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Salute

FLASH MOB INCENDIO IMPIANTO PRESELEZIONE CDR ACEA


COMUNICATO STAMPA RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO
 
Flash Mob incendio impianto preselezione CDR di ACEA A.R.I.A. , i cittadini chiedono ……
 
 
L’incendio del capannone di proprietà ACEA A.R.I.A. per la preselezione di CDR -Combustibile Derivato da Rifiuti- nell’ex area industriale Snia a Paliano (FR) ha lasciato senza risposta numerosi interrogativi tra i cittadini della Valle del Sacco, che si sono riuniti in un flash mob Colleferro nella piazza del Comune. La partecipazione è stata ampia nonostante la brevità del preavviso: un centinaio di persone, con una presenza massiccia dei cittadini di Colleferro e di alcuni dai comuni limitrofi. Questa iniziativa spontanea è stata organizzata in poco tempo utilizzando lo stesso social network che ha permesso il rilancio immediato di foto e video della nube nera che imperversava sulla Valle del Sacco. Un dato evidente è che la cittadinanza attiva è stata molto più reattiva delle amministrazioni e ha avuto un ruolo importante nella divulgazione delle informazioni, aggiornate in tempo reale. I Comuni hanno lanciato tardivamente ordinanze precauzionali di prevenzione giunte ai più attraverso la Rete internet; quello di Colleferro addirittura dap
prima si è giustificato dicendo che la colpa non era degli inceneritori - quindi il problema non esiste - e poi ha tranquillizzato tutti affermando che non c’era pericolo alcuno. Le foto a noi pervenute affermano il contrario e cioè che la nube era anche sopra le teste dei cittadini di Colleferro oltre che di Paliano, Anagni e supponiamo anche dei Comuni dell’Alta Valle.
  
I cittadini invece fanno lavorare il cervello e una delle proposte interessanti lanciate sul web è l’installazione di pannelli luminosi ambientali che potrebbero avere una molteplice funzione, oltre a quella di avvisare la cittadinanza nelle situazioni di emergenza: potrebbero aiutare la comunicazione in relazione alle numerose criticità a cui la Valle è interessata. Una sorta di Green Point, già utilizzato in altri città.
Non dimentichiamo che nella Valle del Sacco insistono 21 aziende a rischio di incidente rilevante - legge Seveso Bis - sulle 69 della Regione Lazio; 7 solamente su Anagni, e non vogliamo nemmeno immaginare cosa sarebbe successo se l’incidente fosse avvenuto presso una di queste. Questo incidente non è dovuto a fatalità ma è il prodotto della gestione da  parte di ACEA di tutto il ciclo produttivo di trattamento del materiale per il CDR, che notoriamente è a rischio costante di incendio, e della totale mancanza di quei dispositivi che si debbono attivare per bloccare sul nascere ogni episodio di combustione. Si tratta di un impianto del quale da tempo erano state segnalate le inadeguatezze e la pericolosità in un sito prossimo all’abitato.

Non può essere assolutamente messa in dubbio la tempestività e l'operato dei Vigili del Fuoco di Frosinone, qualche perplessità rimane però su alcune dichiarazioni che sarebbe stato opportuno lasciare agli organi di competenza. Per quanto riguarda i certificati prevenzione incendi dello stabilimento sarebbe utile sapere se ne sia stata rispettata l'applicazione, visto che per questo tipo di impiantistica la logica, e a parer nostro anche la regola, impongono che un incendio non debba assolutamente propagarsi.
Inoltre si è percepita l’assenza di un coordinamento per l’emergenza in cui la Protezione Civile potrebbe avere un ruolo fondamentale, ma che nel caso specifico crediamo non ne sia stato chiesto l’intervento.
 
Per tornare alla Seveso Bis le aziende dovrebbero essere dotate di piani di emergenza come da normativa, ma cosa dire della rispondenza alla legge per quanto riguarda le competenze delle amministrazioni locali? Non ci risulta che gli articoli di legge siano rispettati. Tra di essi ad esempio ci sono la completa informazione alla cittadinanza sui rischi che può correre e sulle procedure da seguire in caso di incidente, le strade da lasciare libere o i punti di raccolta. Sfidiamo chiunque a renderci noto se è a conoscenza dei piani di emergenza esterni. Riteniamo oltremodo che la normativa attuale dovrebbe essere rivista ed integrare tra le aziende a rischio anche quelle legate al ciclo dei rifiuti. Ciò, secondo le nostre conoscenze, avviene per gli inceneritori relativamente alla sicurezza interna, ma non per gli impianti in cui i materiali risiedono e vengono lavorati, come ad esempio impianti di TMB, discariche, centri di raccolta.
 
Riprendendo il discorso della nube tossica, ci piacerebbe sapere cosa abbiamo respirato nel tempo intercorso tra l’inizio del propagarsi dell’incendio e lo spegnimento, ipotizzabile in 7 ore, visto che molte persone dormivano con le finestre aperte a causa del
 caldo. L’ARPA Lazio sta monitorando solo ora le possibili ricadute di diossine, IPA e PCB sul luogo dell’incidente e attraverso le centraline di Anagni e Colleferro, ma non pensiamo riesca a determinare cosa possa essere successo nel tempo predetto. Una possibile informazione, su Colleferro, si sarebbe potuta ottenere se, come da accordo di gestione degli inceneritori stipulato tra Comune e Gaia, fosse stata installata la centralina di rilevamento per le ricadute al suolo a carico della gestione degli impianti.
             
Tornando alle ricadute in molti si domandano se ora è possibile usufruire dei prodotti dell’area, viste le situazioni pregresse di contaminazione diffusa che si stava cercando di risolvere anche per un rilancio del comparto agricolo. Il consiglio è di attendere le risposte dei risultati del monitoraggio, nel frattempo però l’Amministrazione di Anagni, sempre in via precauzionale, interdice l’utilizzo di prodotti derivanti dalla coltivazione locale entro un raggio di 500 mt. dall’impianto ACEA. Ricordiamo che vige ancora un’ordinanza dello stesso Comune per un raggio di 500mt. dall’impianto di incenerimento pneumatici di proprietà Marangoni. I commenti sono superflui anche perchè è di ieri la notizia che tre dirigenti Marangoni sono indagati a piede libero per immissione in atmosfera di sostanze non autorizzate.
 
A Colleferro l’amministrazione ha ritenuto opportuno non applicare nessuna ordinanza, dietro rassicurazioni degli organi competenti, tenendo conto però che alcuni di loro ora stanno effettuando rilievi attraverso le centraline locali. La domanda che ci poniamo è: se ora si ritiene opportuno verificare possibili ricadute, non è logico che qualcosa si sarebbe dovuto fare mentre la nube nera circolava liberamente nella Valle del Sacco? Le foto che numerosi cittadini hanno scattato parlano chiaro e dall’alto la percezione è che l’area interessata fosse molto diffusa.
 
Chiediamo a chi ha realizzato foto o video di inviarle al nostro indirizzo mail retuvasa@gmail.com in quanto è nostra precisa intenzione depositare al più presto un esposto alla Procura di Frosinone documentandolo con testimonianze.
Un esposto al momento ci sembra la miglior via percorribile per giungere ai responsabili del disastro a far pagare loro questo ennesimo scempio perpetrato al nostro territorio.
Invitiamo tutti a mantenere alta la guardia e a riferire qualsiasi anomalia di carattere ambientale.
 
Nei prossimi giorni grazie all’impegno di quanti hanno dato vita al flash mob si terrà una assemblea nella quale cittadini ed associazioni condivideranno le informazioni e le decisioni sulle iniziative da intraprendere, prioritariamente per un’azione diretta sulla chiusura definitiva dell’impianto di Castellaccio e una bonifica dell’ex area industriale lasciata nell’incuria per anni.
 
Valle del Sacco, 23 giugno 2013
 

RETUVASA, RICORSO AD ADIUVANDUM DECLASSAMENTO SIN VALLE DEL SACCO


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO


Intervento ad adiuvandum nel ricorso contro il declassamento dei SIN della Valle del Sacco:
 entro una precisa strategia di risanamento ambientale
 

Confermando l’intervento ad adiuvadum nel ricorso al TAR contro la dismissione dei Siti di bonifica di Interesse Nazionale (SIN) insistenti sulla Valle del Sacco, sancita dal D.M. Ambiente 11 gennaio 2013,[1] Retuvasa intende chiarire, con adeguato respiro, il senso del proprio contributo, alla luce dell’effettiva e attuale situazione ambientale della Valle del Sacco, delle azioni di risanamento in corso, delle opportune misure che si ritiene siano da adottare dal punto di vista normativo e operativo per la tutela ambientale e sanitaria della popolazione della Valle del Sacco, nonché per il rilancio dell’economia dell’area in termini di green economy. Considerata l’oggettiva complessità della questione e l’importanza di un’efficace e strutturale divulgazione, è opportuno offrire ai media un quadro informativo sufficientemente ampio e disteso, sebbene insolito per i canoni di un ordinario comunicato stampa.       

Propedeuticamente, appare necessaria la delucidazione, che non può dirsi presente neppure nel comunicato stampa del Ministero dell’Ambiente del 31.01.13 pubblicizzante il suddetto D.M., circa l’esistenza di due distinte perimetrazioni del SIN della Valle del Sacco, corrispondenti a due distinte denominazioni dello stesso e identico SIN:

1. SIN “Valle del Sacco” (istituito con L. 2 dicembre 2005 n. 248, art 11-quaterdecies, comma 15, post D.P.C.M. 19/05/2005) coincidente con l’area oggetto di emergenza socio-economico-ambientale, gestito da apposito Ufficio commissariale delegato. Esso comprendeva l’area industriale di Colleferro e la fascia agricola ripariale compresa tra Colleferro e Supino. Successivamente, con il rinnovo dello stato d’emergenza in data 31 ottobre 2010, la competenze del suddetto Ufficio è stata estesa alle aree agricole riparali comprese tra Frosinone e Falvaterra (confluenza del fiume Sacco con il fiume Liri).
2. SIN “Bacino del fiume Sacco”, perimetrato dal Ministero dell’Ambiente con D.M. 31 gennaio 2008 n. 4352. Comprendeva un’area vastissima del bacino imbrifero del fiume Sacco, da Valmontone al sud del Frusinate, escludendone però, in quanto assegnata all’Ufficio Commissariale, l’area dei comuni di Colleferro, Segni, Gavignano (prov. Roma) e di Paliano, Anagni, Sgurgola, Ferentino, Morolo e Supino (prov. Frosinone). In realtà, la legge istitutiva del SIN assegnava all’Ufficio in via esclusiva le competenza in relazione alla grave e accertata emergenza ambientale (presenza di fitofarmaci organoclorurati nella catena alimentare). Nelle aree non comprese nel suddetto decreto di perimetrazione del Ministero dell’Ambiente, ricadono però gravi criticità ambientali, per la presenza di poli industriali complessi, come ad esempio Colleferro, Anagni e Ferentino.  
 
Al contrario di quanto suggerito dal suddetto comunicato stampa ministeriale, in base alla normativa nazionale e regionale (L.R. 27/98, L.R. 23/06 e D.G.R. 451/08)  vigente, la competenza della bonifica, che nelle intenzioni del legislatore deve intendersi trasferita alla Regione (trasformazione del SIN in SIR, ovvero Sito di bonifica di Interesse Regionale), nel caso del Lazio paradossalmente, si trasferisce invece ai Comuni interessati. Dunque, non si tratta solo di ricorrere contro la dismissione della gestione diretta del Sito da parte dello Stato, ma anche di intervenire in materia con apposita legge regionale.
 
Per quanto riguarda il SIN “Provincia di Frosinone” (istituito con D.M. 468/2001, ovvero ben 12 anni fa), definito stavolta univocamente dal Ministero dell’Ambiente e di sua esclusiva e diretta competenza, comprendeva 122 discariche di rifiuti solidi urbani comunali disseminate su tutto il territorio della Provincia di Frosinone, alcune particolarmente delicate, come “Le Lame” a Frosinone, altre meno (tanto per la localizzazione dell’area, quanto per estensione e caratteristiche dei rifiuti abbancati). Si tratta di situazioni ben diverse dall’inquinamento di origine industriale del SIN della Valle del Sacco. Risulta però necessario dare adeguata continuità all’azione conoscitiva già avviata dal Ministero ai fini della messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale. Da una parte, sembra evidente che, tramite l’istituzione di un’efficace cabina di regia regionale e di corrispondenti risorse, tali situazioni potrebbero anche essere gestite in ambito comunale. D’altra parte, esse costituiscono a tutti gli effetti una componente intrinseca al complesso quadro della situazione ambientale dell’intera Valle del Sacco, che Ministero dell’Ambiente e Regione Lazio devono saper gestire cum grano salis.
 
Premesso l’inquadramento di cui sopra, è fondamentale apprezzare che il ricorso, oltre alla propria autonoma valenza, acquista particolare spessore e significato se collocato all’interno di una precisa strategia volta a: 1. dare continuità alle azioni di bonifica e risanamento completate e in corso 2. assicurare una gestione istituzionale efficiente di tali azioni 3. attrarre fondi europei per il risanamento e il rilancio dei territori. 4. affrontare il risanamento ambientale della Valle del Sacco in termini globali, con un ventaglio di efficaci interventi normativi e operativi, mirati anche al recupero di attività produttive sostenibili (sia in funzione della vocazione del territorio, sia delle condizioni ambientali oggi note).
 
Ci sono ottime ragioni ambientali che inducono a ritenere che il TAR accoglierà le ragioni dei ricorrenti. In primo luogo, va sottolineata la titolarità di requisiti previsti dalla vigente e aggiornata definizione ministeriale di SIN, quali la presenza di impianti chimici integrati e di siti dismessi interessati da attività produttive di amianto, come la Cemamit di Ferentino. Vi sono poi forse ancor più decisive questioni di diritto, che avevamo già anticipato a mezzo stampa alcuni mesi fa, ben sottolineate dai legali di Legambiente che hanno predisposto il ricorso, tra cui l’intrinseca contraddittorietà e illogicità del D.M. di declassamento dei SIN. Ragioni che contribuiremo a ben corroborare attraverso i nostri legali.
           
Va sottolineato però che, in caso di esito positivo del ricorso e di annullamento del declassamento del SIN, i problemi non saranno certo risolti sic et simpliciter, considerata in primis la scarsa efficienza con cui il Ministero dell’Ambiente ha gestito molti dei SIN.
È il caso, ad esempio, dello stesso SIN “Provincia di Frosinone”. In dodici anni, ben poche discariche sono state effettivamente bonificate, nonostante cospicue risorse siano state impiegate per la caratterizzazione dei siti.
Ed è il caso anche della gigantesca quanto indeterminata area di competenza ministeriale del SIN “Bacino del fiume del Sacco”, ove non si sono prodotti a oggi concreti risultati, ma solo, in virtù di una convenzione tra Arpa Lazio, Regione Lazio e lo stesso Ministero dell’Ambiente, una sub-perimetrazione di assai discutibile profilo, sebbene gravosa in termini di risorse pubbliche, che ha identificato numerose delle situazioni ad elevata criticità ambientali presenti, ma non certo tutte. D’altra parte, nell’area di competenza dell’Ufficio Commissariale per l’emergenza della Valle del Sacco - come attestato non solo dalle relazioni dello stesso ufficio, ma anche dalle inchieste interparlamentari sui SIN[2]si registrano risultati di rilievo, benché ancora incompleti. In particolare, viene riscontrato dalla competente Commissione interparlamentare lo stato dei lavori in relazione alla caratterizzazione del sito, e alla messa in sicurezza, l’avvio dei lavori di bonifica e il completamento della stessa per alcuni siti contaminati presenti nell’area industriale di Colleferro; il contributo alla realizzazione del depuratore consortile di Anagni; la progettazione e predisposizione delle attività di biorisanamento dei terreni agricoli contaminati sulle sponde del fiume. Azioni a cui deve essere assicurata continuità.
 
Ciò induce ad auspicare che, in caso di vittoria nel ricorso, il reintegrato SIN della Valle del Sacco sia in parte gestito direttamente dalla Regione Lazio. È auspicabile che quest’ultima proponga al Ministero lo scorporo di una parte del Sito, analogamente a quanto sta avvenendo per alcune Regioni (proposta avanzata ad esempio dalla Regione Toscana per alcuni SIN di propria competenza). In tal modo, alla potenziale attrazione di fondi finalizzati al risanamento offerta dallo status di Sito di bonifica di Interesse Nazionale, si combinerebbe quella dell’efficiente gestione di un ente più prossimo e direttamente interessato, appunto la Regione.
           
Per questo, e in quest’ottica, Retuvasa interverrà ad adiuvandum nel ricorso, e invita a fare altrettanto le Province, i Comuni e le associazioni ambientaliste e di tutela della salute presenti nel territorio.
 
Si invita inoltre la Regione Lazio ad assumersi le proprie responsabilità. Quelle che non si assunse dal 1991 al 2005, non mantenendo i sottoscritti impegni di bonifica di alcune porzioni dell’area industriale di Colleferro già oggetto dell’inchiesta della magistratura nel 1990 (accertata contaminazione per la presenza, tra l’altro, di β–HCH), il che comportò il verificarsi dell’emergenza della Valle del Sacco. Quelle che non si è assunta la Giunta Polverini, salve poche eccezioni ambientalmente latitante durante il suo governo della Regione, come nel caso, a tema, della mancata risposta alla richiesta (14 novembre 2012) da parte del Ministero dell’Ambiente di osservazioni eventualmente avverse al declassamento del SIN (pur nel contesto di un discutibile iter del D.M. 11 gennaio 2013, che appare affetto da un’istruttoria piuttosto sommaria e troppo celere e dalla possibile violazione del principio di collaborazione procedimentale Stato-Regioni).
 
Auspichiamo che la Giunta Zingaretti, già ricorrente per l’annullamento di tale decreto relativamente al SIN Valle del Sacco, abbia la lungimiranza politica e il coraggio di avviare sin da subito un percorso normativo e operativo lungo e articolato, capace di affrontare organicamente le criticità ambientali della Valle del Sacco, finalizzando tali interventi anche alla promozione di uno sviluppo eco-compatibile del territorio valorizzante agricoltura, turismo, cultura, eco-distretti industriali, in armonia con il modello proposto dal Prof. Hanns Dietrich Schmidt, responsabile per le relazioni internazionali del distretto della Ruhr, al convegno organizzato da Retuvasa e Gruppo Logos lo scorso novembre a Colleferro. Si auspica che a tal fine si ascoltino attentamente i consiglieri regionali più sensibili e competenti in campo ambientale, non perdendosi nelle maglie della burocrazia o soggiacendo agli interessi del business della bonifica.
 
Il risanamento ambientale delle criticità ambientali della Valle del Sacco è un percorso complesso. Il permanere dello status di SIN è solo un tassello di un’ideale azione normativa delle istituzioni parimenti complessa. Non si tratta solamente di saldare, com’è necessario, le situazioni di criticità ambientale presenti, ma anche di coniugare con adeguato discernimento tecnico i distinti livelli normativi e amministrativi nazionali e regionali, pena l’inconcludenza di quanto di buono fatto sinora in termini di bonifica e il mancato avvio di processi di risanamento e di opportuna pianificazione dello sviluppo del territorio che da decenni attendono chi li raccolga.     
 
 
Francesco Bearzi – Coordinatore Provincia Frosinone
Alberto Valleriani – Presidente
 
Valle del Sacco, 11.06.13.
 

[1] Approvazione dell’elenco dei siti che non soddisfano i requisiti di cui ai commi 2 e 2 bis dell’art. 252 del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e che non sono più ricompresi tra i siti di bonifica di interesse nazionale, pubblicato su GU n. 60 del 12.03.13.
[2] Relazione sulle bonifiche dei siti contaminati in Italia: i ritardi nell’attuazione degli interventi e i profili di illegalità, Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, XVI legislatura, Camera dei Deputati – Senato della Repubblica, Doc. XXIII n. 14 (Relatori: sen. Dorina Bianchi; sen. Daniela Mazzuconi).
 

COLLEFERRO, CONSIGLIO COMUNALE SULLO STUDIO ERAS



COMUNICATO STAMPA
COORDINAMENTO VALLE DEL SACCO
 
 Studio ERAS, inceneritori e discariche compromettono la salute e l’amministrazione di Colleferro sminuisce.
 
Un’ulteriore conferma pubblica arriva sullo stato della qualità dell’aria e soprattutto sulle condizioni di salute dei cittadini che risiedono in prossimità di siti di smaltimento ed incenerimento rifiuti. Le conclusioni sono, come prevedibile, sempre meno confortanti. Che non si dica più che non si sapesse.

Durante la seduta del Consiglio Comunale di Colleferro del 6 giugno è stato presentato, su richiesta delle opposizioni e con un ritardo ingiustificato da parte dell’Amministrazione rispetto alla pubblicazione, il Rapporto ERAS. Lo studio di epidemiologia su rifiuti, ambiente e salute, redatto dal Dipartimento Epidemiologico della Regione Lazio, in collaborazione con Arpa Lazio e Usl RmG, ha evidenziato, in sintesi,  anche per il territorio e la popolazione di Colleferro  una stretta correlazione tra esposizione agli inquinanti prodotti da discarica ed inceneritori e l’aumento di ospedalizzazioni e ricoveri per patologie respiratorie.

C’è da sottolineare che l’orario della convocazione della seduta non ha favorito la partecipazione dei cittadini che avrebbero meritato più rispetto su un tema di delicata importanza come lo stato di salute territoriale e la compromissione dovuta alla presenza di impianti inquinanti.
Lo studio unico nel suo genere in Italia per metodo, coorte di popolazione e dati informativi utilizzati, assumendo come arco temporale di indagine sia il periodo pre che post entrata in funzione dei termovalorizzatori, sancisce definitivamente l’aggravio delle emissioni da incenerimento, prendendo come tracciante ufficialmente riconosciuto le polveri PM10, sulla salute dei residenti, monitorati per localizzazione e status sociale.

L’avv. Carruba di Arpa Lazio ha sottolineato durante la seduta la necessità di procedere con ulteriore indagine, utilizzando le matrici metodologiche di Eras, anche sul suolo e sulle acque, vista la peculiare sensibilità orografica del territorio.

Il richiamo ad allungare il periodo di osservazione, anche con nuove indagini relative alla presenza nel sangue di esaminati a Colleferro di sostanze come i PCB e le diossine, ripartendo dai dati cristallizzatisi al 2008 in cui se ne evidenziava la presenza di percentuali significative, è stato sostenuto con forza nei confronti delle Istituzioni locali e regionali da parte del Dott. Blasetti, dirigente della USL RMG.

Paradossalmente, il Sindaco Cacciotti, massima autorità sanitaria cittadina e la sua Giunta, nella persona dell’Assessore all’Ambiente Trani, hanno tentato ripetutamente durante il dibattito di sminuire la valenza epidemiologica e l’innovazione di metodo che i relatori scientifici evidenziavano. Un atteggiamento, volto anche allo scontro istituzionale, censurato dai cittadini, dalle opposizioni e dal Coordinamento Valle del Sacco. Un dato di rilievo è arrivato dalle dichiarazioni del Dott. Forastiere del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione Regione Lazio, che non ha omesso come il Rapporto evidenzi l’incidenza e la ricaduta sulla salute dei cittadini sia frutto anche del mal funzionamento, mala gestione e mancati controlli sugli impianti di incenerimento, auspicando di rivedere tutta la politica regionale dello smaltimento rifiuti adottata sino ad oggi.

Il Coordinamento Valle del Sacco, con le sue componenti ed i suoi contatti sul territorio, si farà garante e promotore della massima divulgazione del Rapporto Eras anche in altri comuni della valle, sia nelle sedi istituzionali che tra le associazioni dei cittadini, per divulgare il grande valore tecnico-scientifico di questo studio.
Tutti da sempre sapevano, ma in molti ancora negano l’evidenza.

Valle del Sacco, 09 giugno 2013
 
Per aggiungere conoscenza storica Vi consigliamo di visionare il filmato al link 

http://www.youtube.com/watch?v=rdwRDybD1K0&noredirect=1 , 

dove in alcuni passaggi si evince chi ha voluto fortemente inceneritori e discarica a Colleferro, l’allora sindaco e Presidente della Provincia di Roma Silvano Moffa, e chi allora sedeva tra i banchi del Consiglio Comunale, Mario Cacciotti, attuale Sindaco. 

 

INCHIESTA CITTADINI REATTIVI

 
E’ online Cittadini Reattivi, l’inchiesta multimediale vincitrice del bando di Fondazione <ahref per l’informazione innovativa che mappa i siti inquinati in Italia e le buone pratiche dei cittadini.

In allegato il comunicato stampa  pubblicato sul sito di Fondazione <ahref

Questo il link diretto all'inchiesta multimediale 
Questo il link all'infografica 
Questo il link diretto al Canale You Tube 
Questo il video promo della campagna "Cittadini reattivi, insieme per il cambiamento"
Questo il link diretto al video "Colleferro nella rete"

 


L'invito è quello di diffonderlo alla stampa ma anche ( e soprattutto) ai comitati e ai coordinamenti, i circoli di cittadini che agiscono sul territorio.
 
Un caro saluto, e grazie della vostra condivisione, a presto 
 
Rosy  Battaglia
Flavio Castiglioni 
Claudio Spreafico 
 

IMPUGNAZIONE DECRETO COMBUSTIBILI SOLIDI SECONDARI



 

COMUNICATO STAMPA
 
“Le associazioni Raggio Verde, Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Forum Ambientalista  impugnano il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui Combustibili Solidi Secondari”
 
Le associazioni Raggio Verde, Rete per la tutela della Valle del Sacco, Forum Ambientalista in data 13 maggio 2013, hanno impugnato il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui Combustibili Solidi Secondari. Il decreto stabilisce quando i Combustibili Solidi Secondari (CSS) cessano di essere qualificati o qualificabili come rifiuti per poter essere utilizzati come combustibile in impianti come i cementifici, in luogo o in aggiunta dell’attuale alimentazione di tipo fossile.
Con successivo decreto, anch’esso impugnato dalle associazioni, il Ministero ha anche ritenuto di integrare i poteri conferiti al Commissario Sottile per l’emergenza ambientale della Provincia di Roma, il quale potrà, anche d’ufficio, autorizzare gli impianti di Trattamento Meccanico Biologico della Provincia di Roma a produrre il CSS che può essere utilizzato anche in impianti che attualmente utilizzano  CDR, come gli inceneritori.
 
Nella redazione di tali decreti, il Ministero dell’Ambiente sembra aver voluto più perseguire l’obiettivo di trovare una soluzione all’emergenza rifiuti e favorire impiantistica di per se alquanto pericolosa e dannosa per la salute, piuttosto che introdurre norme che regolino in maniera stringente la produzione e l’utilizzazione di CSS-Combustibile, non rispettando oltremodo la gerarchia dei rifiuti imposta dalle direttive europee.
 
Basti pensare che la cessazione di qualifica del CSS come rifiuto è determinata da un’autocertificazione dello stesso produttore di conformità della classificazione (vale a dire –tra l’altro- delle percentuali di mercurio e cloro) del suo prodotto alle norme UNI e che solo per un mese il produttore deve conservare il campione relativo a tale “autocertificazione”. Inoltre il produttore deve effettuare un esame sulla specificazione (composizione per metalli pesanti, ecc..) del CSS-Combustibile per lotto e se accerta la non conformità del prodotto, non è nemmeno tenuto a verificare la specificazione dei sottolotti che compongono il lotto.
 
L’assenza di controlli efficaci sulla produzione del CSS-combustibile espone ed esporrà l’ambiente e la salute pubblica a danni ulteriori, se solo si considera che la produzione e l’utilizzo del CSS-Combustibile sprigiona metalli pesanti e diossine talora superiori agli ordinari combustibili fossili.
 
Il nostro appello si rivolge a tutti i cittadini attivi sul suolo nazionale e nella Regione Lazio, a partecipare ad adiuvandum al ricorso proposto, contattando per informazioni l’avvocato Vittorina Teofilatto al 3389213916.
 
Roma, 15.05.2013
 
Raggio Verde – 338.9213916 - raggioverdenazionale@gmail.com
Rete per la Tutela della Valle del Sacco - 335.65.45.313 - retuvasa@gmail.com  
Forum Ambientalista -  06.45.44.99.48 - posta@forumabientalista.org
 

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