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Regione Lazio

Valle del Sacco, gravi preoccupazioni per la salute sul nuovo rapporto epidemiologico 2013-2015.


Comunicato Stampa Retuvasa

Valle del Sacco, dal nuovo rapporto epidemiologico ulteriori gravi preoccupazioni per la popolazione.


 
E’ stato di recente pubblicato dal Comune di Colleferro il nuovo rapporto di "Sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente in prossimità del fiume Sacco" identificato come “rapporto tecnico delle attività 2013-2015” ed elaborato dal Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione (DEP) del Lazio.
 
Ci siamo lasciati con il rapporto di sorveglianza nel 2013 le cui conclusioni sull’incidenza sanitaria del Beta-HCH non erano molto incoraggianti. Tra le conclusioni si leggeva “In particolare sono state osservate perturbazioni del pattern lipidico, della funzionalità renale e della steroidogenesi, interessando anche gli ormoni sessuali nelle sesso femminile. E’ stata osservata infine una chiara associazione con alterazioni cognitive.
 
Il nuovo rapporto aggiunge ulteriori elementi di preoccupazione per chi risulta contaminato dal pesticida.
 
Tra il 2013 ed il 2015 e stata eseguita la seconda fase della sorveglianza nell’ambito della quale sono state contattate 690 persone, di cui 602 hanno aderito.
 
Si parte da una conferma negativa e cioè che per quanto riguarda il Beta-HCH la concentrazione media riscontrata nel sangue delle persone esaminate non si discosta da quanto rilevato nelle passate indagini ad indicare che la contaminazione umana è persistente.
 
Inoltre in questa fase è stata analizzata la presenza di altri inquinanti e la concentrazione ematica di alcuni di essi in particolare l’HCB, Trans-nonachlor, p,p'-DDE e PCB, risulta correlata con quella del Beta-HCH condividendone le caratteristiche di associazione. “Tale dato sta ad indicare che la contaminazione del Beta-HCH non e stata isolata ma si e accompagnata, seppure in modo minore, a quella di altri contaminanti chimici persistenti che coesistono nell’organismo.
 
Lo studio inoltre ha approfondito altri aspetti degli effetti del Beta-HCH riscontrando un effetto specifico dell’inquinante organoclorurato su diversi sistemi, in particolare sull’apparato cardiovascolare e sulle funzioni metaboliche, con approfondimento e possibile conferma dei risultati raggiunti attraverso lo sviluppo longitudinale della sorveglianza sanitaria ed epidemiologica attualmente in corso.
 
Colpiscono però le raccomandazioni finali del DEP Lazio che per la prima volta, per quanto di nostra conoscenza, da delle indicazioni che sono un macigno:
 
La contaminazione del fiume Sacco rimane un disastro ambientale di proporzioni notevoli che ha comportato una contaminazione umana di sostanze organiche persistenti considerate tossiche dalle organizzazioni internazionali. Proprio perché la contaminazione e purtroppo persistente non esistono metodi di prevenzione e di rimozione dell’inquinante. Si tratta di un episodio che ha implicazioni etiche, politiche e sociali di livello nazionale. Le autorità locali hanno il dovere di informare la popolazione, di salvaguardarne la salute specie dei gruppi sociali più deboli, di offrire l’assistenza sanitaria adeguata, e di garantire un continuo monitoraggio epidemiologico e sanitario. E’ ovvio che tale assistenza dal punto di vista della tutela sociale e sanitaria del servizio sanitario si deve accompagnare ad un impegno istituzionale coerente per il risanamento ambientale.
 
Questo finale si commenta da solo, in sintesi evidenzia l’assenza di strumenti e pratiche in grado di fornire una adeguata e capillare informazione sanitaria ai cittadini, indirettamente mette sotto accusa le politiche della Regione Lazio che ha operato tagli sulla sanità in un territorio che richiede una riorganizzazione ed un incremento delle risorse a disposizione del sistema sanitario. Evidenzia ciò che è arcinoto all’opinione pubblica e cioè che i settori di popolazione economicamente e socialmente più deboli sono privati di una reale assistenza sanitaria di carattere preventivo e curativo.
Queste considerazioni valgono in particolare per tutte le aree comprese all’interno dei nuovi confini del Sito di Interesse Nazionale, caratterizzate da una complessità di fenomeni di inquinamento ambientale con danni correlati alla salute umana di lungo periodo.
 
Il richiamo alle autorità, alle amministrazioni locali è pacato nei toni e drammatico nella sostanza, ci dice sono inadeguate logiche politiche che facciano semplicemente appello all’onesta ed alla razionalità delle pratiche amministrative.
La difesa della salute e dell’ambiente è possibile solo con una radicale opposizione a politiche che spingono alla privatizzazione di ogni servizio di pubblica utilità, alla riduzione ai minimi termini delle risorse della pubblica amministrazione a tutti i livelli. Sono politiche che negano diritti fondamentali della persona umana, tolgono ogni possibilità di autodeterminazione ed autogoverno alle comunità locali.
Sistema sanitario, ciclo dei rifiuti e bonifica delle aree inquinate sono tre questioni strettamente correlate nei nostri territori che richiedono per essere affrontate un intervento di carattere sistemico, una pianificazione di lungo periodo, risorse adeguate e la piena partecipazione delle comunità locali, partendo da una capillare informazione e formazione, mirata alle specifiche condizioni sociali e culturali dei cittadini.

 
Il resto sono chiacchiere.
 
 
Valle del Sacco, 1 luglio 2016
 

Regione Lazio e rifiuti, con la determina del fabbisogno nulla di nuovo.


Comunicato Stampa Congiunto
 
Un primo commento sulla “determinazione del fabbisogno” nella gestione dei rifiuti da parte della Regione Lazio: ancora un lungo cammino da fare !!!

 
 
La Regione Lazio, con deliberazione n. 199 del 22.04.2016, ha approvato il documento denominato “Determinazione del Fabbisogno” sulla gestione dei rifiuti da sottoporre alla procedura di verifica di assoggettabilità alla Valutazione Ambientale Strategica.
 
Il documento nasce, per inciso, su sollecitazione dell'Autorità Giudiziaria (annullamento piano rifiuti da parte del TAR) e della Commissione europea e questo comprova quanto sia importante l'attenzione dei cittadini sulle questioni ambientali.
 
Il documento offre vari spunti di riflessione e nuovi terreni di confronto tra la Regione e le associazioni e i comitati.
Siamo ancora molto lontani dall'inversione di tendenza che i cittadini e le associazioni vorrebbero ed ogni argomento meriterebbe un approfondimento che non potrà che essere effettuato successivamente.
 
Allarmante è che ad oggi le politiche di prevenzione della formazione dei rifiuti non siano altro che un insieme di buoni propositi e belle parole senza alcuna iniziativa concreta, mentre solo portando avanti politiche concrete di prevenzione e di diversa gestione dei rifiuti, si potrebbe porre fine al ciclo “vizioso” dei rifiuti.  Il Ministero dell'Ambiente ha posto un ambizioso programma di prevenzione nella formazione dei rifiuti da attuare entro il 2020 (5% riduzione dei rifiuti urbani per unità di PIL).
Il documento dà atto di ciò, ma contestualmente si deve leggere che “le province, Roma Città Metropolitana e Roma Capitale nelle loro proposte non hanno previsto la riduzione della produzione dei rifiuti”, pur mancando solo tre anni alla scadenza del programma.
 
Assurda è l'attestazione ufficiale che le frazioni organiche dei rifiuti sono a tutt'oggi destinate alle discariche e ciò a distanza di ben 16 anni dalla direttiva comunitaria 1999/31, che imponeva l'adozione di un programma concreto per la riduzione del conferimento di tali rifiuti in discarica. Gli impianti di compostaggio attualmente operativi nel Lazio possono trattare solo 70.500 t/anno, mentre la Regione Lazio continua ad approvare o a dare pareri favorevoli di compatibilità ambientale su progetti di costruzione di impianti di trattamento meccanico biologico (vedi Cupinoro e Colle Fagiolara), contestualmente attestando di avere una capienza più che sufficiente.
 
E che dire dei termovalorizzatori indicati come operativi, spesso obsoleti e molto inquinanti come quelli di Colleferro? O ancora della Terza linea di San Vittore?
Sarà contenta la comunità dei cittadini di Malagrotta nel venire a sapere che il gassificatore è inserito nell'impiantistica in dotazione, nonostante i tanti proclami alla popolazione? 
In questo contesto viene previsto un pareggio di bilancio tra produzione di CDR e capacità di combustione negli anni 2019 o 2020, con una percentuale che si attesta negli anni a seguire a circa il 60% di utilizzo per lo scenario 1 (con la raccolta differenziata che sale gradatamente dal 45% al 75%) e il 100% per lo scenario 2 (con la raccolta differenziata che sale gradatamente dal 55% al 75%), fino al 2026. Presumibilmente più veritiero lo scenario 2 con i dovuti dubbi legati alla variabilità della raccolta differenziata.
Colleferro e San Vittore coprirebbero più del 70% della combustione di rifiuti.
Previsione per dieci anni che rappresenta un nulla di fatto nella direzione di un cambiamento di passo, anzi denota una evidente mancanza di programmazione avvenuta nel passato con evidenti ripercussioni sul futuro.
  
Poco incoraggiante è inoltre la percentuale di raccolta differenziata raggiunta a Roma Capitale rispetto al fiume di soldi pubblici versati e il dover leggere che molte Province, ben lontane dal raggiungimento della percentuale del 65% di raccolta differenziata, non ipotizzino nemmeno una crescita della percentuale nei prossimi anni (è il caso della Provincia di Latina).
Assurdo che in una situazione del genere chi ha dovuto lavorare sulla determina non sia riuscito a ricevere dalla Provincia di Frosinone i dati aggiornati della raccolta differenziata, utilizzando i dati Ispra del 2014. Incapacità o noncuranza?
 
Ancora, la Regione Lazio non vuole ancora uscire dallo smaltimento dei rifiuti in discarica ed infatti conclude, senza mai nominare le discariche, sulla necessità di reperire “volumetrie utili alle esigenze di smaltimento della frazione residua del trattamento dei rifiuti urbani”.
Una di queste è sicuramente la discarica di Colleferro, che attualmente ha una dote di 33.000 tonnellate di residuale per il conferimento, ma se venisse applicato lo spostamento dei tralicci TERNA, raggiungerebbe una disponibilità di oltre 600.000 tonnellate, divenendo il sito più grande a servizio della Regione Lazio poco al di sopra della discarica di Roccasecca in provincia di Frosinone.
 
In conclusione, il quadro che ne esce è quello di una gestione pubblica dei rifiuti spesso contraddittoria e poco lungimirante, incapace a guardare al futuro ed ancorata agli ultimi posti della gerarchia dei rifiuti.
 
Eppure la Regione Lazio pare essere quella che tassa di più i propri cittadini.
Sarebbe dunque auspicabile che almeno una piccola parte dei soldi pubblici riscossi dalla Regione venisse investita per guardare un po' più avanti e promuovere ad esempio nuove strategie di prevenzione e gestione dei rifiuti, magari coinvolgendo anche le associazioni e i cittadini, come prevedono le convenzioni internazionali sottoscritte e rimaste spesso lettera morta come i programmi ministeriali per la prevenzione dei rifiuti.
Un approccio più lungimirante nell'amministrazione della cosa pubblica potrebbe anche portare linfa vitale: nuovi investimenti, nuovi posti di lavoro.
 
Sogniamo?
 
Regione Lazio, 5 maggio 2016
 
 
f.to
Retuvasa (Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco)
Associazione Raggio Verde
Ugi (Associazione Unione Giovani Indipendenti)
Comitato Residenti Colleferro
Arci Montefortino
A.ma (Associazione Mamme Colleferro)
Meetup Colleferro 5 stelle
Associazione Diritto alla Salute DAS Onlus
Associazione Culturale Anagni Viva
Artenaonline
Associazione Terra Attiva
Comitato Fermiamo Cupinoro
Comitato Malagrotta
Cittadini Liberi della Valle Galeria
 

Valle del Sacco: perimetrazione del SIN completata dagli enti, ora tocca ai privati


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

Valle del Sacco: perimetrazione del SIN completata dagli enti, ora tocca ai privati
 
 
Non superfluo ricapitolare in estrema sintesi il complesso iter della vicenda (per maggiori dettagli, cfr. F. Bearzi - A. Valleriani, SIN “Bacino del Fiume Sacco”: opportunità e rischi, tra controversa riclassificazione e farraginosa perimetrazione, «Gazzetta Ambiente» XXI-2, 2015, pp. 23-28, www.retuvasa.org/comunicato-stampa/gazzetta-ambiente-n-22015-focus-sulla-valle-del-sacco; più in generale il nostro sito, www.retuvasa.org).
 
Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 19.05.05, a seguito del rilevamento in un campione di latte proveniente da un’azienda bovina, situata nel Comune di Gavignano, di concentrazioni di betaesaclorocicloesano (beta-HCH) superiori al limite consentito dalla normativa comunitaria, dichiarava lo stato di emergenza socio-economico-ambientale nella Valle del Sacco. Il sottoprodotto del lindano, interrato nella zona industriale di Colleferro tra gli anni Settanta e Ottanta, in un’area per cui la Regione Lazio aveva pianificato la bonifica già a metà degli anni Novanta, mai effettivamente iniziata, era infine confluito nel fiume Sacco, contaminando il sedimento fluviale e la fascia ripariale, per circa 60 km, in buona parte afferenti al Frusinate.
 
Originariamente si includeva nell’area emergenziale, affidata alle competenze di un apposito Ufficio Commissariale per l’Emergenza della Valle del Sacco (UCE), la fascia ripariale del territorio dei Comuni di Colleferro, Segni e Gavignano (RM) e di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino (FR). A partire dal 31.10.10, le competenze dell’UCE si estendevano alle aree agricole-ripariali dei Comuni di Frosinone, Patrica, Ceccano, Pofi, Castro dei Volsci, Ceprano e Falvaterra, sino alla confluenza del Sacco con il Liri. Lo stato di emergenza veniva prorogato con 7 successivi DPCM, fino al 31.10.12. 
 
Si produceva peraltro una curiosa sovrapposizione di competenze.
Da una parte l’area emergenziale, per cui erano attribuite ad apposito UCE, in via esclusiva, le competenze in relazione alla grave e accertata presenza di fitofarmaci organoclorurati nella catena alimentare.
Dall’altra, il SIN “Bacino del fiume Sacco”, perimetrato dal MATTM con DM 31.01.2008, comprendente un’area vastissima del bacino imbrifero del Sacco, da Valmontone (RM) sino al sud del Frusinate, escludente però i 9 Comuni originari di competenza dell’UCE.
 
Nonostante l’inaccettabile dilatazione dei tempi, richiesta soprattutto dalla difficoltà di coordinare i vari enti coinvolti, si può considerare positivamente l’attività dell’UCE di caratterizzazione e di parziale messa in sicurezza della fonte della contaminazione, realizzata da tecnici di elevata competenza, che però è stata ulteriormente ritardata dall’interruzione dell’attività dell’ente imposta alla fine del 2012.
Per quanto riguarda l’obiettivo ultimo della risoluzione dell’emergenza, ovvero la bonifica delle aree ripariali del fiume Sacco, a storica vocazione agro-zootecnica, si può dire che, nonostante l’interesse delle attività sperimentali condotte, esso sia stato finora completamente disatteso.
Se i risultati ottenuti nell’area di competenza dell’UCE possono dunque ritenersi nel complesso insoddisfacenti e soprattutto non tali da consentire la prematura conclusione delle sue attività, ancora più sconfortanti sono stati quelli relativi all’area di competenza ministeriale.
 
Un effetto esiziale sulla continuità delle azioni di bonifica è stato poi esercitato dalla contemporanea (2012) azione normativa del MATTM, volta alla ridefinizione dei parametri istitutivi dei SIN, che ha comportato la declassificazione, tra gli altri, di quello della Valle del Sacco (11.01.13), con conseguente trasferimento della competenza alla Regione.
Contro tale provvedimento ricorreva la Regione Lazio, con la nostra associazione ad adiuvandum. Con Sentenza n. 7586 del 20.03.14, esecutiva il 17.07.14, il TAR del Lazio riconosceva le ragioni dei ricorrenti. Si potevano così finalmente riprendere le attività volte alla bonifica.
 
La rinnovata titolarità del MATTM sul SIN, comprendente, lo ricordiamo, l’intero bacino imbrifero del fiume Sacco, ha riproposto l’esigenza di un’adeguata perimetrazione delle aree oggetto di bonifica, che, considerata anche la sostanziale inefficienza delle precedenti attività dell’ente in convenzione con Arpa e Regione Lazio, si traduceva in un ripartire quasi da zero. Tale situazione, evidentemente paradossale, presentava d’altra parte ovvie opportunità.
 
La nuova perimetrazione del sito può consentire infatti, grazie a un’azione ministeriale ben più energica della pregressa, nonostante risorse umane e finanziarie assai limitate, la bonifica non solo del territorio inquinato da beta-HCH, ma anche di numerose aree industriali molto estese, interessate da molteplici contaminazioni negli scorsi decenni. Un territorio di straordinaria complessità, la cui gestione, altrettanto complessa, richiederà risorse, pianificazione e organizzazione adeguate per avviare il suo strutturale risanamento.
 
C’è voluto oltre un anno per giungere a questa prima conclusione, che va senza dubbio salutata con soddisfazione. Un tempo così lungo è giustificato non solo dalla necessità di delimitare tante diverse situazioni rispetto ai territori circostanti non contaminati, ma anche dalla difficoltà a coordinare tra loro tutte le istituzioni coinvolte - Comuni, Province, Regione, Ministero, organi di ricerca, controllo e preposti alla tutela della salute pubblica - in assenza di strumenti e metodologie consolidate necessarie a condividere le conoscenze e le corrette informazioni, nonché per garantire la comunicazione in tempi rapidi e realizzare una pianificazione efficace dei lavori.
 
In sintesi, si può rilevare ancora, come in passato, la mancanza della centralizzazione e della effettiva condivisione di tutte le informazioni relative al SIN, per consentire a ogni livello istituzionale di fare fronte ai propri compiti e rendere i cittadini consapevoli di una realtà che ne influenza gravemente salute e qualità della vita, dunque capaci di intervenire sulle decisioni.
 
Il percorso non è però ancora concluso. La parte pubblica ha chiuso sulla perimetrazione, ora questa deve essere sottoposta, a carico delle amministrazioni comunali, a tutti i privati le cui proprietà catastali rientrino entro quei confini. Si intuisce che questa operazione non sarà priva di complicazioni. Peraltro, su nostra sollecitazione la Regione si farà carico di convocare una riunione con le amministrazioni per condividere le modalità operative per condurla in porto.
 
Solo dopo la conclusione di quest’ultima fase verrà emesso il decreto che sancirà la nascita del nuovo SIN. La sua complessità richiederà di stabilire diversi tavoli di lavoro per affrontare le specificità delle diverse aree, necessità già rilevata durante l’ultima conferenza. Tutti sono perfettamente consapevoli del fatto che le risorse messe a disposizione sono assolutamente inadeguate per realizzare il risanamento di tutti i siti contaminati.
 
Durante questi lunghi mesi di lavoro è stato del tutto evidente come soprattutto le associazioni - Retuvasa in particolare - conservino memoria ragionata di tutto il percorso amministrativo pregresso, nonché pieno possesso del relativo quadro di informazioni, a fronte dell’inadeguatezza di non poche amministrazioni.
 
Se è positivo il risultato raggiunto con la nuova perimetrazione, è necessario chiudere velocemente l’ultima fase per arrivare al decreto istitutivo del SIN. Ancor di più è necessario costruire mobilitazione e organizzazione dei cittadini e delle amministrazioni locali, sulla base di una piena condivisione di informazioni e conoscenze. É l’unica condizione per affrontare un percorso che si prospetta sicuramente difficile, anche perché il risanamento dei siti inquinati non vede una grande mobilitazione di risorse economiche ed organizzative da parte delle istituzioni.
 
A breve, in un apposito e distinto comunicato, ci soffermeremo sulla questione delle risorse economiche già disponibili e reperibili per la bonifica e sulle azioni prioritarie a nostro avviso da intraprendere.

 
Valle del Sacco, 19.12.15
 

Inceneritori Colleferro, denuncia per mancato rispetto delle norme.


Comunicato Stampa Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro
 
Inceneritori Colleferro, si persegue il mancato rispetto delle norme e noi denunciamo.

 
 
“Avere fiducia nella Giustizia è uno dei nostri punti fermi”, dichiarano Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro, "anche se ci troviamo a dover fare i conti con un apparato distante dalle nostre esigenze”.
Il processo sugli illeciti negli impianti di incenerimento di Colleferro, culminato nel sequestro del 2009, ne è la prova; un processo smarritosi nei meandri dei Palazzi di giustizia romani e su cui non si riesce ad ottenere notizia. FORSE GIUSTIZIA?
 
Ricordiamo sommariamente i fatti. Nel 2009 diversi dirigenti e funzionari del gruppo Gaia SpA furono rinviati a giudizio per aver permesso l’incenerimento di rifiuti di ogni tipo, dalle gomme di camion ai materassi; quando proveniva da determinate aziende, il combustibile derivato da rifiuto (CDR) non subiva i controlli dovuti e, per nascondere i problemi, si provvedeva a manomettere i sistemi di controllo informatici e ad alterare i dati sulle emissioni ai camini. A completare il quadro criminoso le intimidazione e le rappresaglie verso quei dipendenti che non si mostravano collaborativi con la dirigenza.
La situazione in cui stagna questo processo, una tra le tante nel territorio della Valle del Sacco, è da noi stata resa nota in audizione alla Commissione Bicamerale d’inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti e bonifiche il 16 luglio scorso presso la Prefettura di Frosinone.  
 
Oltre a denunciare il processo “smarrito”, Retuvasa ha evidenziato come la gestione dei due inceneritori di Colle Sughero a Colleferro non risponda alle normative vigenti e alle Autorizzazioni Integrate Ambientali (AIA) in vigore dal maggio 2009.
 
Infatti, leggendo le relazioni di Monitoraggio e Controllo rilasciate dall’Arpa Lazio nel 2012, ente incaricato di effettuare i controlli, abbiamo constatato che numerose prescrizioni agli impianti, ora in rinnovo di AIA, non sono state rispettate.
Durante le verifiche l’Arpa Lazio, constatato il mancato rispetto delle normative o delle prescrizioni, rimandava ogni decisione alla regione Lazio.
 
Per verificare se la Regione avesse dato seguito alle segnalazioni di ARPA Lazio abbiamo eseguito un ulteriore accesso agli atti presso la Direzione Regionale Territorio, Urbanistica e Rifiuti, la quale ci ha informati che alcuni interventi ed adempimenti sono stati realizzati dalla Società in tempi successivi, ma che il procedimento di riesame, iniziato il 24/06/2012, non è mai stato concluso dai dirigenti della struttura regionale all’epoca in carica.
 
Scarico di responsabilità o impossibilità a procedere per deficit delle condizioni necessarie per la chiusura del procedimento?
 
E’ evidente, a questo punto, che il sistema di controllo degli adempimenti previsti dalla normativa risulta inadeguato: nessuna Istituzione è mai intervenuta a verificare l’idoneità alle prescrizioni a cui la nuova società Lazio Ambiente spa, subentrata all’ex Consorzio Gaia, deve attenersi.
 
Facciamo un esempio concreto. Nelle autorizzazioni è previsto che in ognuna delle due linee di incenerimento sia presente una sala di controllo per monitorare tutto ciò che avviene all’interno degli impianti: ebbene le due sale di controllo sono state unificate e di tale modifica risulta il verbale, sia essa sostanziale o non sostanziale, né vi è ha traccia tra le autorizzazioni regionali.
La sala di controllo è il cuore della sicurezza degli impianti e la sua modifica potrebbe rendere meno efficiente le prestazioni, aumentando i rischi ambientali e lavorativi in caso di incidente. Ne dà conferma l’Arpa Lazio in risposta alla richiesta di chiarimenti di un dipendente, evidenziando che la Legge sugli impianti con generatori di vapore impone la presenza di un conduttore patentato per singolo impianto e per ogni turno di lavoro, libero di potersi muovere e non vincolato alla presenza fisica davanti alla postazione di controllo.
Denunciamo quindi che attualmente i due impianti dispongono di un solo conduttore.
 
Vogliamo dire che finora ci è andata bene?
 
Sempre tra le prescrizioni inattuate si legge che il gestore degli impianti avrebbe dovuto installare a Colleferro delle stazioni di rilevamento degli inquinanti per consentire almeno l’analisi in continuo dei NOx e della frazione di polveri fini PM10 e delle polveri totali PTS per le quali l’Arpa Lazio - sezione di Roma avrebbe avuto il compito di determinare sia le quantità giornaliere che le concentrazioni dei metalli: As, Cd, CO, Hg, Sb, Sn, Tl, V, Zn, Cr, Cu, Mn, Ni, Pb. Anche di queste stazioni di rilevamento, ad oggi, non si è vista traccia e si tratta di inquinanti liberi in atmosfera in quantità sui cui valori è indispensabile averne conoscenza per la salute dei cittadini.
 
Questo ad altri ipotesi di illecito, ad esempio lo smaltimento di ceneri derivanti dalla combustione dei rifiuti mescolati nuovamente con il CDR, corredato di foto e video, sono stati esposti da Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro in una denuncia presentata nei giorni scorsi alla Procura della Repubblica di Velletri, auspicando che possa appurare in tempi brevi l’esistenza di precise responsabilità in una conduzione così deficitaria non solo della gestione, ma anche dei controlli di competenza istituzionale.
Intendiamo inoltre evidenziare le ambiguità delle dichiarazioni dell'assessore Civita sul futuro degli inceneritori di Colleferro (vedi comunicato stampa http://retuvasa.org/comunicato-stampa/regione-lazio-audizione-sullo-sblocca-italia).  
Nel frattempo Sindaco ed Assessore all’ambiente del Comune di Colleferro si sono dichiarati contrari al revamping, da intendere come ammodernamento tecnico-strutturale, degli inceneritori, funzionale al proseguimento dell’attività di smaltimento dei rifiuti. (http://www.cronachecittadine.it/colleferro-la-posizione-del-sindaco-sanna-e-dellass-allambiente-calamita-sul-testo-dei-rifiuti-e-degli-inceneritori-no-al-revamping/).
 
Annotiamo infine il recente rinnovo dell’AIA per una delle due linee di incenerimento, quella interamente controllata dalla società regionale.
A questo si va ad aggiungere il presumibile rinnovo AIA anche della seconda linea di incenerimento, visto che Lazio Ambiente SPA nei giorni scorsi ha perfezionato l’acquisto del 60% dell’impianto ancora di proprietà dell’amministrazione straordinaria dell’ex Consorzio Gaia, mentre l’altro 40% per il momento risulta essere di proprietà AMA.
Tutto ciò con una operazione finanziaria a nostro parere discutibile, che pone la Regione Lazio in una posizione alquanto ambigua, oltre che in quella doppia di controllore e controllato, ma che spiega molte delle situazioni che abbiamo denunciato.
 
Sia chiaro che useremo gli strumenti a cui possiamo ricorrere, nonostante il tortuoso percorso della giustizia e la distrazione dei nostri rappresentanti nell’informare i cittadini e fare chiarezza sulla situazione degli inceneritori, sulla scelta politica di aver rinunciato a perseguire le alternative concrete all'incenerimento, continuando a tenere sotto controllo i comportamenti omissivi e le scelte nefaste delle Istituzioni.
 
 
Colleferro, 05.12.2015
 

Processo Valle del Sacco, la difesa ci prova ancora.


Comunicato Stampa Retuvasa
 
Processo Valle del Sacco, scampata la prescrizione la difesa presenta elementi di incostituzionalità.
 
 
Il Giudice Coderoni del Tribunale di Velletri nell’udienza del 22 ottobre scorso sul processo Valle del Sacco ha respinto le istanze della difesa sulla prescrizione.
Questa decisione era auspicabile ma anche piuttosto scontata. Le parti civili avevano percepito, infatti, da parte della difesa, un tentativo di forzare la mano al procedimento senza avere nelle mani una carta valida per affossarlo. Avvalora tale ipotesi, il nuovo tentativo avanzato, nella stessa udienza, dai legali degli imputati successivamente alla sentenza del Giudice.
 
La nuova istanza ha in qualche modo gelato l’aula, non tanto per l’ammissibilità quanto per l’improbabile accettazione della stessa, a dimostrazione che si sta in tutti i modi cercando di allungare i tempi per giungere ad una prescrizione per decorrenza dei termini, in vista degli interrogatori degli imputati e della sentenza di primo grado.
 
In breve la difesa ha presentato la richiesta di incostituzionalità dell’art. 157 comma 6 della Legge 251/2005, meglio conosciuta come Legge ex Cirielli che declassificava in termini di prescrizioni alcuni reati, ma che per i reati contestati agli imputati, artt. 416 e 417 cpp, ne raddoppiava i termini.
La modifica in questione è stata introdotta nel corso degli ultimi passaggi parlamentari, allo scopo di evitare che con la riforma potessero prescriversi alcuni delitti di notevole rilievo sociale quali ad esempio i disastri, quindi anche quello ambientale.
Essa si giustificava con la circostanza che tali reati richiedono di norma una complessa attività di indagine, con il conferimento di incarichi peritali, istruttorie complesse, il che non giova certamente ad un celere accertamento dei fatti.
Secondo il nostro parere la difesa presenta elementi di incostituzionalità sul regime differenziato di prescrizione appellandosi alla violazione del principio di eguaglianza di cui all’ art. 3 Cost., che impone un trattamento sanzionatorio (comprensivo anche dei termini prescrizionali) proporzionato alla gravità del fatto.
 
A questo punto il Giudice ha rimandato il tutto alla prossima udienza del 19 novembre nella quale si dovrà pronunciare se rigettare la richiesta della difesa oppure rimandare il giudizio di costituzionalità alla Corte Costituzionale.
 
C’è da dire che l’eccezione sollevata potrebbe fare giurisprudenza, ma a parere dei legali dell’accusa che possono presentare memoria fino a dieci giorni prima dell’udienza, non sussistono elementi fondanti affinché venga ammessa, e pertanto il processo deve continuare senza ulteriori interruzioni provocatorie fino al primo grado di giudizio.

 

Valle del Sacco, 07.11.2015
 

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