGHCH3YO4EJJ2BI&q=valle+or+del+or+sacco
 
I 18 SIN DECLASSATI PER DECRETO IL 11 GENNAIO 2013
Abruzzo ("Fiumi Saline Alento"), Campania ("Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano", "Pianura","Bacino Idrografico del fiume Sarno" ed "Aree del Litorale Vesuviano", Emilia Romagna ("Sassuolo-Scandiano); Lazio ("Bacino del fiume Sacco" e "Frosinone"), Liguria ("Pitelli" a La Spezia); Lombardia ("Milano-Bovisa" e "Cerro al Lambro"), Marche ("Basso Bacino del fiume Chienti"), il Molise ("Guglionesi II"), Piemonte ("Basse di Stura"), Sardegna ("La Maddalena"), Toscana ("Le Strillaie"), Veneto ("Mardimago-Ceregnano") e la Provincia Autonoma di Bolzano ("Bolzano").
 
 
FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA
RETE STOP BIOCIDIO LAZIO
COORDINAMENTO NAZIONALE SITI CONTAMINATI

 
 

Il TAR del Lazio ripristina il Sito di Interesse Nazionale Valle del Sacco


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

Il TAR accoglie le nostre ragioni e reintegra il Sito di Interesse Nazionale “Bacino del Fiume Sacco”
 
 

A distanza di un anno e mezzo dal Decreto del Ministero dell’Ambiente 11 gennaio 2013, che “declassava” 18 Siti di Interesse Nazionale (SIN), tra cui il “Bacino del Fiume Sacco”, possiamo dire con grande soddisfazione che il TAR del Lazio conferma quanto ci era sembrato immediatamente evidente: il Decreto è incoerente con la normativa pregressa e il declassamento poggia su presupposti giuridici, oltre che fattuali, insostenibili.
 
Il ricorso n. 5277 presentato dalla Regione Lazio, cui sono intervenuti ad adiuvandum, per la parte relativa al SIN “Bacino del Fiume Sacco”, la Rete per la Tutela della Valle del Sacco e il sig. Giuseppe Faustini, ha consentito l’annullamento da parte del TAR della parte del Decreto riguardante il SIN in oggetto.

Ad essere reintegrato come SIN è dunque l’intero bacino imbrifero del fiume Sacco, che comprende non solo l’area emergenziale in ragione della contaminazione da beta-HCH, ma appunto l’intero bacino imbrifero, che si estende nelle Province di Frosinone e Roma, e in minima parte di Latina.
 
La nostra soddisfazione per il debito reintegro della Valle del Sacco non può esimerci dall’osservare che si ripropone ora il problema della gestione di un SIN così esteso: saprà il Ministero dell’Ambiente, autore a giudizio del TAR di un atto giuridico «erroneo in radice», andare oltre a quanto poco prodotto in passato? Solo se la Regione Lazio, i sindaci del comprensorio, le associazioni ambientaliste e i cittadini che tanto si sono impegnati per la loro Valle parteciperanno al processo e si coordineranno in termini paritetici e fondati sul principio di sussidiarietà, la rinnovata gestione ministeriale potrà, in un’ottica di intervento anche europeo, produrre i frutti sperati.
 
Francesco Bearzi (Coordinatore Provincia Frosinone)
Alberto Valleriani (Presidente)
 
Valle del Sacco, 18.07.14

CLICCA QUI per la sentenza del TAR Lazio sede di Roma

 

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