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Colleferro, per il TMB la Regione Lazio annulli la VIA. Lazio Ambiente SPA, società a perdere. Valle del Sacco, cosa c'è da fare dopo la perimetrazione del SIN.

Colleferro, #monitoraggiocivicoaria per le polveri sottili.


Comunicato Stampa Retuvasa

Colleferro, #monitoraggiocivicoaria per le polveri sottili.

 
Come ogni anno da diversi anni pubblichiamo alcuni dati statistici relativi alle polveri sottili PM 10 nell’area Valle del Sacco, in base ai dati rilevati dall’Agenzia per la qualità dell’aria del Lazio e pubblicati sul sito di Arpa Lazio (in allegato i grafici che sintetizzano i dati delle rilevazioni).

L’analisi di questi dati, correlata alla situazione della rete di monitoraggio, evidenzia la mancanza di controllo delle PM 2,5 e PM 1, cosa che chiediamo da diverso tempo. Ci è apparso opportuno, quindi, valutare la fattibilità di un monitoraggio civico della qualità dell’aria, installando centraline autoprodotte di rilevamento delle polveri sottili (PM 10, PM 2,5, PM 1).

Ricordiamo che le PM 10 sono polveri con diametro inferiore. o uguale a 10 micron.

Le rilevazioni non si occupano della composizione chimica di queste particelle. Quest’anno possiamo far riferimento nel merito al documento L’impatto sulla salute dell’inquinamento atmosferico a Roma, 2006-2015 uscito a dicembre scorso a cura del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale  Regione Lazio, la ASL Roma 1 e la Regione Lazio.

In questo documento si legge: “Il PM è una mistura di particelle solide che contengono materiale carbonaceo, residuo delle combustioni, altre sostanze organiche (come gli idrocarburi policiclici aromatici o IPA), metalli e ioni inorganici e sostanze gassose intrappolate nelle particelle come NO2, SO2 e CO.
Il particolato viene classificato in base al diametro in PM 10 e PM 2,5, con diametro pari rispettivamente a 10 e 2.5 micron, vale a dire la frazione inalabile (PM 10) e fine (PM 2,5). Più il diametro del PM è piccolo, maggiore è la capacità di penetrare nel tratto respiratorio con conseguente instaurarsi di processi infiammatori in grado di innescare meccanismi patologici a carico del sistema respiratorio e cardiovascolare (…)”.
Il documento riporta che dal 2006 al 2015 le polveri sottili hanno subito una diminuzione costante a Roma, fenomeno che osserviamo fortunatamente anche nelle nostre cittadine, sebbene non in maniera costante.

E’ difficile attribuire il motivo della diminuzione a cause sicure: probabilmente concorre l’introduzione di normative ambientali più rigide e la deindustrializzazione diffusa.

Gli autori dello studio aprono con le seguenti parole: ”L’inquinamento atmosferico rappresenta il più importante fattore di rischio ambientale con effetti rilevanti sulla salute umana”.
 Nel complesso, nei dieci anni dal 2006 al 2015 sono più di 12.000 i decessi prematuri attribuibili all’inquinamento da polveri fini a Roma. Una media di 1200 l’anno.”

Lo studio offre anche spunti importanti per diminuire la concentrazione delle polveri:
  • “In merito alle misure per ridurre l’impatto dell’inquinamento nella città, non si possono che ribadire le conclusioni del documento “Inquadramento dello scenario di Roma Capitale e valutazione delle priorità e della sostenibilità di applicazione delle misure proposte dal Protocollo d’Intesa tra Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare, ANCI e Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome”, Roma Capitale, Gennaio 2016. In particolare:

1. La riduzione “sostenibile” delle emissioni.
 
Derivanti dai veicoli privati circolanti, attraverso la progressiva ed effettiva limitazione della circolazione dei veicoli più inquinanti, in particolare i veicoli diesel (NO2, PM);
Emissioni da ri-sospensione (PM), materiale frenante, pneumatici;
Da gasolio da riscaldamento, attraverso la metanizzazione delle caldaie a gasolio;
Da biomasse (caldaie a pellet o legna, forni a legna, camini) attraverso una variazione nella comunicazione relativa a queste tipologie di impianti, in passato promossi e oggi da disincentivare;
Attraverso la promozione di incentivi a mezzi e impianti a bassa emissione (veicoli elettrici / ibridi / a GPL-Metano, caldaie a metano / teleriscaldamento / cogenerazione distribuita, in particolare a partire da impianti di riscaldamento di strutture ospedaliere).
 
2. Gli incentivi all’uso del Trasporto Pubblico Locale (TPL) attraverso miglioramenti di rete, puntualità, frequenza, parcheggi di scambio, e l’incentivazione economica.

L’inquinamento grave di tutte le matrici ambientali nella Valle del Sacco (aria, acqua e suolo) rende ancora più urgente l’adozione di queste misure a cui deve essere aggiunta la richiesta, che da anni stiamo portando avanti: la moratoria di ogni attività industriale che aggiunga fonti di inquinamento a quelle già esistenti.

L’organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) nelle sue Linee guida sulla qualità dell’aria ha stabilito nel 2005 nuovi limiti della media annuale e quotidiana per le PM presenti nell’aria, molto più restrittivi rispetto a quelli dell’Unione Europea (in particolare le soglie per le medie annuali sono il doppio di quelle fissate dall’OMS) sono:
 
PM 2.5:

10µg/m3 media annuale

 

25µg/m3 media 24-ore

PM 10: 20µg/m3 media annuale
  50 µg/m3 media 24-ore


L’OMS attribuisce maggior valore alla media annuale rispetto a quella quotidiana, soprattutto quando si analizzano gli effetti di una esposizione prolungata su più anni, corrispondente alla vita reale. La media quotidiana a sua volta è indicatrice del raggiungimento di picchi che producono effetti particolari sulla salute.

Dalla relazione della dott.ssa Petricca dei medici di base di Frosinone ricaviamo le seguenti considerazioni, in base alle diverse soglie di pericolosità definite da OMS ed Unione Europea:

variazione enorme tra le percentuali di esposizione della popolazione europea agli inquinanti:
•        PM 10: 17 – 30 % secondo i limiti UE -    61 – 83% secondo i limiti OMS
•        PM 2,5: 9 – 14 % secondo i limiti UE -     87 – 93% secondo i limiti OMS
•        O3: 14 – 15 % secondo i limiti UE -    97 – 98% secondo i limiti OMS

La dott.ssa Petricca ci ricorda anche che gli effetti dell’inquinamento atmosferico colpiscono particolarmente i bambini i quali, per l’intensa attività fisica, sono più esposti degli adulti ai suoi effetti immediati, cronici e sulle attese di vita.

A fronte di questi dati dobbiamo considerare il danno provocato tanto dalla prolungata esposizione agli inquinanti quanto dai picchi raggiunti quotidianamente. Abbiamo allora la necessità di acquisire una conoscenza puntuale dei livelli di inquinamento dell’aria nelle diverse aree del territorio e nei diversi periodi dell’anno e della giornata.

Dispositivi di controllo e controllo partecipato.

Lo scorso anno denunciammo la mancanza nelle città della valle del Sacco di centraline di rilevamento delle PM 2,5, polveri ultra fini, più insidiose per la salute dell’uomo rispetto alle PM10.

In attesa di un incremento dei dispositivi di controllo presenti sul territorio da parte della Regione, abbiamo deciso di contribuire al rilevamento dei valori delle PM 2.5 /PM 10 pensando di posizionare, per il momento, due centraline nel territorio del comune di Colleferro.

La rilevazione non vuole avere carattere istituzionale né sostituirsi agli enti preposti al controllo, vuole avere un valore indicativo, fornendo misure aggiuntive attendibili per questo tipo di inquinamento. Questa attività prende lo spunto e viene svolta in collaborazione con quella messa in atto dai medici di base di Frosinone e punta alla realizzazione di una rete di rilevamento e ad un’attività di controllo sulla qualità dell’aria partecipata dalla cittadinanza in tutta la Valle del Sacco. Una attività analoga è stata svolta nel territorio del comune di Ceccano e ne è stata data testimonianza in un evento presso l’associazione Tolerus.

Vogliamo svolgere ancora una volta una funzione di critica costruttiva e di stimolo nei confronti delle istituzioni regionali, locali e sanitarie, lavorando al coinvolgimento ed alla partecipazione dei cittadini, all’accrescimento della consapevolezza e della conoscenza sulle cause di aggravamento di molteplici patologie che colpiscono in modo particolare la popolazione della Valle del Sacco.

Valutiamo positivamente lo sforzo delle amministrazioni per coordinare gli interventi di emergenza, creando un modello condiviso di ordinanza. Il percorso si presenta lungo ed accidentato dopo decenni di indifferenza e richiede per avere successo il supporto una critica radicale al nostro modello sociale ed economico.

Saranno fornite tutte le informazioni tecniche ed operative necessarie a garantire l’attendibilità ed il grado di precisione delle attività di rilevamento e degli indici prodotti.

Ai cittadini che pensano, come noi, che tale attività sia utile e importante, chiediamo una collaborazione fattiva ed un contributo economico per l’acquisto dei dispositivi e la conduzione dell’attività di rilevamento ed una partecipazione alla valutazione dei dati acquisiti.

Le donazioni a Retuvasa per il finanziamento del progetto danno origine a detrazione IRPEF, se effettuate tramite bonifico.
Causale: Donazione per monitoraggio civico aria 
IBAN: IT 68 J 08327 39060 000000701826
Intestato a: Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco
Banca di riferimento: Credito Cooperativo di Roma, filiale di Colleferro
Per info su chiarimenti, partecipazione/contributo, mail retuvasa@gmail.com, cell. 3358032442.
 
Colleferro-Valle del Sacco, 02.02.2017

CLICCA QUI per condividere il manifesto



 
 

 











Numero di superamenti mensili del limite di 50 microgrammi/mc nella media giornaliera.




 

Valle del Sacco, oltre il modello di sviluppo: distretto industriale dello smaltimento del rifiuto.


Comunicato Stampa Retuvasa

Valle del Sacco, oltre il modello di sviluppo: distretto industriale dello smaltimento del rifiuto.

 
Non da ieri abbiamo cercato con speranza e tenacia di proporre un modello di sviluppo, di qualità della vita, che andasse oltre le vecchie logiche che hanno imperato nel Frusinate dai tempi del boom economico. Un modello “Ruhr” capace, nel Sito di bonifica di Interesse Nazionale della Valle del Sacco, di coniugare ecodistretti industriali, archeologia industriale, contratti di fiume, promozione di energie autenticamente rinnovabili, sviluppo delle notevolissime potenzialità del turismo storico-artistico, promozione delle eccellenze agricole e dell’enogastronomia. La risposta delle istituzioni è sempre stata in fondo inconcludente, nonostante temporanei sprazzi di apertura. E mai come ora si può apprezzare il colpo di coda delle suddette vecchie logiche.

Logiche che, storicamente di matrice trasversale, sembrano assumere negli ultimi anni, non si può tacerlo, una connotazione politica locale più definita, considerato che l’attuale assessore all’ambiente regionale proviene dallo stesso partito e dalla stessa provincia del deputato ed ex presidente della provincia alfiere del progetto di aeroporto con annessa megavariante ASI, ora oggetto di procedimento penale per peculato, che a prescindere dai suoi esiti per gli indagati sembra potersi dire il definitivo suggello del fallimento di tale mostruosità economico-ambientale.

Si apprende oggi dalla stampa che il nuovo contratto Saf proposto ai sindaci prevede, in sostanza, la trasformazione di un impianto di differenziazione provinciale in un ricettacolo dei rifiuti di tutta la regione. La stessa Saf, insieme alla discarica di Roccasecca, è uno dei poli di una grande inchiesta sui rifiuti, nota solo da una settimana, condotta dalla Forestale, ora parte dell’Arma dei Carabinieri e nel caso potenziata dall’apporto del NOE. In tale inchiesta, in cui si seguono le tracce dei rifiuti che da Roma migrano nel Frusinate, è cardinale il ruolo dei laboratori di analisi, che con compiacenza avrebbero mutato i codici dei rifiuti declassificandoli come non pericolosi, come in altri casi hanno compiacentemente alterato i dati sulle emissioni industriali. Peraltro il trattamento dei rifiuti sarebbe stato largamente inadeguato e causa dei fastidi che da anni affliggono le popolazioni locali.

Non si può chiudere gli occhi e far finta di non sapere che la maggior parte degli impianti di rifiuti e industriali ad alto impatto ambientale di fatto hanno quasi sempre violato la normativa. Non basta auspicare un’attenzione ancora più elevata da parte di Arpa, Forze dell’ordine e Procura. Bisogna avere la chiara consapevolezza che autorizzare un impianto di trattamento dei rifiuti o industriale ad alto impatto ambientale significa dire di no al futuro e alla salute e accontentarsi di campare, poco e male, delle briciole, anche in un momento di crisi economica.

Particolarmente significativa una zoomata sull’area nord della provincia. Qui troviamo in ballo il rinnovo dell’autorizzazione alla termovalorizzazione (=incenerimento) dei pneumatici da parte di una ex azienda produttiva, la Marangoni, con l’apprezzabile opposizione del Comune di Anagni. Lo stesso Comune dovrebbe a nostro avviso opporsi ad un impianto che desta grande preoccupazione, ancor più che per il processo produttivo inertizzante ceneri pesanti di termovalorizzatore nel gres porcellanato, per il modo in cui saranno effettivamente gestite tali ceneri, ovviamente altamente inquinanti. 70-90 posti di lavoro valgono questo enorme rischio? Segnano forse una discontinuità con le logiche del passato? Tale progetto, proposto da Saxa Gres spa, è stato peraltro bocciato dall’Area Valutazione Impatto Ambientale della Regione Lazio, in quanto incompatibile con la normativa ambientale italiana, salvo rientrare in pista tramite una sperimentazione sotto il controllo (disinteressato?) di un’università, ammessa dalla normativa europea. Sperimentazione auspicata pubblicamente dagli stessi due esponenti politici ricordati sopra. L’associazione Civis ha sottolineato che la società Energia Ambiente srl, che ha recentemente presentato in Regione il progetto di un impianto di biodigestione e compostaggio da circa 84.000 tonnellate annue in zona industriale di Anagni è controllata, come Saxa Gres, dalla stessa holding con sede a Malta. Tutto legale, ma possiamo parlare propriamente di processi produttivi? Evidentemente la mission appare un’altra. Sembra dunque costituirsi de facto nella zona ASI di Anagni un distretto industriale dello smaltimento del rifiuto, vista anche la fresca notizia dell’autorizzazione dell’impianto proposto da Tecnoriciclo Ambiente srl trattante circa 30.000 tonnellate annue di rifiuto, di differenziazione e riciclo (il che non è certo male) e di produzione di Combustibile Da Rifiuto e di Combustibili Solidi Secondari (male, invece, perché funzionale al ciclo dell’incenerimento, magari di Colleferro).
Tutti questi impianti sono largamente superiori ai fabbisogni d’area e provinciali, nell’assenza di una aggiornata programmazione regionale, con scarsa attenzione per lo stesso piano regionale di qualità dell’aria, per non parlare del rispetto che meriterebbe un territorio oggetto di bonifica nazionale. E con ogni probabilità, sulla base di considerazioni puramente statistiche, almeno alcuni di tali impianti regalerebbero tanti elementi di cronaca giudiziaria al futuro, mentre le patologie correlate farebbero per lo più meno clamore.

Senza un nuovo modello di sviluppo, coraggioso, intelligente e lungimirante, non potranno che perpetuarsi le dinamiche del passato, con l’unica sostanziale differenza del tendenziale spostamento dalla produzione industriale ad alto impatto ambientale allo smaltimento dei rifiuti. E gli amministratori, anche quelli più onesti e disinteressati, per non parlare degli altri, si troveranno schiacciati dal diktat di accettare qualche decina di posti di lavoro svendendo il territorio e ogni sua futura prospettiva.
 
Frosinone, 31.01.17
 

Colleferro, la Magistratura apre un nuovo processo sulla gestione dei rifiuti.


COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO
Retuvasa, Comitato Residenti Colleferro, Raggio Verde

Colleferro, la Magistratura apre un nuovo processo sulla gestione dei rifiuti


 
Nel difficile rapporto tra economia, ambiente e salute in materia di gestione dei rifiuti le associazioni locali e i comitati cittadini svolgono un continuo monitoraggio e controllo del territorio per verificare che lo smaltimento avvenga nel rispetto della normativa ambientale e della legalità, soprattutto in questo settore, dove gli illeciti amministrativi e penali intorno al traffico dei rifiuti hanno conseguenze dirette sulla salute di tutti.

Gli enti preposti alla vigilanza, nonostante un preciso e chiaro sistema di regole, non riescono a garantire, con la necessaria assiduità, i controlli ordinari, che andrebbero urgentemente potenziati per limitare le tante e diffuse forme di illegalità, di crimini e delitti ambientali.

L’incertezza della punibilità per le fattispecie di reati ambientali nella nostra regione trova conferma nelle parole del Direttore Generale di Arpa Lazio, Marco Lupo, pronunciate nelle audizioni del 13 ottobre 2016 in Commissione bicamerale sul traffico illecito di Rifiuti e il 15 novembre 2016 in Commissione Ambiente della Regione Lazio: “Mi sembra importante evidenziare un dato che può essere per voi anche oggetto di riflessione: su circa 330 controlli il 50 per cento circa (155 controlli) è a supporto dell'autorità giudiziaria o delle forze di polizia.
 
Proprio la carenza di controlli ispettivi da parte delle Autorità competenti ed il mancato rispetto del sistema delle regole porta, nel dicembre 2014, al sequestro preventivo del centro di trasferenza allestito abusivamente presso la discarica di colle Fagiolara, Colleferro (Rm).
A gennaio 2015  l’allora legale rappresentante della Società “Lazio Ambiente SPA” e il Presidente del Consiglio di Amministrazione nonché rappresentante della società di autotrasporti “Autotrasporti Pigliacelli SPA” con sede a Veroli (Fr), vengono raggiunti da due avvisi di garanzia.
 
I fatti contestati risalgono a febbraio 2014 e sono legati alla stazione di trasferenza allestita nel sito di discarica di colle Fagiolara a Colleferro e autorizzata dalla Regione Lazio per sopperire all’impossibilità di continuare a conferire il cosiddetto rifiuto tal quale dopo l’opposizione al Tar del Lazio di Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro all’ordinanza contingibile e urgente del Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ne permetteva il prosieguo per altri 6 mesi contravvenendo alla Circolare Ministeriale.
Lo stesso Presidente Zingaretti a maggio 2015 era stato ascoltato, come persona informata dei fatti, dal dottor Alberto Galanti, Pubblico Ministero, sostituto procuratore della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma.
 
Contestualmente ai soggetti raggiunti da avvisi di garanzia vengono inviati a processo anche i rappresentanti legali al tempo dei fatti di altre due società di autotrasporti, la “M.ECO.RI.S. SRL” con sede a Frosinone e la “ISOTRAS SRL” con sede a Fiumicino (Rm).
 
Parti offese sono il Ministero dell’Ambiente, il Comune di Colleferro, la Provincia di Roma, la Regione Lazio, le Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco e Raggio Verde e il Comitato Residenti Colleferro.
 
I capi di imputazione per i quali viene richiesto il rinvio a giudizio sono relativi all’art. 110 c.p., per l’art. 260 del Dlgs 152/2006 (attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti) per tutti e quattro i soggetti, mentre per il solo ex rappresentante legale di Lazio Ambiente SpA si aggiunge il reato di cui all’art. 256 comma 1 lettera a) del Dlgs 152/2006 (attività di gestione di rifiuti non autorizzata), reati contestati nel periodo dal 10 settembre 2014 al 18 dicembre 2014.
 
Sono chiamati a rispondere del fatto che venivano effettuate abusivamente operazioni di trasferenza rifiuti all’interno della discarica di Colle Fagiolara, con attività continuative organizzate, i cui ingenti quantitativi, circa 20.000 tonnellate, non risultavano tracciati sul registro di carico e scarico del gestore, prima dell’invio al trattamento presso gli impianti di Rida Ambiente in Aprilia. Dopo il trattamento i rifiuti tornavano nuovamente in discarica a Colleferro, con aggravio dei costi per i Comuni e la Regione Lazio, che si assumeva l’onere economico della differenza.
 
Il processo è nella fase preliminare di accertamento dei reati contestati, ma qualora venissero confermati, l’intera vicenda mette nuovamente in luce non solo l’insufficienza dei controlli da parte delle Autorità preposte, quanto il fatto che l’Amministrazione comunale allora in carica non era a conoscenza di quanto accadeva a differenza di associazioni e comitati!
Senza voler poi insistere sulla circostanza che a Colleferro come in tante altre parti d’Italia si azzardano operazioni poco trasparenti e pretestuose con il movente della “necessità emergenziale”, spesso indotta, che sfociano in illeciti non sempre perseguiti.
 
Oggi, con l’approvazione della legge n. 68 del 2015  sui reati ambientali seppur criticata e accolta senza troppi trionfalismi, la disciplina è stata modificata e sono stati introdotti nuovi delitti a salvaguardia dell'ambiente. Nel codice penale sono state previste pene più gravi rispetto all'attuale sistema sanzionatorio, che puniva tali illeciti prevalentemente attraverso contravvenzioni e sanzioni amministrative previste dal Codice dell'ambiente. Soprattutto sono state introdotte nuove fattispecie di reato oggi perseguibili, come il disastro ambientale, il traffico e l’abbandono di materiale radioattivo, l’impedimento di controllo e l’omessa bonifica.
 
Quello che accade a Colleferro e nel resto dell’Italia mina nelle fondamenta la nostra fiducia nell’operato di quelle Istituzioni che non tutelano la vita e la salute dei cittadini, che è il fine costante della nostra azione.

 
 
F.to:
Retuvasa
Comitato residenti Colleferro
Raggio Verde
 
 
Colleferro, 29.12.2016 
 

Colleferro, ricorso al TAR contro la sopraelevazione della discarica


Comunicato Stampa Congiunto
Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro
 
COLLEFERRO, RICORSO AL TAR DEL LAZIO
CONTRO LA SOPRAELEVAZIONE DELLA DISCARICA

 
Le azioni della Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa) e Comitato Residenti Colleferro (CRC) sulla discarica di colle Fagiolara e sul ciclo dei rifiuti non conoscono sosta: in questi giorni abbiamo notificato tramite i nostri legali un nuovo ricorso al TAR del Lazio contro la Regione che ha deciso la sopraelevazione “provvisoria” di sette metri di una delle colline che formano la discarica (Determina 25 ottobre 2016, N. G11840).

Il pretesto per giustificare tale operazione è sempre e solamente quello dell’emergenza e della provvisorietà. Basti qui ricordare che la discarica è stata aperta nel 1999 con una autorizzazione appunto “provvisoria”.

La sopraelevazione è stata richiesta dal gestore, Lazio Ambiente SpA, e prontamente approvata dalla Regione in tempi record, appena 8 giorni!

In realtà si tratta di rimediare ad una gravissima inadempienza legata al mancato spostamento degli elettrodotti di Terna, ubicati all’interno del sito; non avendoli delocalizzati negli otto anni precedenti, il gestore, prima AGEN.S.E.L. e poi Lazio Ambiente SpA, ha continuato ad abbancare rifiuti fino al limite massimo di sicurezza ed ora deve ricorrere ad una operazione emergenziale.

Secondo la Regione Lazio il quantitativo di rifiuti provvisoriamente abbancati – circa 125 tonnellate al giorno - verrebbero poi rimossi, una operazione di movimentazione che, nel caso venisse davvero eseguita, provocherebbe un forte impatto sanitario ed ambientale!

In questo quadro di irregolarità la Regione continua a rilasciare autorizzazioni dimenticando però di rinnovare l'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), scaduta nel 2007, indispensabile alla regolare coltivazione della discarica.

E’ comunque dovere di una Amministrazione comunale seria e responsabile verso i suoi cittadini contestare la Determina in questione davanti al TAR, prendendo le distanze dai comportamenti politici della Regione.

Nel frattempo la Regione Lazio ha concesso una nuova autorizzazione a Lazio Ambiente SpA per la costruzione di un impianto di trattamento del percolato in seno alla discarica (Determinazione del 1 dicembre 2016, N. G14333), rispetto al quale stiamo valutando un ulteriore intervento giuridico-amministrativo presso il Tar del Lazio.

L’impugnazione di questi atti è per i ricorrenti uno strumento di controllo sulla legittimità dell’operato di tutti i soggetti in causa: intervenire ci permette di entrare nel cuore di questioni sulle quali in passato abbiamo avuto ragione.

Sostenere queste azioni comporta ingenti costi che ci farebbe piacere condividere con la cittadinanza: basterebbe un piccolo contributo economico e sarebbe ancora più utile un aiuto volontario per mettere in campo nuove azioni di mobilitazione.

Il nostro agire in tutte le sedi, in ogni caso, non si fermerà finchè si continuerà a violare palesemente un sistema di regole di diritto che chiediamo valgano per tutti.

Retuvasa (FB colleferroweb, Mail: retuvasa@gmail.com)
CRC (FB Comitato residenti Colleferro, Mail: comitato.residenti@libero.it)
 
Colleferro, 21.12.2016
 

Anagni, dubbi sulla produzione di ceramiche Saxa Gres contenenti ceneri derivanti dalla combustione di rifiuti

 
Comunicato Stampa Retuvasa
 
Produzione di ceramiche contenenti ceneri derivanti dalla combustione di rifiuti, ad Anagni:
non pochi legittimi dubbi

 

Com’è noto, la Società SAXA GRES srl ha acquistato, tramite procedura concordataria con il Tribunale di Frosinone, investendo circa 15 milioni di euro, lo stabilimento ex Area Industrie Ceramiche (ex Marazzi), sito nella zona industriale di Anagni, per riavviare la produzione di materiali ceramici. Stavolta però si utilizzerebbero nella produzione anche le ceneri e le scorie derivanti dai processi di combustione di rifiuti solidi urbani (RSU) e assimilati.

Quando si è appresa tale notizia, è sorto spontaneo un dubbio, che ci sembra legittimo: quale strategia di mercato può aver portato una società ad investire una somma così ingente per riattivare una produzione che aveva portato al fallimento delle precedenti Società, che pur non utilizzavano rifiuti da miscelare nel prodotto finito?

Prima di avanzare ulteriori dubbi, è necessario descrivere sinteticamente i contorni tecnici della questione.

I rifiuti che SAXA GRES intende inserire negli impasti di argilla utilizzati per la produzione di gres porcellanato, sono sostanzialmente di due tipi: 1. ceneri leggere; 2. ceneri pesanti e scorie.

Le ceneri leggere. Questo rifiuto può essere classificato sia come pericoloso, che come non pericoloso, a seconda che contenga o meno sostanze pericolose. Il codice identificativo (CER) riportato nel catalogo europeo (Decisione della Commissione 2000/532/CE del 3 maggio
2000), recepito nell’Allegato D alla Parte IVa del D.lgs. 152/2006, è infatti un cosiddetto CER “a specchio”, che appunto prevede la possibilità di classificare il rifiuto sia come non pericoloso - con CER 19 01 14, “ceneri leggere, diverse da quelle di cui alla voce 19 01 13” - che come pericoloso - con CER 19 01 13*, “ceneri leggere, contenenti sostanze pericolose” (nel catalogo europeo i rifiuti pericolosi sono caratterizzati dalla presenza dell’asterisco alla fine della terza doppietta di cifre).

Le ceneri pesanti e scorie. Anche questo rifiuto può essere classificato sia come pericoloso che come non pericoloso, con codice CER “a specchio”: CER 19 01 12, “ceneri pesanti e scorie, diverse da quelle di cui alla voce 19 01 11”; CER 19 01 11*, “ceneri pesanti e scorie, contenenti sostanze pericolose”.

Per derivazione e composizione, è dunque evidente che i rifiuti in questione sono tutt’altro che esenti da possibili rischi per la salute e per la salvaguardia dell’ambiente, dato che possono contenere sostanze pericolose.

Per classificare correttamente tali tipologie di rifiuto occorrerebbe un’attenta verifica analitica, per appurare appunto la presenza o meno di eventuali componenti pericolosi; le procedure analitiche da attuare sono descritte nella richiamata Decisione 2000/532/CE.

Le verifiche da effettuare, se correttamente ed esaustivamente svolte, sono molto onerose, per cui è avvenuto più volte, in diversi contesti, che qualche laboratorio “compiacente”, restringendo il campo di analisi, abbia “aiutato” le aziende a classificare tali rifiuti come non pericolosi, consentendo così uno smaltimento notevolmente vantaggioso in termini economici, a discapito della tutela dell’ambiente e della salute pubblica.

Ma c’è di più. Le operazioni di “recupero” delle ceneri derivanti dagli inceneritori di RSU sono consentite solamente per le ceneri pesanti qualora classificate come non pericolose (CER 19 01 12) e comunque possono essere effettuate solamente nel rispetto di specifiche condizioni normative.

Nel caso in esame, le procedure attuabili per il recupero di rifiuti non pericolosi sono indicate nel DM 05/02/1998, decreto dedicato in particolare alle specifiche per il recupero di rifiuti non pericolosi in procedura semplificata (ex art. 216 D.lgs. 152/2006), che però rappresenta comunque la norma tecnica di riferimento.

La tipologia di rifiuto non pericoloso, “recuperabile” ai sensi del citato decreto, è dunque rappresentata dalle “ceneri pesanti” CER 19 01 12, come riportato nel punto 13.3.3 dell’Allegato 1 – Suballegato 1. La norma prevede che, in caso sia stata adeguatamente caratterizzata come non pericolosa, una cenere pesante può essere recuperata solamente dai cementifici, mentre non sono contemplate le industrie di prodotti ceramici.

Nel caso di ceneri classificate come pericolose, siano esse pesanti o leggere, la norma di riferimento, il DM 161/2002, non contempla la possibilità di alcuna operazione di recupero.

Le procedure operative di recupero che intende attuare SAXA GRES non trovano quindi applicazione nella norma, ma nonostante ciò - e nonostante la prima “bocciatura” del progetto nel contesto del procedimento di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) presso la Regione Lazio, proprio per le motivazioni sopra esposte - la Regione Lazio ha deciso comunque di percorrere la via sperimentale, emanando la Determinazione n. G13381 del 14/11/2016 (del Direttore della Direzione Regionale Governo Ciclo dei Rifiuti, Arch. Demetrio Carini) ad oggetto: “Pronuncia di Valutazione di Impatto Ambientale ai sensi dell'art. 23 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. progetto Impianto per la produzione di ceramiche con recupero di scorie da termovalorizzazione di RSU presso l'esistente impianto sito in località Selciatella, Anagni, Proponente SAXA GRES srl . Registro elenco progetti n. 54/2014. Modifica in autotutela della determinazione G08462 del 22/7/2016”.

Occorre rilevare che nel sito della Regione Lazio non è reperibile la determinazione G08462 del 22/07/2016, con cui l’Area VIA si esprimeva in merito all’attività presentata da SAXA GRES. È invece reperibile la determinazione G13381 del 14/11/2016, del medesimo Direttore, nel cui dispositivo si legge: “DETERMINA - Per quanto riportato in premessa che integralmente si richiama: di dichiarare concluso negativamente il procedimento per il rilascio della Autorizzazione Integrata Ambientale ex art. 29 ter del D.lgs. 152/2006 di cui all’istanza della SAXA GRES srl P.IVA e C.F. 02806440604 con sede legale ed operativa in loc. Selciatella snc in comune di Anagni (FR), per l’esercizio di una attività di recupero di scorie da termovalorizzatore di rifiuti urbani nell’ambito della produzione di ceramiche.”

Ricapitoliamo. In prima istanza il procedimento di autorizzazione ambientale si conclude in maniera negativa. Poi il progetto, con qualche integrazione, rientra sorprendentemente in pista, bypassando il divieto della normativa attraverso una fase sperimentale monitorata da un’Università.
 
Delineato il quadro tecnico-amministrativo, si possono finalmente riprendere i leciti dubbi lasciati in sospeso, che implicano a loro volta ulteriori domande.

Perché un impianto che dovrebbe produrre dei materiali ceramici di dubbia qualità, in quanto miscelati con rifiuti (anche pericolosi), dovrebbe avere un mercato migliore di un impianto che produceva prodotti ceramici di qualità (o quantomeno non contenenti rifiuti pericolosi), che però è fallito?

Il nuovo prodotto sarà tracciabile con adeguata evidenza, cioè il cittadino che per sua scelta decidesse di acquistare materiale ceramico proveniente da SAXA GRES, sarà adeguatamente informato che tale prodotto contiene rifiuti (anche pericolosi)?

Supponiamo che la composizione del prodotto sia corretta e trasparente. Quale cittadino sano di mente comprerebbe, magari per “piastrellare” il bagno, un prodotto contenente rifiuti pericolosi, anche se venisse proposto a costi notevolmente inferiori a quelli del prodotto “pulito”?

Perché, se la norma non contempla la possibilità di “recuperare” le ceneri e le scorie, soprattutto se pericolose, la Regione Lazio “si lancia” in un’improbabile sperimentazione?

A fronte di tutto ciò, quali benefici effettivi apporterebbe tale produzione alla popolazione della Ciociaria, in particolare di quella che risiede nell’alta Valle del Sacco?

Quanti posti di lavoro durevoli può portare un’azienda del genere?

Non sarà piuttosto che, non potendovi essere un fondato rientro economico assicurato dalla produzione di materiali ceramici, qualcuno è interessato esclusivamente allo smaltimento di ceneri e scorie, anche e soprattutto pericolose, provenienti dagli inceneritori di rifiuti solidi urbani, sparsi in tutta Italia?

Vuoi vedere, allora, che si sta per realizzare, per via traverse, l’ennesima discarica, a martoriare un ambiente e una cittadinanza che da anni continua a subire abusi indiscriminati a causa di scelte strategiche di pianificazione territoriale vantaggiose solo per una ristretta cerchia di beneficiari?

Non è superfluo infine rammentare che un’analoga attività di recupero di rifiuti era già stata attivata nel Comune di San Vittore del Lazio dalla Società LATERMUSTO, che alla fine degli anni ’90 mescolava rifiuti pericolosi nelle argille per produrre mattonelle. La Società, nel fallire, ha lasciato depositate in maniera incontrollata diverse tonnellate di materiale argilloso contaminato, provocando un vero e proprio disastro ambientale, con grave inquinamento di sostanze cancerogene nei terreni e nelle acque di falda, a tutt’oggi persistente.

Anagni, 17.12.16
 

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