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Colleferro

SIN Valle del Sacco, la sentenza del TAR Lazio sul barrieramento idraulico a Colleferro


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
SIN Valle del Sacco, il Tar Lazio si è pronunciato: il Ministero, non la Provincia di Roma, competente ad autorizzare lo scarico delle acque del sistema di barrieramento idraulico nel comprensorio industriale di Colleferro. 
 
 

Il Tar del Lazio sede di Roma, con sentenza 3293/2015, approfondisce e riordina il contenzioso su quale sia l’organo competente al rilascio delle autorizzazioni allo scarico delle acque derivanti dal barrieramento idraulico (pump&treat) nelle attività di bonifica del SIN bacino del fiume Sacco.

Il ricorso 4525/2014 era stato proposto da Servizi Colleferro scpa e Secosvim SRL contro la Provincia di Roma, la Regione Lazio, il Ministero dell’Ambiente, in merito al diniego autorizzativo della Provincia di Roma del 5 febbraio 2014 su istanza del Servizi Colleferro scpa del 24 gennaio 2013.

L’istanza è posteriore al decreto Clini sul Declassamento dei 18 SIN in Italia compreso quello del Bacino del Fiume Sacco, in quanto di punto in bianco le operazioni di barrieramento risultavano prive di autorizzazioni, fino ad allora rilasciate dall’ex Ufficio Commissariale per l’Emergenza.

Il Ministero dell’Ambiente e la Regione Lazio richiesero il rigetto del ricorso per difetto di legittimazione di interesse sostenendone l’infondatezza.

Già nel 2013 segnalammo la vicenda a mezzo stampa e sulla trasmissione Ambiente Italia di Rai3, convinti allora che le autorizzazioni dovessero essere rilasciate dalla provincia di Roma, così come era stato esplicitato più volte in sede di Conferenze di Servizi e precisamente il 30 ottobre 2012 e il 5 agosto 2013.

Ora il Tar del Lazio interviene facendo riferimento all'art. 101 comma 5 del DLGS 152/2006, dicendo chiaramente che, nel caso specifico, le autorizzazioni devono essere rilasciate dal titolare della bonifica, vale a dire: nei due anni successivi al declassamento del SIN, gli Organi della Regione subentrati all’ex Ufficio Commissariale ed ora il Ministero dell’Ambiente per effetto di una sentenza del TAR che ne riporta la titolarità al dicastero.

Il punto nel quale la sentenza è più comprensibile anche ai non addetti ai lavori è il seguente.

Va rilevato infine che quindi le acque MISE devono essere separate dalle altre acque, non entrare nel collettore consortile, venire depurate e poi essere immesse direttamente nel fosso Cupo e nel fiume Sacco, per considerarsi assimilate alle acque reflue industriali, non produrre un effetto di diluizione e venire dunque soggette per gli scarichi al regime autorizzatorio ordinario di competenza della Provincia.”

Sorge spontanea una domanda: cosa è successo in concreto in questi ultimi due anni?

La Secosvim ha realizzato il nuovo barrieramento entro il mese di ottobre 2012, mai entrato in funzione, in sostituzione di quello provvisorio, a proprie spese e spendendo circa 4,5 milioni di euro; lo scarico del nuovo sistema non risulta autorizzato e probabilmente deve essere adeguato secondo le indicazioni del TAR Lazio, ma a questo punto nemmeno quello provvisorio avrebbe le caratteristiche per essere autorizzato. Nell’attuale situazione, quindi, non è chiaro se i pozzi di barrieramento siano attivi e, nel caso, dove vengano scaricate le acque reflue; ciò lascia aperti molti interrogativi sui rischi di contaminazione delle falde acquifere sottostanti i siti di discarica.

Le preoccupazioni sono ancora maggiori in quanto a seguito del fermo amministrativo, determinato dal declassamento del SIN, per il sito denominato Arpa2 le attività di bonifica sono ancora lunghe per cui i rischi di contaminazione in falda salirebbero di livello.

Ci chiediamo, anche, cosa accade negli altri SIN in Italia, visto che in seguito a nostre indagini sembrerebbe che in casi analoghi siano le Province a rilasciare queste autorizzazioni, in difetto, quindi, rispetto alla normativa adottata dalla sentenza del Tar Lazio.

Questa storia di autorizzazioni dimostra, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la fondatezza delle nostre preoccupazioni sullo stato di confusione in cui ha versato per anni il governo dei processi  di bonifica delle aree inquinate della Valle del Sacco (vedi in particolare la vicenda della vecchia perimetrazione del SIN su cui ci siamo già espressi).

E’ opportuno allora, in attesa della conclusione del procedimento in corso di nuova perimetrazione del SIN, che il Ministero dell’Ambiente sciolga prioritariamente il nodo delle autorizzazioni allo scarico delle acque di barrieramento, verificando preventivamente lo stato di realizzazione e l’efficacia del barrieramento stesso, intervenendo se necessario a modificarlo, secondo le indicazioni del TAR Lazio.

La nostra associazione prende l’impegno di realizzare un percorso di approfondimento e sintesi sullo stato di attuazione delle caratterizzazioni e bonifica delle aree inquinate finalizzato alla piena condivisione delle conoscenze in merito tra le amministrazioni ed i cittadini.


Valle del Sacco, 22 maggio 2015
 
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Allegato

In attesa della sentenza del TAR Lazio abbiamo ritenuto necessario chiedere all’ufficio competente della Provincia di Roma quale fosse la posizione dell’Ente in merito alle mancate autorizzazioni allo scarico nel depuratore consortile di Colleferro delle acque emunte dai barrieramenti idraulici per le attività di protezione delle falde acquifere sottostanti i siti di bonifica nel Comprensorio Industriale.
Alleghiamo di seguito la nostra richiesta e la risposta della Dott.ssa Maria Zagari per il Dipartimento IV “Tutela Acque, Suolo e Risorse Idriche”.
 
Un utile approfondimento per chi ha intenzione di comprendere i complessi meccanismi dei procedimenti di bonifica.
 
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La nostra richiesta alla Provincia di Roma
 
Salve.
 
Le scrivo in merito alle autorizzazioni allo scarico nel depuratore consortile riguardo ai barrieramenti idraulici per le attività di bonifica nel Comprensorio Industriale di Colleferro, Sito di Interesse Nazionale "Bacino del Fiume Sacco".
 
Tra le varie documentazioni, Conferenze di Servizi prima della riclassificazione a Sito di competenza regionale, si evince che le citate autorizzazioni spettano alla Provincia di Roma. Ciò viene confermato anche dal Ministero dell'Ambiente.
Ci preme avere informazioni in merito alla Vs. posizione, in quanto la ASL RMG nel verbale di riunione tecnica dell'08.09.14, rilancia la necessità di intervenire causa eventuali problemi per le falde idriche sottostanti.
 
Certi di un Vs. positivo riscontro porgiamo cordiali saluti..
 
Alberto Valleriani
Presidente p.t. Ass. Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
Data, 03.11.2014
 

La risposta della Provincia di Roma
 
 
Dott.ssa Maria Zagari
dirigente del Servizio 2
"Tutela Acque, Suolo e Risorse Idriche" 
Dipartimento IV della Provincia di Roma
 
 
La Provincia di Roma ha seguito l’intera vicenda della Valle del Sacco ed è stata rappresentata, nelle riunioni e conferenze di servizi indette dall’Ufficio Commissariale, dal Direttore del Dipartimento IV “Servizi di tutela e Valorizzazione dell’Ambiente”, che ha partecipato attivamente agli incontri esprimendo con chiarezza, in tutte le occasioni, la posizione della Provincia in applicazione della normativa vigente, di seguito illustrata.
In seguito alla cessazione dello stato di emergenza nella Valle del Sacco (30 ottobre 2012), il Consorzio Servizi Colleferro in data 24.1.2013 ha presentato al Servizio “Tutela Acque, Suolo e Risorse Idriche” della Provincia l’istanza di autorizzazione allo scarico per le acque reflue in corpo idrico superficiale. Dalla documentazione tecnica allegata all’istanza risultava che lo scarico origina dall’impianto di trattamento dove confluiscono:
 
1.     le acque reflue industriali delle società consorziate;
2.     le acque reflue domestiche delle società consorziate;
3.     le acque di prima pioggia;
4.     le acque “bianche” (acque meteoriche o acque di seconda pioggia).
5.   le acque dei pretrattamenti terziari degli impianti di Messa In Sicurezza di Emergenza (MISE) delle società obbligate alle operazioni di bonifica;

Le acque indicate ai punti 1, 2 e 3 sono disciplinate dalla parte III del D. Lgs. 152/2006 e, qualora rispettino tutte le condizioni ivi previste (compresa l’assenza di diluizione con altre acque di tipologia diversa ai sensi del comma 5 dell’art. 101), la competenza a rilasciare l’autorizzazione allo scarico in corpo idrico superficiale spetta alla Provincia (c. 7 art. 124 D. Lgs. 152/2006).

Le acque “bianche” non sono soggette a trattamento depurativo e ad autorizzazione allo scarico (per il combinato disposto dal c. 3 art. 113 D. Lgs. 152/2006 e dall’art. 24 Norme di attuazione Piano di Tutela delle Acque della Regione Lazio adottato con DCR n. 42/2007) e pertanto non possono confluire nello stesso impianto di depurazione in cui confluiscono altre acque reflue soggette a trattamento e ad autorizzazione in quanto ne determinerebbero la diluizione, che è vietata dal comma 5 dell’art. 101 del D. Lgs. 152/2006;

Le acque degli impianti di Messa In Sicurezza di Emergenza (MISE) delle operazioni di bonifica sono disciplinate dal titolo V (Bonifica dei siti inquinati) della Parte IV del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. che, nella versione aggiornata attualmente vigente, al comma 4 dell’art. 243 statuisce che “Le  acque emunte, convogliate  tramite  un  sistema stabile  di  collettamento  che  collega  senza  soluzione  di continuità il punto di prelievo di tali acque con il punto di immissione  delle  stesse,  previo  trattamento  di depurazione,  in  corpo  ricettore,  sono  assimilate  alle acque  reflue  industriali  che  provengono  da  uno  scarico  e come tali soggette al regime di cui alla parte terza.Tali scarichi, devono, quindi, essere separati da altri scarichi in tutto il loro percorso (dal punto di prelievo al punto di immissione nel corpo recettore) e pertanto non possono confluire, a monte del depuratore, insieme alle acque reflue industriali, domestiche e di prima pioggia, ma devono essere trattati separatamente in un impianto di depurazione appositamente dedicato. Questa disposizione normativa trova giustificazione nel fatto che le acque degli impianti di MISE, normalmente caratterizzati da alte portate e bassa concentrazione di inquinanti, determinerebbero la diluizione delle acque reflue industriali, domestiche e di prima pioggia, vietata dal comma 5 dell’art. 101 del D. Lgs. 152/2006.

L’autorità competente al rilascio dell’autorizzazione per le acque di MISE è indicata dall’art. 242 comma 7 del D. Lgs. 152/2006 che recita: “…omissis…. La regione, acquisito il parere del comune e della provincia interessati mediante apposita conferenza di servizi e sentito il soggetto responsabile, approva il progetto, con eventuali prescrizioni ed integrazioni entro sessanta giorni dal suo  ricevimento. …omissis, l'autorizzazione regionale di cui al presente comma sostituisce a tutti gli effetti le autorizzazioni, le concessioni, i concerti, le intese, i nulla osta, i pareri e gli assensi  previsti  dalla legislazione vigente compresi, in particolare, quelli relativi alla valutazione di impatto  ambientale, ove necessaria, alla gestione delle terre e rocce da scavo all'interno dell'area oggetto dell'intervento ed allo scarico delle acque emunte dalle falde”.

Per le motivazioni esposte sopra, lo scarico consortile non risulta conforme alle indicazioni della parte terza del D. Lgs. 152/2006 che disciplina gli scarichi di acque reflue, e per tale motivo è stato autorizzato dall’Ufficio commissariale in virtù dei propri poteri di deroga. Cessati tali poteri e scadute le autorizzazioni rilasciate dall’ufficio commissariale, per essere autorizzato in via ordinaria lo scarico deve essere opportunamente modificato per renderlo conforme alle disposizioni della parte III del D. Lgs. 152/2006.

Infatti, come già specificato dal rappresentante della Provincia di Roma nell’incontro del 14 giugno 2013 e nella Conferenza dei Servizi del 5 agosto 2013 presso l’Ufficio Valle del Sacco della Regione, e formalizzato nei rispettivi verbali, il decreto del fare (L. 9 agosto 2013 n. 98) si è limitato a chiarire che le acque degli impianti di MISE “sono  assimilate  alle acque reflue  industriali  che  provengono  da  uno  scarico  e come tali soggette al regime di cui alla parte terza”, cioè possono essere scaricate in corpo recettore (fognatura, corpo idrico o suolo) applicando i limiti tabellari previsti dalla parte III del D. Lgs. 152/2006 per tale tipologia di reflui (tabella 3 o 4 dell’All. V alla parte III a seconda della tipologia e delle caratteristiche del corpo recettore). Nessuna modifica è stata apportata dalla L. 9 agosto 2013 n. 98 alla disciplina autorizzatoria, che pertanto resta disciplinata dal comma 4 dell’art. 242 del titolo V (Bonifica dei siti inquinati) della Parte IV del D.Lgs. 152/2006.

Pertanto, spetta alla Regione (c.7 art. 242) la competenza al rilascio dell’autorizzazione allo scarico delle acque degli impianti di MISE, che devono essere separati da altri scarichi in tutto il loro percorso (comma 4 dell’art. 243) e devono rispettare i limiti previsti per le acque reflue industriali dalla parte III del D. Lgs. 152/2006 (tab. 3 o tab. 4 dell’all. V alla parte III a seconda delle caratteristiche del corpo recettore).

Per le motivazioni sopra indicate, lo scarico consortile non rispetta le condizioni previste dalla parte terza del D. Lgs. 152/2006 e l’istanza presentata dal Consorzio Servizi Colleferro alla Provincia il 24.01.2013 avrebbe dovuto essere rigettata, non avendo la Provincia i poteri di deroga posseduti dall’Ufficio Commissariale. La Provincia, per contribuire alla definizione del problema e per andare incontro alle esigenze del Consorzio Servizi Colleferro, con nota prot. 33814 del 06/03/2013 si è fatto carico di interessare della questione il Ministero dell’Ambiente, unica amministrazione titolata a valutare la situazione essendo la tutela dell’ambiente competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117 c. 2 lettera s) della Costituzione Italiana. 

La risposta del Ministero dell’Ambiente, che con nota del 14 marzo 2014 ha trasmesso l’istanza alla Regione Lazio “per il seguito di competenza”, è in linea con l‘interpretazione che la Provincia di Roma ha espresso nell’ambito delle riunioni e della Conferenza di Servizi indette dall’Ufficio Regionale per gli adempimenti previsti dall’OCDPC n. 61 del 14.03.2013.

Lo scarico consortile potrà essere autorizzato dalla Provincia di Roma in via ordinaria ai sensi della parte terza del D. Lgs. 152/2006 solo dopo la sua separazione dalle acque meteoriche (che non necessitano di trattamento ed autorizzazione) e dalle acque del barrieramento idraulico (che devono essere autorizzate, separatamente, dall’Autorità competente ad approvare i progetti di bonifica nell’ambito di tali progetti).

La Provincia di Roma purtroppo non ha partecipato con un proprio rappresentante alla riunione dell’8 settembre 2014 presso il Ministero dell'Ambiente a causa di disguidi nel passaggio di consegne al nuovo direttore del dipartimento IV “Servizi di Tutela e Valorizzazione dell’Ambiente” a seguito del pensionamento del precedente direttore. La Provincia chiederà al Ministero dell'Ambiente la rettifica del verbale nella parte in cui indica la Provincia come ente competente al rilascio delle autorizzazioni per gli impianti di MISE.
 
Data, 06.11.2014
 

Mettiamo Radici, passeggiata sui Monti Lepini il 24 maggio 2015

 



Comunicato Stampa Rete per la Tutela della Valle del Sacco

 
 
METTIAMO RADICI
“Fate come gli alberi, cambiate le foglie e conservate le radici.”
(Victor Hugo)
 
 
Progetto ambizioso, sicuramente. Ma il nostro territorio ha una storia affascinante, originale e forse poco nota alla maggior parte dei suoi abitanti, che lo conoscono solo per il suo presente così martoriato. Abbiamo pensato allora che è necessario scoprirlo, anzi riscoprirlo, nelle sue mille sfaccettature: sarà ancora più facile poi amarlo e difenderlo.

La nostra Valle, appesa alle montagne che la circondano e dimora di forme di vita generate secondo una trama rivelata dai flussi delle acque sotterranee e di superficie, porta le tracce di cambiamenti disegnati seguendo tempi biologici, tempi geologici e tempi storici. Il futuro delle nostre comunità si può disegnare solo comprendendo i ritmi e i cicli di questi cambiamenti, ritrovando il senso della presenza delle diverse culture che si sono via via succedute sino a quel ciclo di industrializzazione che non potrà mai più ripresentarsi per come è stato nei decenni passati, per come ha prodotto ricchezza devastando salute e ambiente. Forme e spazi urbani e industriali devono essere riconosciuti per poter essere rivissuti e diventare parte di un nuovo tessuto sociale e ambientale.
 
Noi vogliamo contribuire a ricostruire e condividere la conoscenza di questa rete complessa che lega tempi, luoghi, culture e forme di vita: abbiamo pensato di farlo con una serie di iniziative culturali a cui vorremmo dare la continuità di un percorso. Vogliamo mettere radici, ovvero costruire le radici del nostro futuro prendendo l'iniziativa, collaborando con chi ne coglie il senso e magari si sta già muovendo nella stessa direzione.
 
Inizieremo domenica 24 maggio con una splendida passeggiata naturalistica sui monti Lepini dal Campo di Segni a quello di Montelanico, appuntamento presso la sede di RETUVASA in Via Latina, 90 a Colleferro alle ore 9,00; proporremo poi itinerari archeologici, urbani e industriali che attraverseranno la città e il suo territorio.
Tutti i percorsi avranno un carattere conviviale, lontano dalle sale accademiche e il più possibile vicino ai luoghi della vita vissuta.

 
Vi aspettiamo! 

Colleferro – Valle del Sacco, 15 maggio 2015

 
Info: retuvasa@gmail.com , www.retuvasa.org , tel. 3358032442
 
CLICCA QUI per la locandina
 

Colleferro, conclusioni seminario bonifica Valle del Sacco - 18 aprile 2015.

 
Comunicato Stampa Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
Il seminario del 18 aprile sulla bonifica della Valle del Sacco: certezze, nuovi elementi e necessità di costruire la conoscenza.
 

 
Sabato 18 aprile si è svolto il seminario organizzato dalla Rete per la Tutela della valle del Sacco (retuvasa) sullo stato dell'arte della gestione del Sito di Interesse Nazionale (SIN) e della bonifica delle aree inquinate.
 
I lavori, coordinati da Roberto Rosso di Retuvasa, sono stati introdotti da Alberto Valleriani -presidente di Retuvasa- che ha illustrato le varie tappe attraversate, dalla nascita del SIN, alla gestione commissariale, il declassamento da parte del ministero dell'ambiente del ministro Clini con gli errori di definizione delle aree, il rigetto del provvedimento da parte del TAR sino all'attuale processo amministrativo che deve ridefinire la perimetrazione del SIN.
 
L'ing. Fabio Ermolli di ARPA Lazio sezione provinciale di Roma ha illustrato in modo approfondito metodologia e pratica della caratterizzazione dei siti inquinati ossia quel processo che ha come obiettivo la individuazione e l'analisi completa dello stato di inquinamento, concentrandosi sull’area industriale di Colleferro e sui risultati allo stato dell’arte.
C’è da sottolineare che le fasi di caratterizzazione dell’ex area BPD hanno evidenziato, per il suolo, forti contaminazioni per le aree denominate Arpa1, Arpa2, Benzoino,OCR, Ex Cava di Pozzolana, Caffaro Chetoni e modeste contaminazioni nelle aree denominate Se.Co.Sv.Im. ex Edison, Italcementi, CSC, Se.Co.Sv.Im, ARC. Sono stati riscontrati superamenti principalmente per metalli (Arsenico, Mercurio, Cadmio, Zinco, Rame, Nichel, Vanadio, Ferro, Manganese) fitofarmaci (DDD, DDE, DDT, Dieldrin, Clordano, HCH, Idrocarburi C>12), diossine e PCB.
Per le acque sotterranee l’area risulta molto più vasta e interessa indicativamente il 60% dell’ex area industriale andando ad interessare anche il consorzio Vallesettedue con modeste contaminazioni con superamenti principalmente per metalli (Cromo VI, Alluminio, Arsenico, Ferro, Manganese, Mercurio, Piombo), fitofarmaci (DDD, DDE, DDT, diedri, clordano, HCH, idrocarburi C>12), BTEX, solventi.
 
Il dott. Francesco Blasetti del dipartimento di epidemiologia dell'ASL Roma G-E ha illustrato in modo sintetico, l’attività di sorveglianza sanitaria ed i suoi risultati, ha poi risposto ai molti interrogativi proposti dai partecipanti al seminario.
Lo studio, finora, ha interessato 502 persone, 183 famiglie evidenziando che i soggetti sottoposti a biomonitoraggio presentano maggiore contaminazione per le donne e gli anziani, persone che hanno bevuto acqua da pozzi privati e consumato cibo locale con possibili accostamenti a effetti genetici o di familiarità.  
I primi risultati del rapporto di sorveglianza hanno segnalato che l’esposizione ambientale al Beta-HCH può influire sul metabolismo dei lipidi, la funzionalità renale, la regolazione degli ormoni sessuali nelle donne, i livelli di cortisolo ematico e lo stato cognitivo.
Il Dott. Blasetti ha evidenziato gli svantaggi della metodologia applicata a questo tipo di studio ricondotti a: disegno trasversale, no migliori stimatori di grasso corporeo (es. circonferenze), no misurazione pressione sanguigna, no info su ipertensione e farmaci, 22% di soggetti esclusi per campioni non idonei.
Tra i vantaggi: l’esito è stato rilevato direttamente attraverso un prelievo di sangue analizzato da un laboratorio di analisi, è da considerare un primo programma di popolazione per fornire risposte tecniche capaci di informare le istituzioni.
In conclusione occorrerà un’osservazione longitudinale
Da marzo 2013 è iniziato il primo follow-up della coorte che prevede la ripetizione degli esami di laboratorio e strumentali con l’aggiunta di: elettroliti, visita cardiologica, elettrocardiogramma, misurazione pressione arteriosa, eco-doppler delle vene carotidee, misura circonferenza vita, info farmaci da questionario
 
Da ultimo la dott.ssa Sara Taviani ha fornito una descrizione della struttura delle falde acquifere restringendo il quadro dal livello regionale sino al territori in cui si colloca Colleferro comprensivo di aree inquinate e discarica. Sicuramente da approfondire il fatto che per quanto riguarda i barrieramenti idraulici sarebbe opportuno lavorare su un’indagine degli acquiferi su area vasta e non sostanzialmente su quelli sottesi alle aree contaminate.
 
Non è potuto intervenire per ragioni di salute il prof. Paolo Viotti, ma si è dichiarato disponibile a collaborare alle prossime iniziative.
 
Alle relazioni del seminario vanno segnalati alcuni eventi degli ultimi tempi.
 
Un dato positivo è una nuova modalità di intervento partecipato per la proposta di perimetrazione del SIN Valle del Sacco che nelle prossime settimane verrà discussa dai Comuni, dalle istituzioni sanitarie e di controllo, dalle reti associative del territorio.
 
Una pessima notizia viene invece dal Ministero della Salute che ha interrotto i finanziamenti dello Studio SENTIERI (studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento), tuttora finanziato esclusivamente dall’ISPRA con notevoli difficoltà economiche dovute anche alla riorganizzazione dell’ente, che negli anni ha prodotto un rapporto sulla realtà sanitaria dei singoli SIN inserita nel contesto nazionale.  
 
In conclusione questo seminario costituisce un primo momento, a cui altri seguiranno, di un percorso finalizzato a ricostruire il quadro organico dei problemi ambientali del territorio di Colleferro e della Valle del Sacco. In questo percorso ai momenti seminariali si affiancherà la costituzione di un gruppo di lavoro di esperti delle diverse discipline necessarie a comprendere i fenomeni di inquinamento che investono il nostro territorio, e le necessarie opere di bonifica, indispensabili per la realizzazione di un futuro diverso. Assieme al gruppo di lavoro si lavorerà alla costruzione di strumenti per la condivisione delle informazioni acquisite e delle conoscenze prodotte.  
Integrare le conoscenze è necessario per prendere le decisioni corrette, ma tutti i cittadini devono poter partecipare comprendendo il contesto di quelle decisioni.
 
 
CLICCA QUI per scaricare le presentazioni del seminario.
 
 
 
Colleferro-Valle del Sacco, 09-05-2015
 

Colleferro, il processo incenerito


COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO
 
“COLLEFERRO, IL PROCESSO INCENERITO “


Il Tribunale di Velletri si è finora occupato del processo sugli inceneritori di Colleferro, processo che è stato agli onori della cronaca, per l'estrema scientificità delle condotte criminose, oggetto di scrutinio da parte del Tribunale. Risulta dal capo di imputazione che gli imputati hanno bruciato nell'inceneritore rifiuti non consentiti, arrivando, per non far emergere le loro responsabilità, a far falsificare i certificati relativi e a penetrare nel sistema informatico di monitoraggio in continuo, onde non far risultare lo sforamento delle soglie per inquinanti emessi in atmosfera. Ad oggi, la popolazione colleferrina non sa che cosa sia stato bruciato prima del 2008 nell'inceneritore, ma i dati per asma pediatrico e patologie alle vie respiratorie parlano -purtroppo- da soli.
 
Qualunque cittadino si aspetterebbe una gestione scrupolosa di un processo tanto delicato. Purtroppo tale attesa non ha trovato riscontro nei fatti.
 
Il Tribunale di Velletri, dopo quattro anni di processo - tra fase dell'udienza preliminare e fase dibattimentale – ha, accogliendo un'eccezione della difesa degli imputati formulata già in fase di udienza preliminare – dichiarato la propria incompetenza funzionale, essendo per la tipologia di delitti contestati, competente il Tribunale di Roma. Ciò sta a significare che sono stati letteralmente “inceneriti” quattro anni di processo, ed essendo la notizia di reato del 2008, anche questo processo potrebbe essere segnato dalla prescrizione.
 
Non intendiamo entrare nel merito della decisione. Quello che però lascia interdetti è che per giungere a detta decisione, ci sono voluti 3 anni di processo in fase di udienza preliminare e 1 anno di giudizio dibattimentale. Il Tribunale di Velletri si è potuto pronunciare sulle eccezioni preliminari, rispetto alle quali, normalmente, basta un'udienza, dopo una serie svariata di rinvii, pari alla lunghezza di un anno, dovuti ad omesse o inefficaci notifiche.

Un processo di tale delicatezza avrebbe meritato una maggiore attenzione ed efficienza a partire dalle notifiche fino a pervenire allo studio scrupoloso della questione.
 
Le associazioni ambientaliste, parti civili, si augurano di trovare nel Tribunale di Roma una maggiore efficienza e sensibilità ambientale, affinché venga fatta giustizia, come richiesto da tutti i cittadini che si trovano ad affrontare sempre più spesso situazioni analoghe.


Colleferro, 24 marzo 2015
 
F.to
Ass. Raggio Verde 3389213916
Ass. Rete per la tutela della Valle del Sacco (Retuvasa)
Ass. Unione Giovani Indipendenti (UGI)
Comitato Residenti Colleferro
Ass. Mamme Colleferro (A.Ma) 

Colleferro, sequestro del centro di trasferenza rifiuti


Comunicato Stampa
Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro
 
Colleferro: il NOE sequestra la discarica, i rifiuti restano per strada, quale prospettiva?

 


Il 18 dicembre 2014 il NOE (Nucleo Operativo Ecologico) dei Carabinieri di Roma, dietro richiesta del giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale di Roma, dott. Massimo Battistini, ha disposto il sequestro preventivo del 'centro di trasferenza' all’interno della discarica di Colle Fagiolara, a Colleferro.

Nel nostro comunicato del 14 dicembre scorso avevamo evidenziato l’assenza dell’autorizzazione per il sistema di trasferimento dei rifiuti da Colleferro ad Aprilia; successivamente abbiamo protocollato le nostre osservazioni alla Conferenza di Servizi apposita. Dopo il decreto di sequestro del piazzale di colle Fagiolara, oggi la discarica di Colleferro continua ad essere attiva ed a ricevere anche una parte dei rifiuti pontini, preventivamente trattati presso gli impianti di Aprilia (vista l’imminente fine vita della discarica Indeco di Borgo Montello).

Premesso che le amministrazioni comunali e regionali intendono regolarizzare la situazione di illegalità, rilasciando a breve le necessarie autorizzazioni, è necessario ricostruire le decisioni e gli interventi che hanno portato a questa situazione.

Dal 10 settembre 2014 - dopo il ricorso al TAR Lazio di Retuvasa e Comitato residenti Colleferro contro la tritovagliatura - la Regione Lazio ha imposto alla sua società, Lazio Ambiente Spa, di non conferire rifiuti ‘tal quale’ a Colleferro, ma di sottoporli al regolare pretrattamento presso il centro di preparazione del combustile derivato da rifiuti (CDR) di Rida Ambiente s.r.l. ad Aprilia. Gli scarti di lavorazione, che non diventano CDR da destinare agli inceneritori, tornano alla discarica.

All'inizio del processo i rifiuti conferiti dai Comun sono stati scaricati dai compattatori in un lotto (già esaurito) della discarica di colle Fagiolara, depositati a terra, caricati nei TIR e trasportati ad Aprilia. Tutta questa attività, che si chiama trasferenza, è stata eseguita illegalmente se non denominata impropriamente “trasbordo”, senza autorizzazione e senza annotazione nei registri di carico e scarico delle quantità provenienti dai Comuni afferenti ad uno dei sub-Ato di Roma.

Come risulta da notizie di stampa, il GIP indaga in concorso, il legale rappresentante di Lazio Ambiente SpA, Vincenzo Conte, e il legale rappresentante della “Autotrasporti Pigliacelli SpA”, Ezio Pigliacelli, raggiunti da avviso di garanzia.
Fino al decreto del 18 dicembre Lazio Ambiente SpA ha operato nell’illegalità, sia quando eseguiva la mera tritovagliatura dei rifiuti, sia quando svolgeva attività di “trasferenza”, senza autorizzazione, situazione di cui la Regione Lazio era a conoscenza.
 
Ci troviamo di fronte a due ordini di problemi.
 
Il primo -e più grave- è la riproposizione di un sistema di gestione dei rifiuti che pone al centro l’incenerimento, mantenendo le discariche e ignorando del tutto il modello di un ciclo integrato fondato su riduzione alle fonte, riciclo e riuso del prodotto della raccolta differenziata porta a porta. Quest’ultimo richiede una inversione di rotta a 180 gradi, un intervento strategico sul piano dell’organizzazione dei servizi locali e delle filiere produttive. Di ciò non c’è traccia e gli interventi governativi e legislativi vanno nella direzione opposta.
Del primo molto abbiamo detto e diremo, del secondo siamo costretti ad occuparci oggi.
 
Il secondo, derivato dal primo, nasce dalla totale improvvisazione degli interventi con il sospetto della premeditazione.
 
Da anni si sapeva che la discarica di Colle Fagiolara era fuori legge e destinata a chiudersi al ‘tal quale’, così come a livello regionale si sapeva di Malagrotta e della insostenibilità complessiva del sistema. Si sapeva del degrado industriale finanziario del consorzio Gaia, la cui storia è costellata di illegalità, che ne segnano all’origine il passaggio da consorzio pubblico a SPA, società di diritto privato.
 
Dopo la sentenza del 10 settembre 2014, in applicazione all’ordinanza del TAR Lazio la Regione si è limitata a prevedere solo alle operazioni di trasbordo dei rifiuti dai compattatori ai tir, diretti al TMB di Rida Ambiente, ad Aprilia, per rientrare a Colleferro come residuo di lavorazione.
(http://retuvasa.org/lazio-ambiente-spa/colleferro-sulla-gestione-dei-rifiuti-vige-lanarchia)
 
Gran parte dei Comuni del sub-ATO di Roma ha preferito essere servita da Lazio Ambiente SpA, nonostante l’aumento di circa 40 euro a tonnellata come costo di trasporto del tal quale da Colleferro ad Aprilia.
Alcuni Comuni, in particolare Lariano e Velletri, hanno scelto altri impianti, avvalendosi, dal 13 settembre 2014, delle norme introdotte dallo Sblocca Italia, in base alle quali i rifiuti solidi urbani possono circolare liberamente nella Regione di provenienza, senza sottostare alla limitazione degli ambiti territoriali.
Il costo per i Comuni con il passaggio intermedio a Colleferro è passato da 122 a 145 euro a tonnellata, mentre Rida Ambiente richiederebbe 109 euro a tonnellata, al netto del costo di trasporto.
 
Per fare un esempio: il Comune di Colleferro conferisce circa 9.000 tonnellate annue di rifiuti e l’incremento ammonterebbe a 360.000 euro, un costo aggiuntivo esorbitante in un periodo di contenimento della spesa pubblica.
 
La logica volutamente emergenziale ha legittimato ancora una volta scelte improvvisate, ha legittimato l’affidamento senza gara del servizio, senza alcuna trasparenza sui costi ed i benefici di tali affidamenti. La soluzione adottata richiede che i rifiuti raggiungano il TMB di Aprilia quindi problema logistico costituisce un fattore di criticità, un passaggio obbligato.
Come si giustificano le tariffe di Lazio Ambiente e quelle della società di trasporto?
 
A questo punto, la Regione Lazio, con la deliberazione n. 902 del 16.12.2014, ha autorizzato la copertura dei costi a favore dei singoli Comuni, per una spesa complessiva di circa 400.000 euro ponderata per la durata di 3 mesi (presumibilmente settembre-dicembre 2014).
La Regione Lazio continua a coprire i costi di una politica dissennata, tamponando i bilanci comunali e sorreggendo la propria vacillante creatura Lazio Ambiente.
Quest’ultima è la società partecipata che ha preso in carico le attività del consorzio GAIA, priva di una qualsiasi prospettiva strategica sia dal punto di vista industriale che economico-finanziario, come dimostrano le vicende di cui ci stiamo occupando ed i dati sulla formazione del suo capitale.
Alzando lo sguardo alla realtà metropolitana e regionale, compare all’orizzonte la sua incorporazione in una nuova realtà AMA-ACEA, che nascerebbe all’insegna del far “grassi” profitti sul ciclo dei rifiuti, all’ombra dei fumi degli inceneritori e della costruzione di un TMB più che mai inopportuno.
 
Nel frattempo continua il grave stato di disagio prodotto dagli odori nauseabondi della discarica, mentre emerge il dato inquietante dell’inquinamento della falda acquifera sottostante il sito, a completare il quadro drammatico dell’inquinamento delle matrici ambientali della città di Colleferro e del territorio circostante. Nel passaggio delle feste natalizie e di fine anno le strade di Colleferro hanno visto un accumulo si immondizia, ennesima dimostrazione di inefficienza, se non di peggio.
 
Dopo la grande manifestazione contro la costruzione dell’impianto TMB e per la difesa della sanità pubblica, abbiamo assistito al tracollo della giunta della città di Colleferro. 
Ci possiamo solo augurare, all’inizio di questo nuovo anno, che la cittadinanza che ha manifestato in piazza continui a dare un forte contributo al superamento di una gestione del territorio e delle finanze comunali basato sullo scambio tra salute dei cittadini e contributi al bilancio.
Uno sforzo straordinario è richiesto a tutti noi e non può essere delegato esclusivamente ai futuri amministratori, che saremo chiamati a scegliere, per affrontare i vincoli e le prospettive che nascono non solo da dinamiche locali, ma da strategie nazionali in termini di spesa pubblica, di politiche economiche ed ambientali.
E’ richiesta quindi una mobilitazione da parte della cittadinanza attiva con  azioni e proposte e con una intensa attività di controllo ed interrogazione nei confronti della gestione commissariale di questi mesi a Colleferro.
Il primo quesito è “quando si avvia la raccolta differenziata porta a porta?”.
 
Alle associazioni ed ai comitati infine tocca il compito di costituirsi come parte offesa nell’ennesimo procedimento penale in essere nella Valle del Sacco, instancabile e mai sazio teatro di illeciti ai danni della comunità.
 
 
Colleferro, 9  gennaio 2015

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