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Regione Lazio

Bonifica Valle del Sacco in fermo amministrativo


Comunicato Stampa Rete per la Tutela della Valle del Sacco

La bonifica della Valle del sacco è in fermo amministrativo.
 
 
A che punto è l’azione di bonifica della Valle del Sacco, in particolar modo l’azione che interessa il Comprensorio Industriale di Colleferro, epicentro dell’Emergenza socio-ambientale dell’area?  
 
Si vuole ricordare la questione della “riclassificazione” del Sito di bonifica di Interesse Nazionale (SIN) Valle del Sacco, più che discutibilmente operato dal Ministero dell’Ambiente nel gennaio 2013, contro cui sono ricorsi al TAR Legambiente e la Regione Lazio, con l’intervento ad adiuvandum di Retuvasa depositato nei giorni scorsi. 

A seguito dell’emissione dell’Ordinanza di Protezione Civile n. 0061 del 14 marzo 2013 è stato incaricato, di continuare ed ultimare l’azione di bonifica, l’ex Direttore del Dipartimento Istituzionale e Territorio Dr. Luca Fegatelli. Si è appreso dagli organi di stampa che il 9 gennaio il dirigente della Regione Lazio è stato coinvolto, ed è tuttora agli arresti domiciliari,  nell’inchiesta sul sistema Cerroni relativo alla gestione dei rifiuti nella Capitale e dintorni.
Ci risulta che nessuno altro in questo momento sia stato incaricato al suo posto.

L’ex Ufficio Commissariale sta ugualmente proseguendo le attività di bonifica limitatamente all’ordinaria amministrazione, ovvero senza poter contare sul soggetto istituzionale deputato all’approvazione degli interventi, alla trasmissione di atti e crediamo anche alla liquidazione di fatture relative ad appalti in corso e forniture. E’ plausibile che l’Ufficio si trovi in una sorta di limbo, con le attività di bonifica programmate e in attesa di essere sbloccate, nonostante i fondi siano a sua disposizione. Nutriamo, inoltre, forti dubbi in merito alla capacità della Regione Lazio di riuscire ad assicurare una pronta ed efficace prosecuzione di processo per propria natura lungo e complesso, tenendo conto degli strumenti tecnici e normativi a sua disposizione e dovendo necessariamente coordinare l’azione di diversi assessorati e dipartimenti.
 
Un esempio è la gara di appalto europea per l’altro sito di stoccaggio definitivo dei rifiuti tossici, ARPA2, predisposta dall’Ufficio ex commissariale e che supponiamo abbia subito un forte rallentamento in quanto, ad oggi, nessuno si prende la responsabilità di firmare gli atti necessari per la pubblicazione del bando.
 
Ancor più grave è ciò che riguarda i pozzi di barrieramento idraulico delle MISE (Messa in Sicurezza d’Emergenza) relativi al sito di stoccaggio definitivo dei rifiuti provenienti dalle attività di bonifica del sito ARPA1 e Benzoino. Infatti in sede di Conferenza dei Servizi del 30 ottobre 2012 era stato richiesto che i soggetti privati proprietari delle aree, dove insistono le MISE e lo scarico nel depuratore consortile delle acque emunte dai pozzi appositamente costruiti, provvedessero alla richiesta delle autorizzazioni, di competenza della Provincia di Roma. Ad oggi ci risulta che quest’ultima continui a procrastinare tale pratica, senza rendere noto pubblicamente le motivazioni.
 
Le due situazioni congiunte stanno determinando a nostro avviso un’ inerzia amministrativa che paralizza di fatto l’attività di bonifica e non ne garantisce la continuità che le procedure di  commissariamento e le competenze di cui l’Ufficio Commissariale è dotato, hanno permesso negli anni. Continuità che riteniamo essenziale, nonostante in passato abbiamo sottolineato dubbi su alcuni passaggi dirigenziali relativi ad alcune attività.
 
La paralisi del processo decisionale, oltre a bloccare gli interventi programmati da tempo, potrebbe aggravare la situazione di rischio per le falde sotterranee. Si pensi, ad esempio, ai potenziali effetti delle piogge intense ed insistenti che per settimane hanno investito il nostro territorio.  
Gli acquiferi a rischio di contaminazione costituiscono da sempre un problema e le ultime opere di barrieramento idraulico, con quindici pozzi per la falda più superficiale e tre pozzi per la falda più profonda, dovrebbero metterli in sicurezza sostituendo precedenti opere provvisorie.
 
Pertanto la situazione di rischio per l’ambiente e per la salute dei cittadini risulta per noi intollerabile, nonostante il rifinanziamento da parte dell’Ufficio ex commissariale del monitoraggio sulla salute della popolazione con la relativa estensione del campione di cittadini, sulle acque del fiume Sacco e sulle MISE.
 
E’ inaccettabile che dopo quanto accaduto ci si trovi di fronte ad una situazione del genere, con rimpalli amministrativi tra i diversi soggetti istituzionali, Ministero, Regione, Provincia,  mentre i cittadini tenuti all’oscuro, potrebbero trovarsi nuovamente a pagarne le conseguenze.
 
CHIEDIAMO, oltre ad una immediata ripresa amministrativa delle attività dell’Ufficio ex commissariale per il prosieguo delle attività di bonifica, che la prossima Conferenza di Servizi, preceduta da una esauriente attività di informazione, si tenga a Colleferro dove i rappresentanti degli Enti convocati rendano conto pubblicamente delle loro azioni e dei compiti futuri di cui sono responsabili singolarmente e congiuntamente onde evitare che si possa ritornare alla inerzia amministrativo - politica avuta fin dagli anni 70 e durata fino al 2005.
 
 
Valle del Sacco, 28  febbraio 2014
 

DISCARICA DI COLLEFERRO, NO DELLA REGIONE AI RIFIUTI INDIFFERENZIATI


COMUNICATO STAMPA

Rete per la Tutela della Valle del Sacco e Comitato Residenti Colleferro

Bloccato il conferimento di tal quale nelle discariche del Lazio, si accellera  sui TMB?
 
 

Accogliamo con prudenza e cautela la notizia che il 4 febbraio la Regione Lazio ha diffidato la società Lazio Ambiente spa dal ricevere presso la discarica di Colle Fagiolara, Colleferro, il conferimento di rifiuti tal quale da parte di 29 Comuni laziali, che saranno dirottati - presumiamo - presso impianti regionali di TMB.

Non sono noti i motivi di urgenza per i quali la Regione abbia deciso solo ora di applicare la Circolare del Ministero dell’Ambiente, che risale al 6 agosto 2013, con la quale il conferimento indifferenziato venivano dichiarato illegale, senza il preventivo pretrattamento meccanico, mentre sono intuibili le ragioni per le quali la Regione ha presentato una diffida contro la sua società Lazio Ambiente SPA, di proprietà regionale.
La classe dirigente della Regione non è stata in grado negli ultimi venti anni di adottare una vera politica dei rifiuti e di programmare un piano di intervento; tenta ora di affrontare la grave situazione ambientale ricorrendo allo strumento della diffida, perdendo sei mesi di tempo.

Da agosto le Associazioni ambientaliste del territorio, i Comitati ed i Cittadini hanno chiesto ai vari livelli di governo con esposti, denunce, segnalazioni ed istanze l’immediata applicazione della suddetta Circolare e denunciato alla Magistratura ed alla Corte dei Conti, oltre che agli Enti preposti al controllo, la mancata applicazione della Circolare Orlando, senza che gli organi politico-amministrativi regionali (Regione, Provincia, Comune) prendessero provvedimenti.
 
Attendiamo di conoscere e approfondire i motivi della decisione del Presidente Zingaretti di procedere alla chiusura simultanea delle discariche su tutto il territorio di sua  competenza, ma allo stato attuale la loro chiusura non ci tranquillizza, ed anzi ci preoccupa l’assenza di informazioni circa gli impianti di pretrattamento a cui ragionevolmente si sta facendo ricorso, in quanto sono a tutti note le dinamiche create ad arte per rendere le situazioni emergenziali e giustificare il ricorso a decisioni in un contesto ordinario inaccettabili.
 
In molti siti di discarica, come quello di Colleferro, sono stati avanzati progetti per la realizzazione di impianti di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), contestati dalle Associazioni ed osteggiati dai Comitati in quanto non rispondenti alle Direttive Europee sulla gerarchia dei rifiuti.
E’ forte il timore che si voglia provocare l’ennesima emergenza per accelerare l’iter autorizzativo degli impianti di TMB, tale da giustificare il ricorso a deroghe - strumento già sperimentato e abusato in passato -  per superare in questo modo la contrarietà delle Associazioni ambientaliste.
 
Le discariche e tutta l’impiantistica correlata devono rispondere alle normative in vigore ed il ciclo dei rifiuti, ora più che mai, ha bisogno di una ristrutturazione radicale che non può essere operata attraverso una incontrollata semplificazione dei procedimenti amministrativi sotto l’eventuale pressione emergenziale.

Necessario quindi che la Regione Lazio attui immediatamente una politica gestionale in controtendenza con il passato, vada avanti con il blocco dei conferimenti di indifferenziato nelle discariche, proceda con sanzioni amministrative verso i Comuni che non raggiungono gli obiettivi di raccolta differenziata, promuova una campagna seria sulla riduzione a monte dei rifiuti, avvii la fase necessaria per la chiusura del ciclo con centri di riciclo e impiantistica per la lavorazione delle materie separate.
Questa ultima fase, naturalmente, a totale gestione pubblica.

 
 
Colleferro, 7 febbraio 2014
 

IMPUGNAZIONE DECRETO COMBUSTIBILI SOLIDI SECONDARI



 

COMUNICATO STAMPA
 
“Le associazioni Raggio Verde, Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Forum Ambientalista  impugnano il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui Combustibili Solidi Secondari”
 
Le associazioni Raggio Verde, Rete per la tutela della Valle del Sacco, Forum Ambientalista in data 13 maggio 2013, hanno impugnato il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui Combustibili Solidi Secondari. Il decreto stabilisce quando i Combustibili Solidi Secondari (CSS) cessano di essere qualificati o qualificabili come rifiuti per poter essere utilizzati come combustibile in impianti come i cementifici, in luogo o in aggiunta dell’attuale alimentazione di tipo fossile.
Con successivo decreto, anch’esso impugnato dalle associazioni, il Ministero ha anche ritenuto di integrare i poteri conferiti al Commissario Sottile per l’emergenza ambientale della Provincia di Roma, il quale potrà, anche d’ufficio, autorizzare gli impianti di Trattamento Meccanico Biologico della Provincia di Roma a produrre il CSS che può essere utilizzato anche in impianti che attualmente utilizzano  CDR, come gli inceneritori.
 
Nella redazione di tali decreti, il Ministero dell’Ambiente sembra aver voluto più perseguire l’obiettivo di trovare una soluzione all’emergenza rifiuti e favorire impiantistica di per se alquanto pericolosa e dannosa per la salute, piuttosto che introdurre norme che regolino in maniera stringente la produzione e l’utilizzazione di CSS-Combustibile, non rispettando oltremodo la gerarchia dei rifiuti imposta dalle direttive europee.
 
Basti pensare che la cessazione di qualifica del CSS come rifiuto è determinata da un’autocertificazione dello stesso produttore di conformità della classificazione (vale a dire –tra l’altro- delle percentuali di mercurio e cloro) del suo prodotto alle norme UNI e che solo per un mese il produttore deve conservare il campione relativo a tale “autocertificazione”. Inoltre il produttore deve effettuare un esame sulla specificazione (composizione per metalli pesanti, ecc..) del CSS-Combustibile per lotto e se accerta la non conformità del prodotto, non è nemmeno tenuto a verificare la specificazione dei sottolotti che compongono il lotto.
 
L’assenza di controlli efficaci sulla produzione del CSS-combustibile espone ed esporrà l’ambiente e la salute pubblica a danni ulteriori, se solo si considera che la produzione e l’utilizzo del CSS-Combustibile sprigiona metalli pesanti e diossine talora superiori agli ordinari combustibili fossili.
 
Il nostro appello si rivolge a tutti i cittadini attivi sul suolo nazionale e nella Regione Lazio, a partecipare ad adiuvandum al ricorso proposto, contattando per informazioni l’avvocato Vittorina Teofilatto al 3389213916.
 
Roma, 15.05.2013
 
Raggio Verde – 338.9213916 - raggioverdenazionale@gmail.com
Rete per la Tutela della Valle del Sacco - 335.65.45.313 - retuvasa@gmail.com  
Forum Ambientalista -  06.45.44.99.48 - posta@forumabientalista.org
 

CLINI CONVERTE LA VALLE DEL SACCO DA SITO DI INTERESSE NAZIONALE A REGIONALE


COMUNICATO STAMPA RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

 
Il DL del Ministero dell’Ambiente, a firma Corrado Clini, in attesa solo della pubblicazione sulla Gazzetta  Ufficiale, declassa i Siti di bonifica di Interesse Nazionale (SIN) “Bacino del fiume Sacco” (ex DPCM 19 maggio 2005 e L. 2 dicembre 2005, n. 248, art. 11 quaterdecies, comma 15) e “Frosinone” (ex DM Ambiente 18 settembre 2001, n. 468) a Siti di Interesse Regionale (SIR), insieme a un terzo degli attuali SIN presenti sul territorio italiano.
In primo luogo, va sottolineato che tale processo, al solito, si compie “dall’alto”, senza coinvolgere i portatori di interesse locali, e in particolare le associazioni ambientaliste.

Dichiara al proposito Alberto Valleriani, presidente RETUVASA: “È sconcertante che provvedimenti di tale rilevanza si apprendano per vie traverse attraverso il Web e non, nei tempi e nei modi dovuti, dalle istituzioni, che peraltro non hanno mai dato alle associazioni veri segnali di condivisione, per non parlare della trasparenza e della completezza informativa sullo stato dei SIN”.
Ma su quali fondamenti poggia la conversione dei SIN in questione in SIR, e quali conseguenze dovrebbe comportare?
La risposta richiede considerazioni piuttosto articolate e precisi riferimenti tecnici e normativi.

Spiega Francesco Bearzi, coordinatore RETUVASA Frosinone: “Ad un primo esame della normativa, l’impatto sembra chiaro: una sostanziale dequalificazione, per cui diversi SIN, non più considerati in possesso dei requisiti prescritti, passano sotto la responsabilità diretta delle Regioni, le quali avrebbero potuto opporsi al provvedimento. Nel nostro caso, la Giunta Polverini non l’ha fatto, con nocumento dell’interesse pubblico”.
“Tuttavia per i SIN che ci riguardano, Valle del Sacco e Frosinone, la valutazione della mancanza di tali requisiti appare assolutamente discutibile e appellabile. Infatti i nuovi criteri per la definizione dei SIN previsti dall’art. 36 bis della L. 7 agosto 2012, n. 134, che integra quelli stabiliti dall’art. 252 del D. Lgs. 152/2006, dovrebbero includere a pieno titolo a tutt’oggi entrambi i SIN in questione. In particolare, ma non solo, ammesso e non concesso che l’emergenza socio-economico-ambientale dichiarata dal DPCM 19 maggio 2005 possa dirsi completamente rientrata, entrambi i SIN condividono la situazione prevista dall’art. 36 bis, comma 2, punto f bis della succitata L. 134/2012, ovvero la presenza, attuale o storica, di impianti chimichi integrati.

[Gli impianti chimici integrati sono definiti dal DPCM 377/88, art. 1, come ‘impianti per la produzione su scala industriale mediante processi di trasformazione chimica di sostanze in cui si trovano affiancate varie unità produttive funzionalmente connesse fra di loro per la fabbricazione di prodotti chimici organici di base, per la fabbricazione di prodotti chimici inorganici di base, per la fabbricazione di fertilizzanti a base di fosforo, azoto, potassio (fertilizzanti semplici o composti), per la fabbricazione di base di fitosanitari e biocidi, per la fabbricazione di prodotti farmaceutici di base mediante procedimento chimico o biologico, per la fabbricazione di esplosivi’].

Notoriamente la Valle del Sacco è ed è stata interessata da queste situazioni. Ma il problema di fondo - prosegue Bearzi - è un altro. Nonostante la maggior parte del SIN “Bacino del fiume Sacco” ricada sul territorio di Frosinone, da Anagni a Falvaterra, non si è compiuta la saldatura di questo SIN con quello di “Frosinone”, riconoscendo dunque l’opportunità di un’azione normativa strutturale volta alla risoluzione delle criticità ambientali dell’intera Valle del Sacco, foriera di adeguate risorse e di interventi di respiro europeo”. Il SIN “Bacino del fiume Sacco” è stato definito inizialmente per la presenza di beta-HCH nelle acque e nel sedimento del fiume Sacco, quello di “Frosinone”, in sé di rilevanza forse più modesta, per la disseminazione di depositi di rifiuti solidi urbani (ex discariche). A prescindere dall’incompletezza delle relative azioni di bonifica, il grave vizio metodologico che abbiamo in più occasioni denunciato consiste nel non riuscire ad andare “al di là del proprio naso”, non collegando i due SIN a un inquinamento ancora più grave e strutturale, quello di tutte le aree produttive e soprattutto ex produttive, presenti ad esempio a Colleferro, Anagni/Paliano, Frosinone, Ceccano, Ceprano. Ciò avrebbe richiesto l’istituzione di un SIN a sé, in aggiunta agli altri due, o ancor meglio la saldatura di tutte le situazioni in oggetto in un unico SIN “Valle del Sacco”. Peraltro, tale opportunità comincia a risultare, ad esempio, dalla Convenzione stipulata tra Ministero dell’Ambiente, Regione Lazio e ARPA Lazio che, avviata la sub-perimetrazione del SIN “Bacino del fiume Sacco”, ha prodotto nel giugno 2011 una Carta dei siti censiti potenzialmente contaminati che registra un numero del tutto incompleto ma estremamente significativo di aree industriali ancora in attività, aree soggette a rischio di incidente rilevante, attività estrattive e minerarie, discariche autorizzate e non autorizzate, ecc. Ed è appena il caso di ricordare, ad esempio, la presenza del’ex Cemamit di Ferentino (rilevante tra l’altro per il riconoscimento del SIN in base alla L. 134/2012, art. 36 bis, comma 2 bis)”.

Si tratta dunque non solo di riconsiderare la conversione dei due SIN in SIR, non giustificata dalla stessa normativa di riferimento del DL Clini, ma di avviare un processo di più ampio respiro, che riconosca la criticità ambientale dell’intera Valle del Sacco in termini da non dequalificare l’attività agricola ancora fiorente in alcune aree sane o anche integre e di pregio, e di promuovere, con fondi nazionali ed europei, la parziale riconversione dell’attività industriale in termini di risanamento ambientale e green economy. E qui non possono non essere ricordati l’ODG  proposto da Angelo Bonelli nel febbraio 2011 e approvato dal Consiglio regionale, volto a dichiarare la Valle del Sacco area ad alta criticità ambientale, lasciato poi cadere dalla Giunta Polverini; il Master Plan ‘Progetto per la valorizzazione strategica della Valle del Sacco’ proposto dalla Fondazione Kambo alla fine del 2010, caduto purtroppo anch’esso nel vuoto, il convegno tenutosi a Colleferro lo scorso novembre con la partecipazione di Hanns-Dietrich Schmidt, responsabile relazioni internazionali del distretto della Ruhr, organizzato da RETUVASA e Gruppo Logos per rilanciare la Valle del Sacco adattando al territorio il ‘modello Ruhr’.

È bene chiarire - conclude Bearziche in base al DL Clini, art. 2, commi 1 e 4, il Ministero dell’Ambiente ovviamente manterrebbe gli impegni economici in corso, e potrebbe anche stipularne di nuovi nel contesto di futuri accordi di programma con le Regioni e gli Enti locali competenti. Ma ciò non toglie che nella filosofia del provvedimento e dei riferimenti normativi a monte prevalga l’intenzione di dismettere competenze governative, e che soprattutto ciò comporti una sostanziale dequalificazione della rilevanza delle aree soggette a bonifica, delegando alle Regioni compiti di coordinamento e di spesa che spetterebbero a istituzioni di livello superiore. Lasciamo ad altra sede riflessioni sullo smantellamento dell’intervento pubblico in ogni ambito e la perdita di autonomia reale da parte delle amministrazioni locali, sotto i vincoli di bilancio, in un quadro di disarticolazione delle politiche di risanamento del territorio”.

Infine - afferma Alberto Valleriani - la situazione dei due SIN della Valle del Sacco appare forse più grave, ma non così diversa da altri, per cui ci giungono segnalazioni da diverse parti d’Italia. Sarebbe dunque opportuno che il Ministero dell’Ambiente riconsiderasse il provvedimento in oggetto, avviando un procedimento partecipativo voluto fortemente dall’Europa, volto a definire, con il contributo delle associazioni ambientaliste territoriali e gli enti locali, una nuova lista dei SIN davvero fondata e funzionale. In ogni caso, siamo pronti a impugnare l’atto con ricorsi sia in ambito giuridico nazionale che europeo, come presumibilmente avverrà anche in altri territori interessati. E premeremo sulla Regione perché sani la propria mancata opposizione al provvedimento. Riteniamo che il tema dovrebbe anche costituire un punto di riferimento programmatico essenziale su cui tutte le forze politiche impegnate in campagna elettorale dovrebbero confrontarsi”.

 
Per completezza, i SIN che il DL Clini trasforma in SIR sono i seguenti:
Abruzzo – Fiume Saline Alento.
Campania – Litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano; Pianura; Bacino Idrografico del fiume Sarno; Aree del Litorale Vesuviano.
Emilia-Romagna – Sassuolo-Scandiano.
Lazio – Bacino del fiume Sacco; Frosinone.
Liguria – Pitelli (La Spezia).
Lombardia – Milano-Bovisa; Cerro al Lambro.
Marche – Basso Bacino del fiume Chienti.
Molise – Guglionesi II.
Piemonte – Basse di Stura.
Sardegna – La Maddalena.
Toscana – Le Strillaie.
Veneto – Mardimago-Ceregnano.
Provincia autonoma di Bolzano – Bolzano.
 
Valle del Sacco, 21 gennaio 2013 

DOPO L'ATTESA BOCCIATURA TAR DEL PIANO RIFIUTI LAZIO, SI FERMI IL DECRETO CLINI


COMUNICATO STAMPA RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO
 
Il TAR accoglie le ragioni degli ambientalisti, della Commissione Europea e della Corte di Giustizia Europea, bocciando il Piano Rifiuti regionale a seguito del ricorso presentato da Verdi, VAS e Forum Ambientalista e in adiuvandum dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa), rappresentata dagli avv. Daniela Terracciano e Vittorina Teofilatto.
           
Va rimarcato che solo la Provincia di Latina si è validamente costituita in giudizio, presentando articolata memoria difensiva. Altre Province e Comuni, contrari al Piano rifiuti, avrebbero potuto rappresentare le loro ragioni nelle sedi opportune.
 
Retuvasa, con la collaborazione dell’Unione Giovani Indipendenti (Ugi), si è fatta portavoce dell’interesse dei cittadini della Valle del Sacco e ha esposto al Collegio Giudicante le pesanti problematiche connesse al ciclo rifiuti nel ns. territorio, compresa la pratica di conferimento dei rifiuti nella discarica di Colle Fagiolara senza alcun previo trattamento. Retuvasa ha inoltre rilevato l’assoluta mancanza di pianificazione da parte della Regione Lazio finalizzata a porre fine a tale pratica illecita, che consentirebbe l’apertura di una nuova procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea. Inoltre è stata stigmatizzata l’assoluta irrazionalità dell’estensione degli ATO, che avevano comportato l’inclusione dei Comuni di Paliano ed Anagni all’ATO di Roma, senza coinvolgere i Comuni interessati e senza considerare minimamente la densità abitativa, che avrebbe dovuto imporre la scorporazione del territorio di Roma da quello dei Comuni della Valle del Sacco.

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