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GAIA, la sentenza della Corte dei Conti

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Comunicato Stampa Rete per la Tutela della Valle del Sacco 
  
Esemplare la condanna della Corte dei Conti con ordinanza n.428/2012 del 13 marzo scorso e pubblicata sul sito, di coloro che hanno amministrato il consorzio GAIA prima del suo commissariamento. Ordinanza trasmessa al Ministero dell’economia e delle finanze ed alla Cassa Depositi e prestiti, nonché all’attuale  amministratore dott. A.Lolli.

I reati accertati sono:                                        
 

A - Distrazione di mutui concessi dalla cassa depositi e prestiti dalla loro destinazione.
B – Stato di insolvenza del Consorzio Gaia e danno alla Cassa DD.PP. e all’Erario dello Stato.
C – Perizia di stima del dott. Frasca. in occasione della trasformazione del Consorzio in S.p.A..
D – Fatti gestori illeciti che hanno concorso a determinare lo stato di insolvenza del Consorzio.
E – Operazioni contrattuali fittizie e spese di carattere personale.
 
Le somme erogate, circa 15 milioni di euro,  a titolo di mutui risultano non essere state spese e dunque di ignota destinazione; altre somme erogate dalla Cassa Depositi e Prestiti, circa 20 milioni, e dal  Ministero dell’Economia e delle Finanze, circa 150 milioni di euro, non sono recuperabili a seguito della messa in stato di amministrazione straordinaria del Consorzio.
Grave quanto è avvenuto anche a riguardo delle valutazioni di stima dei valori patrimoniali del Consorzio nel passaggio in SPA in quanto preordinate ad occultare lo stato di insolvenza e contribuendo così a rendere possibili ulteriori danni.
Più precisamente, si afferma nell’atto di citazione, “l’attività degli amministratori si è rivolta a trarre illecito profitto personale per se stessi e per terzi, a danno dei Comuni consorziati e delle collettività destinatarie dei servizi affidati al Consorzio Gaia. L’effettiva natura e finalità dell’attività degli amministratori è stata celata attraverso false rappresentazioni della realtà finanziaria e patrimoniale del Consorzio.
I fatti di gestione si riferiscono ad una serie di acquisizioni quali la Sari SPA, Femasud SRL, Azienda Agricola Ecofarm, nonché per una porzione dell’edificio denominato “Il Cubo”.
Ci soffermiamo su questa ultima operazione finanziaria in quanto il Consorzio ha versato ben 1,5 milioni di euro a titolo di caparra, persa successivamente per non aver stipulato un contratto definitivo.
Altre operazioni contrattuali fittizie sono state riscontrate fra il Consorzio Gaia e la sua controllata Mobilservice s.r.l. volte a determinare indebite uscite di bilancio accertate dai verificatori dell’Agenzia delle entrate per un ammontare complessivo di circa 4 milioni di euro.
Per chiudere anche pagamenti di parcelle di avvocati assunti a difesa personale sono stati inseriti sul conto del Consorzio per un ammontare di 27 mila euro.
 
Il principale artefice di tutte queste attività illecite viene riconosciuto nella persona di Roberto Scaglione ex Presidente del Consorzio dei Comuni Gaia dal 1997 al 2004,  già condannato da un’altra sentenza ordinanza della Corte dei Conti n. 339/2011 del 15.2.2011 al pagamento di 1.000.000 di euro a Mobilservice [ndr gestore di uno dei due inceneritori di Colleferro] con “riferimento a imputazione concernente reati di truffa ai danni della pubblica amministrazione e corruzione, per comportamenti tenuti nelle vicende dell’appalto per la realizzazione di un impianto di termovalorizzazione in Colleferro (Provincia di Frosinone) e del contratto di fornitura di pezzi di ricambio per lo stesso impianto di termovalorizzazione.”, oggi condannato a risarcire circa 211 milioni di Euro di cui gran parte alla Cassa Depositi e Prestiti e al Ministero dell’Economia e delle Finanze e in misura inferiore al Consorzio Gaia.
 
La Corte dei Conti ritiene responsabili anche il Direttore Generale Livio Fantei e il Direttore di Gestione Pinuccio Colleo in solido con Scaglione in quanto concorrenti nell’illecito e condannati rispettivamente a risarcire circa 37 milioni di euro e 38 milioni di euro.  
 
Inoltre attribuisce una responsabilità agli amministratori Ruggeri Loreto e Luigi Sposi per non aver esercitato il potere di controllo che gli competeva per la carica ricoperta, condannati entrambi a risarcire in via sussidiaria circa 13 milioni di euro.
 
Anche se in misura inferiore la Corte ha condannato coloro che rivestivano la carica di Sindaco o Revisore dei conti, Ciaschi Alberto, Papaleo Mattia e De Cinti Maurizio per non aver usato penetranti poteri ispettivi che potevano consentire loro di far emergere le anomalie di gestione, e condannati rispettivamente in via sussidiaria a risarcire 310.000 Euro.  
 

In ultimo la condanna al consulente dott. Domenico Frasca per aver redatto e asseverato con giuramento la stima del patrimonio nel passaggio da Consorzio a SPA e condannato a risarcire 300.000 Euro.
 
A questo punto giungiamo al nocciolo di tutta questa storia, la prima di altre che sicuramente verranno a galla durante gli altri processi in corso e che interessano la gestione dei rifiuti a Colleferro.
Ci si domanda chi può aver permesso la gestione fallimentare di un consorzio che attingeva costantemente alle casse pubbliche senza dover rispondere in tempo reale del suo comportamento e quante siano state le distrazioni delle amministrazioni locali che pure potevano e dovevano esercitare una funzione di supervisione e controllo essendo di fatto le proprietarie dell’azienda pubblica.
Segnaliamo ad esempio che il Comune di Colleferro, possessore all’epoca dei fatti del 13% di quote del Consorzio, già nel 2007 maturava un richiamo sempre dalla Corte dei Conti, relativamente al bilancio di previsione comunale dello stesso anno.
La Corte invitava l’amministrazione a controllare i conti delle sue aziende partecipate e quindi anche del Consorzio in quanto, già al 2005 era stato accertato uno stato debitorio di circa 92 milioni di Euro. Quindi risultava necessario che il comune stesso prendesse provvedimenti al fine di rientrare nei termini degli obiettivi generali di finanza pubblica. Di fatto il Consorzio già era in fallimento ed è stato tenuto in piedi aggravando ulteriormente la sua posizione debitoria riportata dal Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 2 agosto 2007 che attestava un debito di circa 330 milioni di euro.
Da questi passaggi è evidente che nel 2007 la Corte dei Conti ha potuto esaminare i bilanci del 2005, ma da quanto emerge dai documenti del Ministero nello stesso anno del pronunciamento, il passivo era molto più alto.
 
La conclusione che ci appare logica è che risulterà improbabile il recupero di cifre così elevate e che un sistema del ciclo dei rifiuti basato su incenerimento, discariche e interessi economici è stato sostenuto anche da interessi privati e politici, come si evince da alcuni passaggi in audizione della Commissione Bicamerale sul traffico illecito di rifiuti, che potrebbero aver contribuito a possibili tornaconti impedendo di fatto a noi cittadini di essere informati, coinvolti e partecipi delle scelte.
 
Oggi dobbiamo impedire che le nuove operazioni finanziarie come la creazione di una società promossa dalla Regione Lazio, Lazio Ambiente SPA, siano l’ennesima proposta di un carrozzone pubblico-privato-politico, incapace di gestire il settore rifiuti in modo virtuoso sia sotto il profilo economico che ambientale e che non lasci macerie e ipoteche sul futuro del nostro territorio.
 
 
Colleferro, 23.05.2012
 
Ufficio Stampa Retuvasa

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