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Retuvasa preannuncia esposto sui fatti avvenuti in località "Casa Ripi" a Colleferro

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Comunicato Stampa

      Retuvasa preannuncia esposto sui fatti avvenuti in località “Casa Ripi” a Colleferro ed esprime le sue valutazioni sulla vicenda

Ancor prima che i fatti in questione fossero di dominio pubblico, Retuvasa stava già raccogliendo elementi probatori su quanto si configura come una delicatissima vicenda ambientale e sociale. Gli stessi che, valutata ogni implicazione ambientale e tecnico-legale, metterà a disposizione della Procura di Velletri tra qualche giorno.

Nel frattempo, è ormai opportuno anche per la nostra associazione esprimere valutazioni sul caso.

In primo luogo, l’incredibile vicenda di cui solo alcuni stralci sono giunti ai media, solleva alcuni inquietanti interrogativi, che possono configurare gravi ipotesi di reato.

Per anni, pecore destinate all’alimentazione umana potrebbero aver pascolato in terreni quantomeno prossimi a siti industriali verosimilmente ad alta contaminazione. Per anni, la carne di questi animali potrebbe essere entrata nel ciclo alimentare, eludendo i controlli veterinari previsti entro l’azienda e nei macelli.

Nell’attesa della definitiva chiarezza sui fatti in questione, il condizionale è d’obbligo, ma l’angoscia pure. L’angoscia di tanti cittadini che si stanno interrogando su dove siano finiti quei prodotti contaminati. E dire questo non significa creare allarmismi, ma guardare in faccia la realtà.

D’altra parte, riteniamo che sia fuorviante estendere indiscriminatamente i contorni del caso.

Pur stigmatizzando un atteggiamento che ci sembra prevalentemente negazionista nel sindaco di Colleferro (la sua linea sarà comunque più chiara nel corso del consiglio comunale straordinario che ha opportunamente convocato per domani), dobbiamo una volta tanto riconoscere che su un punto ha perfettamente ragione. Ha ragione nell’insistere che non c’è alcun legame diretto e oggettivo tra l’inquinamento di “Casa Ripi” e quello legato all’emergenza da beta-HCH del fiume Sacco.

Sembra che i terreni in cui hanno pascolato gli animali del Sig. Raimondo Fadda siano quantomeno contigui a un nucleo che rappresenta un’estensione del Comprensorio industriale da Valle verso la zona denominata 3C – Centro prove e collaudi. Il sig. Fadda abita in loco a circa 100 mt. dall’ingresso del 3C. Certo è importante verificare l’eventuale impatto della presunta contaminazione sulle falde acquifere in tale area, ma con il Sacco non pare esserci alcun collegamento.

Non si può dunque valutare l’efficacia o meno della bonifica della Valle del Sacco sulla base di quanto ora si scopre ad alcuni chilometri di distanza dal fiume. Diversi con ogni probabilità gli inquinanti in gioco. Diversa la dimensione del fenomeno, circoscritto e puntuale nel caso in questione, diffuso, in quanto degradante da Colleferro a Falvaterra, per il beta-HCH.

Legittimo casomai chiedersi se le criticità della Valle del Sacco si possano risolvere solo risanando il Fiume Sacco dal beta-HCH, questione che abbiamo noi stessi sollevato più volte.

Ma la confusione non fa bene a nessuno. E nostro avviso, rischia di fare soprattutto il gioco di chi vuole screditare l’agrozootecnia in blocco per promuovere in sua vece progetti industriali, edilizi e infrastrutturali ad alto impatto ambientale e ad alto consumo di suolo. Un copione visto più volte, anche nella Valle del Sacco.

Vogliamo invece difendere la credibilità di migliaia di aziende agricole sane e ipercontrollate, e in questo siamo vicini a quanto espresso dal presidente della Confederazione Italiana Agricoltura di Frosinone, Mario Mancini. Ma come egli stesso nota, al di là di un caso come il presente, dai contorni che hanno dell’incredibile, la guardia va tenuta altissima nei confronti di altre potenziali “zone grigie” che sfuggono ad ogni controllo. E non solo a Colleferro.

A nostro avviso poi gli “effetti di sistema” non vanno ricercati verso il Sacco, ma in un’altra direzione, quella della mancata caratterizzazione delle aree del comprensorio industriale di Colleferro.

Paradossalmente, mentre il Sito di Interesse Nazionale della Valle del Sacco è in base ai dati Ispra 2008 il più esteso d'Italia, insieme a quello sardo del Sulcis Iglesiente Guspinese, non si dispone ancora di una caratterizzazione del comprensorio industriale di Colleferro, la “madre” dei distretti industriali che nel corso di decenni hanno progressivamente inquinato la terra, le acque e l’aria della Valle del Sacco. Manca ancora per le secretazioni delle aree produttive di rilevanza militare, in vigore ai sensi del Decreto Regio dell’11 Luglio 1941 n. 1161, “Norme relative al segreto militare”. Ma basta leggere qualche passo del Libro bianco del FULC del 1977, ormai storico ma incredibilmente attuale, per rendersi conto che un piano di bonifica integrale del nostro comprensorio dovrebbe prevedere una rigorosa ricostruzione storica degli eventi che si sono succeduti nel tempo su questi terreni, dando voce anche al personale che vi lavorava e che all’epoca, per paura di perdere il posto di lavoro, doveva tacere. In Appendice riportiamo un esempio evidente di quanto affermiamo.

Ecco dunque che possiamo essere d’accordo su un altro punto con il nostro sindaco: la radice di tutti i mali risale agli anni ’60. Ma al momento non ci sembra che egli abbia una leonina e lucida determinazione nel trarre le debite e strutturali conseguenze di questa sua affermazione.

 

Colleferro, 02.02.11

Ufficio Stampa Retuvasa
 

Appendice
dal Libro Bianco del FULC, "Indagine sull'ambiente di lavoro alla SNIA di Colleferro", a cura del Consiglio di Fabbrica, Federazione Unitaria dei Lavoratori Chimici Provinciali di Roma - CNR Reparto Ambiente del TBM, 1977.

Pag. 34: (riguardo alla sezione chimica dell'anidride ftalica) “Le peci che si raccolgono dal fondo della prima torre vengono scaricate a mano ogni mattina e infustate in recipienti sporchi di altre sostanze di natura sconosciuta che al momento del travaso reagiscono violentemente. I fusti sono inviati al "campo spazzatura" [zona industriale di Colleferro, direzione Artena] dove sono bruciati insieme agli altri residui di lavorazione […]”.

Colleferro, 02.02.11

Ufficio Stampa Retuvasa

AllegatoDimensione
CS_Retuvasa_Colleferro_Caso Fadda_02.02.2011.pdf50.11 KB

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