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SIN Valle del Sacco

SIN

Valle del Sacco, le novità in attesa della chiusura della nuova perimetrazione del SIN.


Comunicato Stampa Retuvasa
 
Valle del Sacco.
Le novità, in attesa della chiusura della nuova perimetrazione del SIN.
 
 
Lo scorso Venerdì 26 febbraio scorso siamo stati ricevuti dall’Area Lavori Pubblici della Regione Lazio, dietro nostra richiesta di audizione per avere aggiornamenti sulla situazione di alcune attività riguardanti il SIN Bacino del fiume Sacco.
Presenti l’Avv. Eugenio Monaco, l’Avv. Mara Maroni, il rag. Fabio Iacobello; per Retuvasa, Alberto Valleriani e Roberto Rosso.
 
L’Amministrazione sta effettivamente dimostrando la disponibilità, più volte dichiarata, ad interloquire con le associazioni. Il confronto è stato molto articolato e alcuni punti ci sono sembrati rilevanti.
In particolar modo, è emersa la volontà di potenziare l’Ufficio Bonifica dei Siti Inquinati della Regione Lazio nella partecipazione/gestione al procedimento del SIN, anche in base all’esperienza accumulata dall’ex Ufficio commissariale, che non deve andare dispersa.
 
La prima richiesta si è concentrata sulla situazione degli acquiferi nel territorio industriale di Colleferro, in particolare sulle autorizzazioni allo scarico del depuratore consortile, oggetto nei mesi passati di contesa tra la società Servizi Colleferro S.c.p.a. e la Provincia di Roma.
Ricordiamo che il TAR si è pronunciato a favore della provincia di Roma, stabilendo che la competenza al rilascio dell’autorizzazione allo scarico finale del depuratore, essendo collettati gli scarichi degli impianti MISE (Messa in Sicurezza d’Emergenza) e/o bonifiche, ricade sulla Regione, in quanto succeduta all’ex Ufficio commissariale, oppure al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare, in virtù della competenza per il SIN.
In tale contesto, la Regione, in esecuzione della decisione del TAR Lazio, e in attesa che il Consiglio di Stato si pronunci sull’appello proposto dalla Servizi Colleferro S.c.p.a, dopo aver sollecitato il Ministero, ha rilasciato l’autorizzazione provvisoria allo scarico finale del Depuratore consortile di Colleferro, vincolandola alla durata della contabilità speciale comprese eventuali proroghe.
Il rilascio del suddetto titolo autorizzatorio consentirà, oltre al proseguimento delle attività di MISE, essenziale per il completamento dell’azione di bonifica, anche l’avvio in tempi certi dell’impianto di bonifica dell’acquifero, realizzato da SE.CO.SV.IM., con un impegno di spesa, a carico di quest’ultima, di circa 4,5 milioni di euro.
 
In secondo luogo, ci siamo soffermati sulla situazione di ARPA2, i cui tempi di gara d’appalto si sono assai prolungati, sia per l’oggettiva complessità della materia, sia a causa della cessazione dello stato di emergenza. Attualmente l’appalto per i lavori di messa in sicurezza permanente ARPA2 è stato affidato, perciò a breve dovrebbero partire i lavori, della durata di circa 593 giorni lavorativi, condizioni meteorologiche permettendo.
La prima fase dei lavori si concentrerà sulla ricognizione volta ad escludere la presenza di ordigni bellici, di prassi nell’area di Arpa2, vista la storia dell’area.
Il costo di tale sezione di bonifica è di circa 4,3 milioni di euro, per l’80% a carico di SE.CO.SV.IM.
L’ex Ufficio Commissariale ha in dotazione di cassa liquidità per circa 8 milioni di euro, da utilizzare per gli interventi già programmati, tra cui anche la bonifica dell’area denominata “Chetoni Feniglicina”, che sarà uno dei prossimi passaggi.
Altri fondi, secondo la Regione, dovrebbero essere recuperati, essendo stati anticipati dai POR e FESR degli anni precedenti, auspicando che ci si possa fare affidamento.
 
Abbiamo inoltre chiesto quale ruolo la Regione intenda giocare nella gestione del nuovo SIN, una volta completato il percorso della nuova perimetrazione.
 
La risposta è stata che, di fronte alla straordinaria complessità ed estensione del SIN, risulta necessario condurre un’indagine preliminare su Area Vasta, che dia indicazioni sulla situazione ambientale e, in caso di superamenti dei parametri di legge, attivare procedure di caratterizzazione, che richiedono un uso ben maggiore di risorse, prendendo a riferimento anche i risultati dell’indagine epidemiologica ancora in corso ed estesa dall’ultima campagna sino all’area di Ceccano.
È intenzione dell’Area regionale richiedere il controllo delle procedure amministrative e finanziarie all’autorità nazionale anti-corruzione (ANAC), presieduta da Raffaele Cantone, e valutare la possibilità di effettuare accordi anche con reparti specializzati ambientali dell’Autorità Giudiziaria.
L’Avv. Monaco ha ribadito i concetti esposti (in particolare nell’interlocuzione con noi) in occasione del Convegno del 27 febbraio scorso organizzato dall’Amministrazione del Comune di Ceprano, una delle più reattive in questo periodo su tutti i fronti aperti nella Valle del Sacco, ribadendo la disponibilità al confronto con tutti gli interlocutori.
 
Non è superfluo ricordare e sottolineare, in quel Convegno, l’intervento dell’On. De Angelis, presidente del consorzio industriale ASI di Frosinone, che ha manifestato la disponibilità ad essere soggetto attuatore di indagini ambientali. Tale intervento ci lascia molto perplessi, in quanto potrebbe essere più un sintomo dell’interesse ad amministrare i fondi della bonifica, peraltro drammaticamente insufficienti, che tecnicamente motivato da specifiche ed effettive competenze dell’ente in questione.
Inoltre, riteniamo imperativo far valere il principio “chi inquina paga”, coinvolgendo tanto i responsabili delle cause dell’inquinamento, quanto i responsabili della mancata vigilanza.
Al riguardo, l’Avv. Monaco ha affermato che tutte le indagini e le attività svolte saranno in danno ai soggetti responsabili, una volta individuati dall’Ente provinciale.
L’on. De Angelis, in qualità di Presidente del Consorzio ASI, a nostro avviso dovrebbe invece preoccuparsi di trovare al più presto una soluzione per l’allaccio delle aziende al depuratore consortile di Anagni, di cui tale Consorzio è gestore. Ricordiamo che il depuratore, non ancora in funzione, sono stati spesi in un ventennio circa 20 milioni di euro, di cui parte anche dall’ex Ufficio Commissariale.
 
Si è accennato all’avvio di un Contratto di Fiume per il Sacco, da realizzarsi contestualmente alla gestione del SIN, i cui obiettivi primari sono l’equilibrio idro-geologico e la qualità delle acque. Importanza particolare ha la sistemazione degli argini e dei terreni ripariali per la riduzione del rischio delle esondazioni, mentre con la creazione di piste ciclabili si potrebbero realizzare forme di controllo popolare contro gli scarichi abusivi e favorire la pubblica fruizione dell’area fluviale e lo sviluppo turistico. Uno strumento da costruire con logica di sistema, trasparenza e partecipazione, contro ogni tentazione di corsa all’accaparramento di fondi.
 
Nel corso del convegno succitato, la consigliera regionale Daniela Bianchi ha ribadito l’unitarietà e la necessità di un coordinamento di tutte le attività finalizzate al risanamento ambientale e al rilancio sociale ed economico della Valle del Sacco; in proposito, restiamo in attesa di sapere quale sorte subirà e di quali compiti si farà carico il tavolo di lavoro sulla Valle del Sacco da lei presieduto in consiglio regionale.
 
In conclusione, i tempi per la nuova perimetrazione si sono leggermente allungati per il ritardo delle procedure di alcuni Comuni. Si spera sia emanato per metà maggio il relativo decreto ministeriale.
Si riparte portando a conclusione le attività già progettate, finanziate e avviate.
Si riparte con una quota di fondi già stanziata che, per quanto inadeguata rispetto alle dimensioni e alla complessità del territorio inquadrato nel SIN, richiederà idonee procedure di controllo e gestione.
Le vicende pregresse hanno dimostrato la necessità di forme adeguate di collaborazione e coordinamento tra tutti i soggetti coinvolti nell’azione di bonifica - Ministero, Regione Lazio, Comuni, Reti Associative -  e un’assoluta trasparenza nei processi decisionali ed operativi.
Capacità di collaborazione, efficacia organizzativa e trasparenza saranno resi possibili da una adeguata gestione dei processi informativi, che si è dimostrata invece sinora tragicamente inefficiente.
In proposito, i nostri interlocutori hanno ventilato l’ipotesi di un link sul sito istituzionale della regione, in cui far migrare le documentazioni che man mano verranno prodotte.
 
Da parte nostra abbiamo garantito la massima disponibilità ad attivare processi collaborativi e trasparenti sul territorio, non trascurando le altre vertenze aperte, come quelle del ciclo dei rifiuti e della gestione del Sistema idrico Integrato, legate inestricabilmente alla bonifica dei territori inquinati, terreno di mobilitazione crescente nei prossimi mesi.
 
 
Valle del Sacco, 18.03.2016 
 

Valle del Sacco, stop al processo.


Comunicato Stampa

Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa)
Unione Giovani Indipendenti (UGI)

 
 Valle del Sacco, stop al processo.
 
 
 
Contrariamente a quanto si attendevano le parti civili del processo Valle del Sacco, il Giudice dott. Mario Coderoni, nell’udienza del 19 novembre scorso ha sospeso di fatto il dibattimento accogliendo l’istanza della difesa sulla legittimità costituzionale dell’art. 157 comma 6 codice penale (ex. Legge Cirielli). Abbiamo atteso questo tempo nel comunicare per ottenere l’atto emesso e valutarne approfonditamente ogni sua parte.In un’ordinanza di 11 pagine il Giudice ha dichiarato “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale” dell’articolo in questione, nella parte in cui si stabilisce il raddoppio dei termini di prescrizione per il reato di disastro colposo in relazione alla fattispecie dolosa, anche se ha specificato che il caso citato dalla sentenza della Corte non è del tutto identico a quello che riguarda il nostro processo.
 
Attualmente il nostro sistema giuridico non prevede termini prescrizionali diversi a seconda del dolo o della colpa, ad esempio le lesioni dolose e colpose hanno lo stesso termine prescrizionale.
 
Il Giudice, però, ha ripreso come esempio la sentenza della Corte Costituzionale, la n. 143 del 28.05.2014, che dichiarava illegittima la disparità dei termini di prescrizione tra incendio doloso e incendio colposo, più lunghi per quest’ultimo di minore rilevanza rispetto al primo.
 
Prima della Legge ex Cirielli il disastro doloso prevedeva tempi di prescrizione di 12 anni elevabile a 15 anni per la presenza di atti interruttivi; quello colposo era di 6 anni elevabile a 7 anni e 6 mesi.
Con l’introduzione del comma 6 la prescrizione diventa di un massimo di 15 anni per entrambi i reati.
 
Con la Legge ex Cirielli i termini di prescrizione sono stati resi univoci per entrambi i tipi di reato e ciò può andare a travalicare il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione.
Questa è l’eccezione della difesa.
 
Di fatto le vicende oggetto del presente processo si pongono a cavallo tra le due discipline della prescrizione succedutosi nel tempo, tra il 2005 e il 2008, prima e dopo la Legge ex Cirielli.
Per quanto riguarda la condotta degli imputati se la Corte Costituzionale dovesse dichiarare illegittimo il comma 6 dell’articolo 157, i termini di prescrizione tornerebbero a 7 anni e 6 mesi, di conseguenza i reati sarebbero prescritti, anche quelli con condotta colposa del 2008.
 
Inoltre nel decadimento del processo potrebbe ancora intervenire la verifica della data di consumazione del reato che se ricondotta ad anni antecedenti riportati nel capo di imputazione, renderebbe prescritte alcune condotte rilevanti ascrivibili agli imputati, con conseguente decadimento.
 
Come ci si può rendere conto la materia è abbastanza complessa, di certo è che il processo viene rimandato in decisione alla Corte Costituzionale, con notifica alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Presidente del Senato e al Presidente della Camera dei Deputati.
L’unico dato positivo è che vengono sospesi i termini di prescrizione, quindi le parti civili sotto questo profilo sono salvaguardate.
 
Tuttavia nelle more della decisione tante cose potrebbero succedere, se ad esempio dovesse cambiare il Giudice, l'intera istruttoria dibattimentale dovrebbe essere rinnovata e in quel caso la prescrizione non sarebbe sospesa.
In conclusione, essendo tale questione già stata proposta alla Corte Costituzionale in altri procedimenti, le parti civili confidavano che il Tribunale l’avrebbe ritenuta infondata per consentire la prosecuzione del processo. Una simile soluzione non avrebbe infatti determinato alcun pregiudizio alla difesa degli imputati e avrebbe salvaguardato la posizione delle parti civili.
Ciò non è stato.
 
A questo punto è da valutare se non sia davvero il caso di trasferire le azioni delle parti civili nella sede a loro deputata, vale a dire il Tribunale civile e anche nei confronti di soggetti che non sono stati minimamente sfiorati dalle indagini, ma che hanno certamente una grande responsabilità per quanto i cittadini della Valle del Sacco hanno dovuto e continuano a subire.
 
    
 
Valle del Sacco, 10.01.2016
 

Valle del Sacco, fondi e priorità per la bonifica.


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

Valle del Sacco. Cosa c’è da fare dopo la perimetrazione del SIN?
 

Gli enti pubblici hanno concluso la perimetrazione del nuovo Sito di Interesse Nazionale della Valle del Sacco. In attesa delle osservazioni dei privati coinvolti, le quali potrebbero comportare tempi non brevi, ci si può cominciare a domandare come procedere con la bonifica e soprattutto con quali fondi. Lo stesso Ministero dell’Ambiente non ha nascosto le ristrettezze economiche, che possono indebolire e ritardare le operazioni di bonifica nei SIN.
 
Il nostro nuovo SIN, lo ricordiamo anche in questa sede, è decisamente complesso e articolato. Si sviluppa in area vasta lungo l’asse del fiume, comprendendo terreni agricoli (la cui esatta definizione è da verificare in base ad analisi aggiornate) contaminati da beta-HCH e metalli pesanti, nonché numerose ulteriori aree, prevalentemente industriali ed ex industriali, interessate da altre tipologie di contaminazione (ad esempio, l’amianto della Cemamit a Ferentino e i veleni della discarica delle Lame a Frosinone).
 
Non conosciamo ancora l’esatta estensione del SIN, ma in base a una verosimile stima si potrebbero presumere non meno di 7.000 ettari. Per estensione il nostro SIN dovrebbe dunque collocarsi al terzo posto in Italia, dopo i SIN di Casale Monferrato e del Sulcis.

Dopo un anno e mezzo di stop alle attività di bonifica a causa del declassamento dell’ex SIN, dopo un anno per maturare la perimetrazione del nuovo SIN, ci ritroviamo ancora con la famigerata area ARPA2 del sito industriale di Colleferro da mettere in sicurezza, nonché con i barrieramenti idraulici lasciati nell’abbandono amministrativo. Il depuratore di Anagni, gioiellino finalmente terminato dopo tempi biblici e dispendio faraonico di risorse, non è ancora in funzione a causa del mancato allaccio delle industrie, che non hanno alcuna intenzione di collegarvisi. I terreni agricoli ripariali sono ancora contaminati e l’evidenza sperimentale sinora maturata relativamente all’applicazione di sistemi di fitorimedio può dirsi interessante, ma ben lungi dal poter diventare in tempi brevi operativa e dal prospettarsi come pratica sostenibile economicamente e soprattutto ambientalmente, ovvero non foriera di ulteriori fattori inquinanti.
 
Enormi risorse sono necessarie per quanto elencato sinora. Da che base partiamo?
 
Il recente emendamento Pilozzi (sottoscritto anche da altri parlamentari) alla Legge di Stabilità presentato in V Commissione Permanente (Bilancio, Tesoro e Programmazione), relativamente al Bilancio di Previsione triennale 2016-2018, ha consentito di destinare al nostro SIN 10 milioni di euro, 5 per il 2016 e 5 per il 2017. L’emendamento rende inoltre disponibili, per tutti i SIN ma prioritariamente per quelli per cui è necessario provvedere con urgenza al corretto adempimento di obblighi europei, ulteriori 10 milioni di euro per il biennio 2016-17 e ulteriori 10 milioni per il 2018.
A dirla tutta, il testo dell’emendamento inizialmente presentato era ancora più incisivo, proponendo uno stanziamento di 40 milioni di euro per il solo SIN della Valle del Sacco, sempre suddivisi nelle due annualità. Il Governo ha però preferito operare dei tagli.
 
Si può inoltre contare sui fondi rimasti in giacenza nella contabilità speciale regionale.
Per quanto riguarda il residuo di fondi non utilizzati dall’ex Ufficio Commissariale, si tratta di ulteriori 10 milioni di euro circa, da destinare esclusivamente a progetti già approvati, in particolare la bonifica del sito ARPA2.
Ulteriori 10 milioni di euro circa sono parte della dotazione dell’ex Ufficio Commissariale, a titolo di crediti maturati e non ancora liquidati, dovuti soprattutto dagli uffici regionali che gestiscono i fondi comunitari.
 
Si tratta, tutto sommato, di una cifra molto lontana dal poter fronteggiare tutte le esigenze della bonifica, ma non indifferente per cominciare ad operare. Per non disperderla in mille rivoli, è indispensabile stabilire delle priorità. Tra le quali, lo ribadiamo, non possono non essere contemplate le seguenti:
 
  • l’avvio del percorso di Messa In Sicurezza di Emergenza della discarica di rifiuti tossici denominata ARPA2, con relativa bonifica;
  • lo sblocco dell’autorizzazione allo scarico del sistema di barrieramento idraulico a protezione delle falde nel sito industriale di Colleferro, previe necessarie modifiche strutturali del sistema di collettamento acque;
  • la verifica idrologica degli argini del fiume Sacco, con successivo rafforzamento nelle aree a rischio di esondazione, scongiurando nei limiti del possibile e di quanto ambientalmente opportuno il nuovo riversamento sulle fasce ripariali del contaminante beta-HCH persistente nel sedimento fluviale;
  • l’aggiornamento della caratterizzazione di tutte le fasce agricole ripariali, ferma al 2008, indispensabile per la ridefinizione dei perimetri di interdizione all’utilizzo agricolo e zootecnico;
  • la decontaminazione delle aree agricole ripariali ancora inquinate, con tecniche ad emissioni zero;
  • la messa in funzione dell’impianto di depurazione di Anagni, risolvendo la questione del mancato allacciamento delle industrie dell’area ASI;
  • la continuazione del servizio di Sorveglianza Epidemiologica territoriale.
 
Questo in generale. Va però ricordato che il nostro SIN è particolarmente complesso e che, a parte il fiume inquinato come elemento unificante, esso è costituito da una serie di macro e microaree, ognuna delle quali presenta una propria specificità e una propria storia.
Stabilire le relative priorità richiede dunque un lavoro di concertazione e organizzazione, la costituzione di tavoli di lavoro per ogni diversa situazione. Considerato lo stato delle risorse tecniche, umane e finanziarie, nonché le carenze organizzative e la mancanza di coordinamento tra soggetti istituzionali centrali e periferici, è necessaria un’iniziativa che parta dal rapporto tra reti associative e amministrazioni locali. Indispensabile infine che si arrivi all’attivazione di una cabina di regia incentrata sulla massima collaborazione tra Enti e Associazioni ai vari livelli, con un centro di coordinamento che ponga in primo piano la trasparenza e la condivisione delle conoscenze.

 
Valle del Sacco, 22.12.15
 

Valle del Sacco: perimetrazione del SIN completata dagli enti, ora tocca ai privati


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

Valle del Sacco: perimetrazione del SIN completata dagli enti, ora tocca ai privati
 
 
Non superfluo ricapitolare in estrema sintesi il complesso iter della vicenda (per maggiori dettagli, cfr. F. Bearzi - A. Valleriani, SIN “Bacino del Fiume Sacco”: opportunità e rischi, tra controversa riclassificazione e farraginosa perimetrazione, «Gazzetta Ambiente» XXI-2, 2015, pp. 23-28, www.retuvasa.org/comunicato-stampa/gazzetta-ambiente-n-22015-focus-sulla-valle-del-sacco; più in generale il nostro sito, www.retuvasa.org).
 
Il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 19.05.05, a seguito del rilevamento in un campione di latte proveniente da un’azienda bovina, situata nel Comune di Gavignano, di concentrazioni di betaesaclorocicloesano (beta-HCH) superiori al limite consentito dalla normativa comunitaria, dichiarava lo stato di emergenza socio-economico-ambientale nella Valle del Sacco. Il sottoprodotto del lindano, interrato nella zona industriale di Colleferro tra gli anni Settanta e Ottanta, in un’area per cui la Regione Lazio aveva pianificato la bonifica già a metà degli anni Novanta, mai effettivamente iniziata, era infine confluito nel fiume Sacco, contaminando il sedimento fluviale e la fascia ripariale, per circa 60 km, in buona parte afferenti al Frusinate.
 
Originariamente si includeva nell’area emergenziale, affidata alle competenze di un apposito Ufficio Commissariale per l’Emergenza della Valle del Sacco (UCE), la fascia ripariale del territorio dei Comuni di Colleferro, Segni e Gavignano (RM) e di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino (FR). A partire dal 31.10.10, le competenze dell’UCE si estendevano alle aree agricole-ripariali dei Comuni di Frosinone, Patrica, Ceccano, Pofi, Castro dei Volsci, Ceprano e Falvaterra, sino alla confluenza del Sacco con il Liri. Lo stato di emergenza veniva prorogato con 7 successivi DPCM, fino al 31.10.12. 
 
Si produceva peraltro una curiosa sovrapposizione di competenze.
Da una parte l’area emergenziale, per cui erano attribuite ad apposito UCE, in via esclusiva, le competenze in relazione alla grave e accertata presenza di fitofarmaci organoclorurati nella catena alimentare.
Dall’altra, il SIN “Bacino del fiume Sacco”, perimetrato dal MATTM con DM 31.01.2008, comprendente un’area vastissima del bacino imbrifero del Sacco, da Valmontone (RM) sino al sud del Frusinate, escludente però i 9 Comuni originari di competenza dell’UCE.
 
Nonostante l’inaccettabile dilatazione dei tempi, richiesta soprattutto dalla difficoltà di coordinare i vari enti coinvolti, si può considerare positivamente l’attività dell’UCE di caratterizzazione e di parziale messa in sicurezza della fonte della contaminazione, realizzata da tecnici di elevata competenza, che però è stata ulteriormente ritardata dall’interruzione dell’attività dell’ente imposta alla fine del 2012.
Per quanto riguarda l’obiettivo ultimo della risoluzione dell’emergenza, ovvero la bonifica delle aree ripariali del fiume Sacco, a storica vocazione agro-zootecnica, si può dire che, nonostante l’interesse delle attività sperimentali condotte, esso sia stato finora completamente disatteso.
Se i risultati ottenuti nell’area di competenza dell’UCE possono dunque ritenersi nel complesso insoddisfacenti e soprattutto non tali da consentire la prematura conclusione delle sue attività, ancora più sconfortanti sono stati quelli relativi all’area di competenza ministeriale.
 
Un effetto esiziale sulla continuità delle azioni di bonifica è stato poi esercitato dalla contemporanea (2012) azione normativa del MATTM, volta alla ridefinizione dei parametri istitutivi dei SIN, che ha comportato la declassificazione, tra gli altri, di quello della Valle del Sacco (11.01.13), con conseguente trasferimento della competenza alla Regione.
Contro tale provvedimento ricorreva la Regione Lazio, con la nostra associazione ad adiuvandum. Con Sentenza n. 7586 del 20.03.14, esecutiva il 17.07.14, il TAR del Lazio riconosceva le ragioni dei ricorrenti. Si potevano così finalmente riprendere le attività volte alla bonifica.
 
La rinnovata titolarità del MATTM sul SIN, comprendente, lo ricordiamo, l’intero bacino imbrifero del fiume Sacco, ha riproposto l’esigenza di un’adeguata perimetrazione delle aree oggetto di bonifica, che, considerata anche la sostanziale inefficienza delle precedenti attività dell’ente in convenzione con Arpa e Regione Lazio, si traduceva in un ripartire quasi da zero. Tale situazione, evidentemente paradossale, presentava d’altra parte ovvie opportunità.
 
La nuova perimetrazione del sito può consentire infatti, grazie a un’azione ministeriale ben più energica della pregressa, nonostante risorse umane e finanziarie assai limitate, la bonifica non solo del territorio inquinato da beta-HCH, ma anche di numerose aree industriali molto estese, interessate da molteplici contaminazioni negli scorsi decenni. Un territorio di straordinaria complessità, la cui gestione, altrettanto complessa, richiederà risorse, pianificazione e organizzazione adeguate per avviare il suo strutturale risanamento.
 
C’è voluto oltre un anno per giungere a questa prima conclusione, che va senza dubbio salutata con soddisfazione. Un tempo così lungo è giustificato non solo dalla necessità di delimitare tante diverse situazioni rispetto ai territori circostanti non contaminati, ma anche dalla difficoltà a coordinare tra loro tutte le istituzioni coinvolte - Comuni, Province, Regione, Ministero, organi di ricerca, controllo e preposti alla tutela della salute pubblica - in assenza di strumenti e metodologie consolidate necessarie a condividere le conoscenze e le corrette informazioni, nonché per garantire la comunicazione in tempi rapidi e realizzare una pianificazione efficace dei lavori.
 
In sintesi, si può rilevare ancora, come in passato, la mancanza della centralizzazione e della effettiva condivisione di tutte le informazioni relative al SIN, per consentire a ogni livello istituzionale di fare fronte ai propri compiti e rendere i cittadini consapevoli di una realtà che ne influenza gravemente salute e qualità della vita, dunque capaci di intervenire sulle decisioni.
 
Il percorso non è però ancora concluso. La parte pubblica ha chiuso sulla perimetrazione, ora questa deve essere sottoposta, a carico delle amministrazioni comunali, a tutti i privati le cui proprietà catastali rientrino entro quei confini. Si intuisce che questa operazione non sarà priva di complicazioni. Peraltro, su nostra sollecitazione la Regione si farà carico di convocare una riunione con le amministrazioni per condividere le modalità operative per condurla in porto.
 
Solo dopo la conclusione di quest’ultima fase verrà emesso il decreto che sancirà la nascita del nuovo SIN. La sua complessità richiederà di stabilire diversi tavoli di lavoro per affrontare le specificità delle diverse aree, necessità già rilevata durante l’ultima conferenza. Tutti sono perfettamente consapevoli del fatto che le risorse messe a disposizione sono assolutamente inadeguate per realizzare il risanamento di tutti i siti contaminati.
 
Durante questi lunghi mesi di lavoro è stato del tutto evidente come soprattutto le associazioni - Retuvasa in particolare - conservino memoria ragionata di tutto il percorso amministrativo pregresso, nonché pieno possesso del relativo quadro di informazioni, a fronte dell’inadeguatezza di non poche amministrazioni.
 
Se è positivo il risultato raggiunto con la nuova perimetrazione, è necessario chiudere velocemente l’ultima fase per arrivare al decreto istitutivo del SIN. Ancor di più è necessario costruire mobilitazione e organizzazione dei cittadini e delle amministrazioni locali, sulla base di una piena condivisione di informazioni e conoscenze. É l’unica condizione per affrontare un percorso che si prospetta sicuramente difficile, anche perché il risanamento dei siti inquinati non vede una grande mobilitazione di risorse economiche ed organizzative da parte delle istituzioni.
 
A breve, in un apposito e distinto comunicato, ci soffermeremo sulla questione delle risorse economiche già disponibili e reperibili per la bonifica e sulle azioni prioritarie a nostro avviso da intraprendere.

 
Valle del Sacco, 19.12.15
 

Valle del Sacco: IARC, Lindano, DDT e Betaesaclorocicloesano


Comunicato Stampa Retuvasa
 
Valle del Sacco, lo IARC dice che il Lindano può provocare cancro, il Betaesaclorociclosano è un suo sottoprodotto.
 


Cambia il quadro di riferimento sui possibili effetti della contaminazione nella Valle del Sacco, sappiamo per certo che i cittadini della Valle del Sacco sono stati contaminati da Beta-esaclorocicloesano (β-HCH).
 
Questa sostanza è stata riscontrata, dagli studi epidemiologici, in un’alta percentuale di popolazione, 137 persone su 246 nella prima indagine, confermata nel rapporto di sorveglianza successivo su un numero più rappresentativo di campioni, circa 800.
 
In un estratto dall’Istituto Superiore di Sanità: il beta-esaclorocicloesano (β-HCH) è uno degli isomeri dell’esaclorocicloesano. E’ una sostanza organica clorurata persistente, sottoprodotto della produzione dell’insetticida lindano (γ-HCH) che è stato ampiamente usato durante gli anni ‘60 e ’70.  Per le sue proprietà lipofiliche e la persistenza nell’ambiente, il β-HCH può provocare fenomeni di bioaccumulo e biomagnificazione nella catena alimentare.
Fino a ieri: studi su animali hanno dimostrato che i pesticidi organoclorurati, incluso il β-HCH, sono neurotossici, causano stress ossidativo e danneggiano il cervello. Studi sull’uomo hanno evidenziato che il β-HCH e gli altri isomeri vengono rapidamente assorbiti dal tratto gastrointestinale, attraversano la placenta e si trasferiscono nel latte. 
Per semplificare gli studi correlati alle sostanze HCH si affermava che queste sostanze erano tossico nocive: la IARC aveva classificato gli HCH nel gruppo 2B (possibile cancerogeno) sulla base di evidenza inadeguata di cancerogenicità nell’uomo e di evidenza sufficiente (per il grado tecnico e per l’isomero α) o limitata (per gli isomeri β- e γ-HCH) negli animali. 
 
Oggi non più.
 
L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha valutato la cancerogenicità del insetticidi gamma-esaclorocicloesano (lindano) e diclorodifeniltricloroetano (DDT) e l'erbicida acido 2,4-diclorofenossiacetico (2,4-D), (quest’ultimo non insistente nel nostro territorio).
 
Dopo aver accuratamente esaminato la più recente letteratura scientifica disponibile, un gruppo di lavoro di 26 esperti provenienti da 13 Paesi si sono riuniti il 23 giugno 2015 e hanno classificato il lindano come “cancerogeno per l'uomo” (gruppo 1) “E’ stata riscontrata una sufficiente evidenza della cancerogenicità del lindano per il linfoma non-Hodgkin (NHL).”.
Il DDT, invece, è stato classificato come “probabilmente cancerogeno per l'uomo” (gruppo 2A), sulla base di prove sufficienti può provocare il cancro negli animali da esperimento con limitata evidenza di cancerogenicità per l'uomo.
Gli studi epidemiologici hanno trovato associazioni positive tra esposizione al DDT e NHL, cancro ai testicoli e cancro del fegato. E’ stata provata anche una forte evidenza sperimentale che il DDT può provocare danni al sistema immunitario e agli ormoni sessuali.
 
Ci troviamo quindi di fronte ad una evoluzione in negativo sui possibile effetti da esposizione al pesticida prodotto dalla Snia BPD nei passati decenni, sotterrato nel comprensorio industriale di Colleferro, migrato nel fiume Sacco le cui acque utilizzate per irrigare i campi hanno determinato bioaccumulo nel ciclo alimentare, di conseguenza in quello biologico.
 
A questo punto si potranno e si dovranno fare ulteriori ricerche per spiegare gli alti tassi di incidenza tumorali descritti negli studi epidemiologici e utilizzati dallo studio SENTIERI, tenendo sempre presente che a Colleferro i pesticidi e di conseguenza gli scarti industriali si accompagnavano con le produzione chimico e belliche, oltre all’amianto utilizzato per le carrozze ferroviarie.
 
Lo studio SENTIERI nel 2011 concludeva così: nel complesso nel SIN del Bacino Idrografico del Fiume Sacco si è osservato un eccesso di mortalità per tutte le cause.
 
Siamo consapevoli del fatto che l’accumulo di evidenze sugli effetti dell’inquinamento delle matrici ambientali sulla salute umana può produrre l’effetto paradossale di una crescente rimozione di problemi che non si possono affrontare individualmente o nel privato dell’ambito familiare.
 
Questa considerazione ci riporta alla necessità di avere un sistema sanitario che ci permetta di condividere le esperienze e le conoscenze, la salute e la malattia, un sistema sanitario che si apra alla partecipazione dei cittadini, che apra le proprie porte e sia trasparente nel suo funzionamento, in ogni sua articolazione dai medici di base, agli ambulatori ai reparti ospedalieri più sofisticati.
La relazione è parte della cura, i nostri corpi non sono macchine da riparare, la prevenzione è possibile se è condivisione delle pratiche e delle conoscenze, coordinamento tra tutte le funzioni sanitarie.
Ciò non è possibile se una logica aziendalistica è dominante nella ristrutturazione del sistema sanitario regionale e nuovi tagli alla spesa sanitaria si decidono a livello nazionale.

Tutti assieme cittadini e istituzioni dovremo ragionarne, a lungo.
 
 
Valle del Sacco, 15 luglio 2015
 

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