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Regione Lazio

SIN Valle del Sacco, il Ministero dell'Ambiente ricorre al Consiglio di Stato


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

SIN Valle del Sacco, il Ministero dell’Ambiente ricorre al Consiglio di Stato.
Nel frattempo trionfano l’incompetenza e l’inerzia amministrativa.
 
 
Nonostante il nostro prudente scetticismo, le tenui speranze e tutte le dolorose esperienze pregresse, non avremmo mai concepito, a cinque mesi dalla riclassificazione del Sito di Bonifica di Interesse Nazionale (SIN), risultati peggiori di quelli finora conseguiti.
Nella Conferenza dei Servizi di lunedì scorso, 19 gennaio, in cui eravamo presenti come uditori, ARPA Lazio, per conto della Regione Lazio, ha presentato una proposta di perimetrazione preliminare del SIN palesemente incoerente con i criteri previsti dalla normativa.
E non è la prima volta.
Stesso ente e stessa dirigenza tecnica furono responsabili della sub-perimetrazione del SIN precedente, altrettanto incoerente.
Sulla Conferenza di Servizi torneremo nei prossimi giorni fornendo ulteriori elementi di dissenso sull’operato della macchina amministrativa.
 
Da parte sua, il Ministero dell’Ambiente, il 16 gennaio, tre giorni prima della Conferenza di Servizi e in extremis sui tempi tecnico-giuridici, ricorre in appello al Consiglio di Stato, a nostro avviso senza alcun fondamento, contro la sentenza del TAR Lazio sede di Roma n. 7586/2014 che ha annullato il declassamento del SIN operato dallo stesso Ministero, il quale rimane nel frattempo, a pieno titolo, autorità titolare nella gestione del SIN.
 
Tutto ciò - a dispetto, non va dimenticato, della serietà di pochissimi tecnici, isolati e in enorme difficoltà nell’incidere positivamente in un contesto desolante - è il risultato di una sconcertante inefficienza, incompetenza e inerzia amministrativa.
 
La conferenza di servizi ha evidenziato come sia essenziale il ruolo dell’istituzione regionale e degli enti di controllo, nonostante titolare fosse il ministero. Di fronte all’emergenza ambientale della Valle del Sacco - in più con il passaggio da una gestione straordinaria ad una ordinaria - è necessario uno sforzo ulteriore di coordinamento e trasparenza dell’azione di caratterizzazione e bonifica, al contrario di ciò che si è manifestato nella riunione.
Altrettanto necessario è il confronto con normative nazionali che non facilitano certo le azioni di intervento. Per questo è fondamentale l’azione coordinata già svolta dalle associazioni territoriali nei confronti della legge ‘Sblocca Italia’.
 
Le rappresentanze politiche ai vari livelli potrebbero giocare un ruolo fondamentale, mentre agendo senza una strategia ed un progetto, non svolgono una funzione efficace quando non ricadono nella vecchia  logica di tipo clientelare.
 
La perimetrazione del SIN e la definizione dei ruoli che competono alle diverse istituzioni sono due passaggi necessari per far ripartire l’azione di bonifica, anzi delle bonifiche che si affrontano primariamente con la normativa vigente, integrata dai diversi strumenti che la legge offre per risanare i territori.
 
Ci auguriamo nella prossima Conferenza di Servizi del prossimo 12 febbraio di non trovarci nuovamente a dover assistere a una situazione kafkiana come quella da noi appena vissuta. E’ necessario fare sostanziali passi avanti nei lavori di perimetrazione.
 
D’altro canto se il Consiglio di Stato, nei mesi a seguire, dovesse ribaltare la decisione del Tar Lazio, il SIN tornerebbe a competenza regionale e in quel caso ci troveremmo nuovamente nel limbo.
Per questo motivo chiediamo agli enti locali locali di dare un segnale di presenza, partecipando al giudizio in appello, opponendosi al ricorso del Ministero e sostenendo l’assunzione di responsabilità diretta dello Stato nella gestione della bonifica della Valle del Sacco.
 
Per info sul procedimento in appello al Consiglio di Stato contattare:
l’Avv. Vittorina Teofilatto - 3389213916
 
 
Valle del Sacco, 21.01.15
 

Colleferro, sequestro del centro di trasferenza rifiuti


Comunicato Stampa
Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro
 
Colleferro: il NOE sequestra la discarica, i rifiuti restano per strada, quale prospettiva?

 


Il 18 dicembre 2014 il NOE (Nucleo Operativo Ecologico) dei Carabinieri di Roma, dietro richiesta del giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale di Roma, dott. Massimo Battistini, ha disposto il sequestro preventivo del 'centro di trasferenza' all’interno della discarica di Colle Fagiolara, a Colleferro.

Nel nostro comunicato del 14 dicembre scorso avevamo evidenziato l’assenza dell’autorizzazione per il sistema di trasferimento dei rifiuti da Colleferro ad Aprilia; successivamente abbiamo protocollato le nostre osservazioni alla Conferenza di Servizi apposita. Dopo il decreto di sequestro del piazzale di colle Fagiolara, oggi la discarica di Colleferro continua ad essere attiva ed a ricevere anche una parte dei rifiuti pontini, preventivamente trattati presso gli impianti di Aprilia (vista l’imminente fine vita della discarica Indeco di Borgo Montello).

Premesso che le amministrazioni comunali e regionali intendono regolarizzare la situazione di illegalità, rilasciando a breve le necessarie autorizzazioni, è necessario ricostruire le decisioni e gli interventi che hanno portato a questa situazione.

Dal 10 settembre 2014 - dopo il ricorso al TAR Lazio di Retuvasa e Comitato residenti Colleferro contro la tritovagliatura - la Regione Lazio ha imposto alla sua società, Lazio Ambiente Spa, di non conferire rifiuti ‘tal quale’ a Colleferro, ma di sottoporli al regolare pretrattamento presso il centro di preparazione del combustile derivato da rifiuti (CDR) di Rida Ambiente s.r.l. ad Aprilia. Gli scarti di lavorazione, che non diventano CDR da destinare agli inceneritori, tornano alla discarica.

All'inizio del processo i rifiuti conferiti dai Comun sono stati scaricati dai compattatori in un lotto (già esaurito) della discarica di colle Fagiolara, depositati a terra, caricati nei TIR e trasportati ad Aprilia. Tutta questa attività, che si chiama trasferenza, è stata eseguita illegalmente se non denominata impropriamente “trasbordo”, senza autorizzazione e senza annotazione nei registri di carico e scarico delle quantità provenienti dai Comuni afferenti ad uno dei sub-Ato di Roma.

Come risulta da notizie di stampa, il GIP indaga in concorso, il legale rappresentante di Lazio Ambiente SpA, Vincenzo Conte, e il legale rappresentante della “Autotrasporti Pigliacelli SpA”, Ezio Pigliacelli, raggiunti da avviso di garanzia.
Fino al decreto del 18 dicembre Lazio Ambiente SpA ha operato nell’illegalità, sia quando eseguiva la mera tritovagliatura dei rifiuti, sia quando svolgeva attività di “trasferenza”, senza autorizzazione, situazione di cui la Regione Lazio era a conoscenza.
 
Ci troviamo di fronte a due ordini di problemi.
 
Il primo -e più grave- è la riproposizione di un sistema di gestione dei rifiuti che pone al centro l’incenerimento, mantenendo le discariche e ignorando del tutto il modello di un ciclo integrato fondato su riduzione alle fonte, riciclo e riuso del prodotto della raccolta differenziata porta a porta. Quest’ultimo richiede una inversione di rotta a 180 gradi, un intervento strategico sul piano dell’organizzazione dei servizi locali e delle filiere produttive. Di ciò non c’è traccia e gli interventi governativi e legislativi vanno nella direzione opposta.
Del primo molto abbiamo detto e diremo, del secondo siamo costretti ad occuparci oggi.
 
Il secondo, derivato dal primo, nasce dalla totale improvvisazione degli interventi con il sospetto della premeditazione.
 
Da anni si sapeva che la discarica di Colle Fagiolara era fuori legge e destinata a chiudersi al ‘tal quale’, così come a livello regionale si sapeva di Malagrotta e della insostenibilità complessiva del sistema. Si sapeva del degrado industriale finanziario del consorzio Gaia, la cui storia è costellata di illegalità, che ne segnano all’origine il passaggio da consorzio pubblico a SPA, società di diritto privato.
 
Dopo la sentenza del 10 settembre 2014, in applicazione all’ordinanza del TAR Lazio la Regione si è limitata a prevedere solo alle operazioni di trasbordo dei rifiuti dai compattatori ai tir, diretti al TMB di Rida Ambiente, ad Aprilia, per rientrare a Colleferro come residuo di lavorazione.
(http://retuvasa.org/lazio-ambiente-spa/colleferro-sulla-gestione-dei-rifiuti-vige-lanarchia)
 
Gran parte dei Comuni del sub-ATO di Roma ha preferito essere servita da Lazio Ambiente SpA, nonostante l’aumento di circa 40 euro a tonnellata come costo di trasporto del tal quale da Colleferro ad Aprilia.
Alcuni Comuni, in particolare Lariano e Velletri, hanno scelto altri impianti, avvalendosi, dal 13 settembre 2014, delle norme introdotte dallo Sblocca Italia, in base alle quali i rifiuti solidi urbani possono circolare liberamente nella Regione di provenienza, senza sottostare alla limitazione degli ambiti territoriali.
Il costo per i Comuni con il passaggio intermedio a Colleferro è passato da 122 a 145 euro a tonnellata, mentre Rida Ambiente richiederebbe 109 euro a tonnellata, al netto del costo di trasporto.
 
Per fare un esempio: il Comune di Colleferro conferisce circa 9.000 tonnellate annue di rifiuti e l’incremento ammonterebbe a 360.000 euro, un costo aggiuntivo esorbitante in un periodo di contenimento della spesa pubblica.
 
La logica volutamente emergenziale ha legittimato ancora una volta scelte improvvisate, ha legittimato l’affidamento senza gara del servizio, senza alcuna trasparenza sui costi ed i benefici di tali affidamenti. La soluzione adottata richiede che i rifiuti raggiungano il TMB di Aprilia quindi problema logistico costituisce un fattore di criticità, un passaggio obbligato.
Come si giustificano le tariffe di Lazio Ambiente e quelle della società di trasporto?
 
A questo punto, la Regione Lazio, con la deliberazione n. 902 del 16.12.2014, ha autorizzato la copertura dei costi a favore dei singoli Comuni, per una spesa complessiva di circa 400.000 euro ponderata per la durata di 3 mesi (presumibilmente settembre-dicembre 2014).
La Regione Lazio continua a coprire i costi di una politica dissennata, tamponando i bilanci comunali e sorreggendo la propria vacillante creatura Lazio Ambiente.
Quest’ultima è la società partecipata che ha preso in carico le attività del consorzio GAIA, priva di una qualsiasi prospettiva strategica sia dal punto di vista industriale che economico-finanziario, come dimostrano le vicende di cui ci stiamo occupando ed i dati sulla formazione del suo capitale.
Alzando lo sguardo alla realtà metropolitana e regionale, compare all’orizzonte la sua incorporazione in una nuova realtà AMA-ACEA, che nascerebbe all’insegna del far “grassi” profitti sul ciclo dei rifiuti, all’ombra dei fumi degli inceneritori e della costruzione di un TMB più che mai inopportuno.
 
Nel frattempo continua il grave stato di disagio prodotto dagli odori nauseabondi della discarica, mentre emerge il dato inquietante dell’inquinamento della falda acquifera sottostante il sito, a completare il quadro drammatico dell’inquinamento delle matrici ambientali della città di Colleferro e del territorio circostante. Nel passaggio delle feste natalizie e di fine anno le strade di Colleferro hanno visto un accumulo si immondizia, ennesima dimostrazione di inefficienza, se non di peggio.
 
Dopo la grande manifestazione contro la costruzione dell’impianto TMB e per la difesa della sanità pubblica, abbiamo assistito al tracollo della giunta della città di Colleferro. 
Ci possiamo solo augurare, all’inizio di questo nuovo anno, che la cittadinanza che ha manifestato in piazza continui a dare un forte contributo al superamento di una gestione del territorio e delle finanze comunali basato sullo scambio tra salute dei cittadini e contributi al bilancio.
Uno sforzo straordinario è richiesto a tutti noi e non può essere delegato esclusivamente ai futuri amministratori, che saremo chiamati a scegliere, per affrontare i vincoli e le prospettive che nascono non solo da dinamiche locali, ma da strategie nazionali in termini di spesa pubblica, di politiche economiche ed ambientali.
E’ richiesta quindi una mobilitazione da parte della cittadinanza attiva con  azioni e proposte e con una intensa attività di controllo ed interrogazione nei confronti della gestione commissariale di questi mesi a Colleferro.
Il primo quesito è “quando si avvia la raccolta differenziata porta a porta?”.
 
Alle associazioni ed ai comitati infine tocca il compito di costituirsi come parte offesa nell’ennesimo procedimento penale in essere nella Valle del Sacco, instancabile e mai sazio teatro di illeciti ai danni della comunità.
 
 
Colleferro, 9  gennaio 2015

Valle del Sacco, il Ministero torna titolare del Sito di Interesse Nazionale


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco

SIN Valle del Sacco:

il Ministero torna titolare, ricostituzione delle speranze di bonifica o dello scaricabarile? 
 
 
In data 16 luglio 2014, a seguito del pronunciamento del TAR Lazio circa il relativo ricorso promosso dalla Regione Lazio, a cui si è aggiunta ad adiuvandum la nostra associazione, è stato di fatto reintegrato il Sito di Bonifica di Interesse Nazionale (SIN) della Valle del Sacco, depennato inopportunamente dalla lista dei SIN di competenza del Ministero dell’Ambiente in data 11 gennaio 2013 (e dunque transitoriamente declassato a Sito di Interesse Regionale). Pendendo l’esito di un eventuale ricorso al Consiglio di Stato, è stata dunque anche ristabilita la titolarità ministeriale del SIN, come riconosciuto dallo stesso Ministero dell’Ambiente in sede della riunione tecnica preliminare tenutasi in data 8 settembre 2014 (partecipanti: Regione, Arpa, Provincia FR, ASL RM G, ASL RM E; assenti: Provincia RM, ISS, ISPRA).
 
In occasione della sentenza del 16 luglio 2014, abbiamo espresso la speranza che ciò potesse tradursi con una certa celerità in concreti benefici socio-ambientali per la nostra Valle, inquinata a causa del disprezzo degli interessi industriali per la tutela della salute della popolazione e dell’inerzia (se non delle connivenze) delle pubbliche amministrazioni.
           
Ricordiamo la vicenda per sommi capi, non è facile per chi non la segue quotidianamente orientarsi in tale confusione.
 
Nonostante la Corte di Cassazione del Tribunale di Velletri avesse emanato nel 1993 l’obbligo di bonifica dei 4 ettari di area dell’agro colleferrino gravemente contaminata da discariche illecite prodotte dall’industria locale, la Regione Lazio, pur approntando un piano di bonifica, lo lasciava sulla carta.
 
Gli inquinanti determinavano alla fine la contaminazione dell’acquifero: isomeri del lindano (in particolare il beta-esaclorocicloesano), parenti del DDT, si rilevavano a più riprese a partire dal 2004 nello stesso fiume Sacco, fino al definitivo accertamento della presenza del contaminante nel latte bovino in area vasta. La Presidenza del Consiglio dei Ministri riconosceva con decreto 19 maggio 2005 lo stato di emergenza socio-economico-ambientale per l’area di 9 Comuni delle province di Roma e Frosinone, estesa tardivamente, in data 31 ottobre 2010, ad altri 11 Comuni del Frusinate, con estensione finale dell’area ripariale necessitante bonifica da Colleferro a Falvaterra (confluenza del fiume Sacco con il fiume Liri).
 
La suddetta area era gestita da preposto Ufficio Commissariale, il quale a nostro avviso operava positivamente in relazione alla messa in sicurezza d’emergenza della fonte della contaminazione, negativamente in relazione al risanamento agro-ambientale della fascia ripariale del fiume Sacco, anche per la sovrapposizione di competenze con la Regione Lazio e lo storno di fondi ministeriali già stanziati da parte del governo. Tale risanamento non è ancora iniziato, nonostante siano trascorsi quasi dieci anni dal riconoscimento dello stato di emergenza. Benché la bonifica non fosse conclusa, l’ultima proroga delle attività dell’Ufficio Commissariale scadeva il 31 ottobre 2012.
 
Nonostante l’area di pertinenza commissariale fosse già stata riconosciuta come SIN in data 2 dicembre 2005, il 31 gennaio 2008 il Ministero dell’Ambiente avviava l’istituzione di un ulteriore enorme SIN collegato, distinto però dall’area precedente e di propria diretta competenza, comprendente, in perimetrazione provvisoria, l’intero bacino imbrifero del fiume Sacco, per un totale di ulteriori 51 Comuni, al fine di appurare l’eventuale presenza di altre situazioni di inquinamento di interesse nazionale. L’incarico di sub-perimetrare tale vastissima area, al fine di identificare le aree rilevanti per attività di messa in sicurezza d’emergenza, caratterizzazione, bonifica e ripristino ambientale, veniva affidato, da convenzione tra Ministero dell’Ambiente, Regione Lazio e ARPA Lazio, all’ARPA sezione di Frosinone, che lo concludeva in termini inadeguati e fallimentari, tanto da indurre il Ministero a non corrispondere l’ultima tranche del relativo finanziamento nell’agosto 2014.
 
Veniamo al presente. Le prime battute del neoricostituito SIN ministeriale sembrano seguire il solito copione: da un lato pochi uffici o meglio singoli tecnici coscienziosi e seri, cui va la nostra stima; dall’altro inefficienze amministrative, sovrapposizione di competenze e scaricabarile. In particolare, si profilano due ordini di questioni delicatissime da risolvere quanto prima.
 
1. La nuova perimetrazione del SIN. Paradossalmente, si è tornati indietro, dalla subperimetrazione alla perimetrazione. Si tratta cioè di riconsiderare daccapo la stessa definizione dei Comuni inclusi e relative aree. Ad esempio, il Comune di Ferentino, prima escluso dal SIN (ma presente nell’area emergenziale) dovrebbe rientrare nel SIN, in quanto la presenza di aree contaminate da amianto (ex Cemamit) rientra nei relativi parametri istitutivi. Naturalmente ciò rappresenta sulla carta l’opportunità di risolvere problematiche ambientali di grande rilievo. Non pare però si proceda come opportuno. La perimetrazione è stata affidata, come da riunione tecnica dell’8 settembre 2014, alla Regione Lazio;  successivamente dalla Regione ad ARPA. Quest’ultima pare non abbia ancora inviato la propria proposta di perimetrazione al Ministero, nonostante il tempo scaduto e ripetuti solleciti.
 
2. La certificazione del barrieramento idraulico definitivo della zona contaminata a protezione dell’acquifero di Colleferro. I relativi lavori, finanziati da ingenti fondi pubblici e privati (SE.CO.SV.IM.), sono stati diretti dall’Ufficio Commissariale. Tale barrieramento definitivo, ormai completato da circa 2 anni, non può entrare in funzione in quanto la Provincia di Roma si rifiuta di riconoscere la propria relativa competenza, che sembra chiaramente stabilita dalla normativa e che non ci sembra sia mai stata messa in discussione per gli altri SIN. Rimane dunque in funzione il barrieramento idraulico provvisorio, che naturalmente offre minori garanzie, e peraltro con autorizzazione formalmente scaduta. La ASL RMG ha più volte espresso preoccupazione per la situazione dell’acquifero comunale, in relazione alla mancata autorizzazione dell’entrata in opera del barrieramento idraulico definitivo e al mancato avvio della bonifica degli acquiferi sottesi ad alcune porzioni dell’area contaminata.
 
ASL RMG e RME chiedono inoltre, nella riunione tecnica dell’8 settembre 2014, che le attività di bio-monitoraggio sulla popolazione della Valle del Sacco vengano estese su una porzione più ampia del territorio, ricercando ulteriori sostanze inquinanti.
 
I primi vagiti del reintegrato SIN sembrano in sostanza riprodurre le dinamiche del passato, aggravate dagli odierni problemi che affliggono tutti gli enti pubblici e di controllo, privi di risorse e disorientati da continui provvedimenti legislativi al ribasso. La farraginosa sovrapposizione delle competenze e l’inerzia amministrativa sembrano potersi superare in primo luogo puntando su una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli enti locali, anche attraverso l’istituzione di forme più efficaci di coordinamento, e soprattutto sulla partecipazione ai processi decisionali delle associazioni territoriali, investendo inoltre sulla formazione di un’opinione pubblica consapevole. Viceversa, le associazioni non potranno fare altro che tentare di correggere le storture dell’azione amministrativa in sede giudiziaria.
 
 
Valle del Sacco, 02.11.14
 
 

CLICCA QUI per il verbale della riunione tecnica dell'8 settembre 2014
 

Condanna della Corte di Giustizia Europea per la gestione dei rifiuti nel Lazio.



CONDANNA DELL’UNIONE EUROPEA per la gestione dei rifiuti nel Lazio:

il commento di Raggio Verde, Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa), Comitato Residenti Colleferro, Cittadini Liberi della Valle Galeria, Fermiamo Cupinoro, Comitato Malagrotta, Comitato Rifiuti Zero Fiumicino

  

La Corte di Giustizia Europea, con la sentenza per la causa C323/13, ha dichiarato l'inadempienza dell'Italia agli obblighi statuiti dalla direttiva comunitaria 1999/31 di trattare adeguatamente i rifiuti prima del loro conferimento nelle discariche di Malagrotta, Colle Fagiolara, Cupinoro, Inviolata e Fosso Crepacuore della Regione Lazio e ha altresì dichiarato l'inadempienza dell'Italia agli obblighi statuiti della direttiva comunitaria 2008/98 di dotarsi nella Regione Lazio di un'adeguata ed integrata rete di impianti di gestione dei rifiuti, tenendo conto delle migliori tecniche disponibili.
 
Per le nostre associazioni, che da anni si battono per tutelare l'ambiente e rappresentare gli interessi dei cittadini delle aree colpite dagli effetti di tali inadempimenti come Cupinoro, Malagrotta e Colle Fagiolara, si tratta di un importante fatto, che, ci si augura, venga preso in seria considerazione da Stato e Regione, per modificare le modalità con cui fino ad ora sono stati gestiti i rifiuti nel Lazio.
 
La Corte di Giustizia europea ha sancito che la tritovagliatura non costituisce un idoneo trattamento dei rifiuti. E' da dire che sul punto si era pronunciato conformemente e in anteprima anche il TAR del Lazio, da ultimo anche a seguito di un ricorso proposto dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco, dal Comitato Residenti Colleferro e da Raggio Verde avverso l'ordinanza contingibile ed urgente emessa pochi mesi fa dalla Regione Lazio, che consentiva, ancora, l'abbancamento del 65% del tritovagliato nella discarica di Colle Fagiolara senza ulteriore idoneo trattamento.
 
Desideriamo invece soffermarci sulla declaratoria di inadempimento dell'Italia a dotare la Regione Lazio di una rete adeguata di impianti per la gestione dei rifiuti.
Dalla sentenza emerge che l'Italia avrebbe riconosciuto che la Regione Lazio non sarebbe dotata di un idoneo sistema di impianti TMB.
 
Ebbene, proprio il processo già citato avverso l'ordinanza contingibile ed urgente, emanata dalla Regione Lazio per una presunta insufficienza degli impianti TMB operanti nella Regione a trattare i rifiuti del bacino di Comuni afferenti alla discarica di Colle Fagiolara, ha invece evidenziato che tale insufficienza in realtà non sussisterebbe, tanto che la predetta ordinanza non è stata oggetto di proroga da parte della Regione Lazio.
Ciò che è emerso nel processo dinanzi al TAR è una gestione del trattamento dei rifiuti certamente non improntata alla massima trasparenza ed efficienza, ma, nel complesso, tutti i rifiuti della Regione Lazio possono essere trattati al suo interno, riferendosi in particolar modo ai TMB, salvo poi essere smaltiti altrove.
 
E come mai i rifiuti vengono smaltiti altrove?
 
E' questo l'effetto di anni di gestione emergenziale dei rifiuti, con Commissari che hanno consentito l'apertura di impianti di smaltimento, ad es. discariche in luoghi inidonei: a cominciare dalla discarica di Cupinoro, autorizzata con AIA dal Commissario emergenziale di turno in area adibita ad uso civico, zona ZPS e soggetta a vincoli, all'ultima autorizzazione emessa dal Commissario Sottile per la discarica di Monti dell'Ortaccio, oggetto poi di revoca da parte della Regione Lazio a seguito ed in virtù di quanto emerso in un complesso e ancora non esaurito processo di impugnazione della predetta A.I.A. promosso da Raggio Verde dinanzi al TAR del Lazio.  
 
La declaratoria degli stati di emergenza rifiuti, talora – e ciò costituisce accertamento di un processo penale in corso – “creata ad arte”,  ha consentito ai Commissari di derogare a norme in realtà inderogabili e ad affrontare il tema della impiantistica nel Lazio in maniera scoordinata e non conforme a quanto prescritto dall'Unione europea.  Ed ora ne paghiamo tutti le conseguenze in termini di danni ambientali, alla salute e al patrimonio.
 
E' bene che lo Stato e la Regione prendano atto del fallimento di simili gestioni e adottino i provvedimenti necessari al fine di conformarsi agli obblighi della direttiva 2008/98 e ciò non vale solo per la rete adeguata di impianti ma anche per il rispetto della gerarchia nella gestione dei rifiuti.
 
La gestione dei rifiuti nella nostra Regione è stata, in violazione della direttiva 2008/98, improntata allo smaltimento in discarica, anche se, per il futuro, se verrà convertito in legge il decreto “Sblocca Italia”, bisognerà attendersi un malaugurato proliferare di inceneritori, con la paradossale definizione di “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell'ambiente.”
 
L'Unione Europea ci impone invece una gestione dei rifiuti che considera lo smaltimento – che sia in discarica o negli inceneritori- come la ultima ratio nella gestione dei rifiuti.
Ebbene, a distanza di ben 6 anni dalla direttiva, l'Italia non ha ancora adottato un piano concreto ed efficiente di prevenzione nella formazione dei rifiuti.
Nemmeno la proposta di legge del parlamentare on. Vignaroli del M5S sul “vuoto a rendere”  certamente utilissima al fine di prevenire la formazione dei rifiuti, ha avuto seguito in un Parlamento che appare, agli occhi dei cittadini, completamente esautorato dal suo ruolo da un governo, poco rappresentativo dei cittadini, che emana decreti a pioggia e che ha inserito la proposta di legge nel collegato ambiente che verrà approvato dopo lo “sblocca- Italia”.
 
Cambiano i Governi, non la logica. Si continuano a percorrere impegni programmatici di esclusivo favore alle lobby industriali, tralasciando le terribili conseguenze sanitarie che tali decisioni comporteranno, con inopportuna sfrontatezza nonostante i continui richiami sanzionatori dell’UE e le richieste di intere comunità che chiedono a gran voce di abbandonare tali propositi.

 
 
Data, 19 ottobre 2014
 
f.to:
Raggio Verde
Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa)
Comitato Residenti Colleferro
Cittadini Liberi della Valle Galeria
Fermiamo Cupinoro
Comitato Malagrotta
Comitato Rifiuti Zero Fiumicino
 

Colleferro, la discarica sta inquinando la falda


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
Comitato Residenti Colleferro
Raggio Verde
 
Colleferro, la discarica sta inquinando le falde e Arpa Lazio chiede notizie della bonifica.
 
 

L’Arpa Lazio (Agenzia Regionale per l’Ambiente del Lazio), a luglio 2014 nell’ambito delle attività di monitoraggio e controllo di Legge, certifica che la falda sottostante la discarica di Colle Fagiolara è inquinata da metalli e sostanze clorurate. Di questa situazione si era già al corrente, sin dalle Conferenze di Servizi del 2009 e del 2010, alle quali erano presenti Comune di Colleferro,  Centro di Ricerca e Dipartimento Di Scienze di Sanità Pubblica dell’Università La Sapienza di Roma, Arpa Lazio, Ufficio Commissariale per l’Emergenza nella Valle del Sacco, Agensel (allora gestore delle discarica di Colle Fagiolara).

Tale è la gravità della situazione che le conclusioni della Conferenza di Servizi del 9 luglio 2009 prescrivono ad Agensel di: “…comunicare immediatamente le misure adottate per la messa in sicurezza di emergenza; presentare entro 30 gg dalla data odierna il Piano di Caratterizzazione, con requisiti di cui all’Allegato 2 alla parte quarta del D.Lgs. n. 152/2006.”

La Conferenza di Servizi del 2010, pur prendendo atto che il Centro di Ricerca dell’Università La Sapienza di Roma ha attestato che la presenza di Ferro e Manganese, oltre i limiti consentiti, non è determinata dal percolamento della discarica, prescrive ad Agensel di installare ulteriori piezometri per il prelievo delle acque di campionamento dalla falda superficiale, intermedia, profonda.

Le analisi delle acque di falda attraverso i piezometri di ispezione vengono effettuate approfonditamente da Arpa Lazio nel 2011, che certifica la presenza, oltre i valori consentiti dalla Legge, di Manganese, 1,2 Dicloropropano, 1,4 Diclorobenzene ed una concentrazione di Tetracloroetilene prossima al limite. Risultanze che vengono ribadite, sempre da Arpa Lazio, nel 2013, nell’ambito dell’attività di verifica e di rispondenza alla Circolare del Ministro Orlando sul divieto di conferimento nelle discariche di rifiuti non trattati.

Come già anticipato, nel luglio 2104, l’Arpa Lazio, nel riesaminare la questione dei valori limite rende noto che dall’indagine risultano utilizzabili solamente 6 piezometri su 20 e che le pompe per il prelievo non sono conformi ai manuali ISPRA ed EPA.

Ma la nostra attenzione si concentra sulle conclusioni di tale indagine in quanto viene evidenziata la presenza, oltre i limiti consentiti, di sostanze come il Ferro, il Nichel, il Dicloropropano e conclude  “… si coglie l’occasione per richiedere al Comune di Colleferro e agli altri enti competenti lo stato di avanzamento del procedimento di bonifica avviato con la citata comunicazione Agensel”.

Nel frattempo, a luglio 2013, Agensel è stata rilevata da Lazio Ambiente SPA, che nelle relazioni di bilancio di fine anno non sembra prendere in minima considerazione l’ipotesi di risolvere il problema dell’inquinamento della falda, ma si preoccupa essenzialmente di mantenere gli equilibri economici, ribadendo la necessità di costruire l’impianto di Trattamento Meccanico Biologico (TMB).
  
L’Arpa Lazio parla di bonifica, non di profitti; questo significa che il sito non può accogliere rifiuti di nessuna natura, nemmeno quelli di scarto derivanti dagli impianti di TMB. Ne consegue che è necessario chiudere la discarica e bloccare anche la procedura di Autorizzazione richiesta da Agensel già dal 2010.
Non ci sorprende constatare, anche in questa circostanza, la leggerezza generalizzata nell’affrontare la grave situazione, da parte del Comune di Colleferro e degli enti preposti, tutti a conoscenza di quanto stava accadendo.  La disinvoltura di amministratori irresponsabili, infatti, mette in conto il “prezzo” di pesantissime ripercussioni, facendole divenire come necessarie per mantenere in vita un sistema decaduto sotto tutti i profili. Ora, come sempre con cognizione di causa, le associazioni, i comitati  e i cittadini rifiutano tale modo di governare il territorio e ribadiscono la richiesta di chiusura della discarica, non sotto slogan mascherati da intenti nascosti.

In divenire, è inconcepibile ed inaccettabile la presa d’atto della Regione Lazio che ha ritenuto opportuno premiare il Comune di Colleferro con un contributo di 1,5 milioni di euro a fronte del minore conferimento in discarica tra gli anni 2012 e 2013, a copertura del “buco” di bilancio derivante dal ristoro ambientale. Nella determina di contributo in effetti non si riscontra alcunché riguardo alla necessità di utilizzare tali fondi per la reale emergenza proveniente dalla discarica e cioè la contaminazione in essere.

Riteniamo, quindi, prioritaria la chiusura del sito e la sua messa in sicurezza, il fermo del conferimento di rifiuti e il blocco autorizzativo del TMB, l’installazione dei piezometri mancanti e la verifica costante dello stato delle acque. In caso contrario, la contaminazione si estende, si propaga e noi non vogliamo coprire l’incapacità amministrativa di un Comune e di una Regione.

L’economia del “profitto” del  rifiuto sta crollando sotto i colpi derivanti dalle necessità di bilancio ai vari livelli, tra società pubblico-private ed enti locali, con l’unica direttiva, non comunitaria, di perseguire pratiche illegali, nascondendo ciò che ormai è di evidenza pubblica e dando il colpo finale all’ecosistema della Valle del Sacco già devastato da pratiche illegali molto simili alle attuali.

 
Colleferro, 6 ottobre 2014
 

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