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Giustizia

Processo Inceneritori Colleferro, la morte della giustizia.


Comunicato Stampa Congiunto

"I gravi fatti dell'inceneritore di Colleferro cancellati con un colpo di spugna: la morte della giustizia”


 
Nel marzo 2009 ebbe grande clamore la notizia dell'arresto dei dirigenti del Consorzio che gestiva l'inceneritore di Colleferro e di alcuni dirigenti dell'AMA, arresto scaturito da indagini che avevano evidenziato come all'interno dell'inceneritore venisse bruciato di tutto, tranne il CDR, unico rifiuto che avrebbe dovuto essere conferito al suo interno.

Per non far scoprire l'illegale traffico di rifiuti, i dirigenti usavano il “pugno di ferro” nei confronti dei dipendenti ed erano arrivati, assieme agli operatori di sistema, a manomettere gli strumenti di rilevazione e monitoraggio in continuo delle emissioni, penetrando nel sistema, cancellando i valori che superavano le soglie di contaminazione e sostituendoli con valori falsi.

Le associazioni ambientaliste radicate nel territorio speravano in una giustizia celere, che accertasse le responsabilità ed applicasse pene severe, attesa la pericolosità sociale dei comportamenti posti in essere dagli imputati.

Tale speranza è stata definitivamente infranta, andandosi a scontrare con una pronuncia di prescrizione anche degli ultimi due capi di imputazione che avevano resistito fino a quel momento: i capi di imputazione che riguardavano la manomissione dei sistemi di monitoraggio in continuo e la cancellazione dei relativi dati.

La cosa grave è che questo processo non ha mai visto una pronuncia nel merito, rimanendo incagliato nella fase di udienza preliminare per ben 7 anni.
Ma procediamo con ordine.

Il PM titolare dell'indagine iscritta al nr. 2574/2008 NR presentava la richiesta di rinvio a giudizio al Tribunale di Velletri.
All'inizio del 2011 (dunque dopo 4 anni di indagini) aveva inizio l'udienza preliminare, durante la quale veniva anche eccepita l'incompetenza territoriale, eccezione rigettata dal GUP dott. A. Morgigni.

Dopo ben due anni e una ventina di udienze, cambi di giudici, problemi di notifica, problemi di trascrizioni delle intercettazioni, ed altri ostruzionismi vari, a fine 2013, veniva disposto il giudizio.

Il 04.03.2014, dunque a distanza di ben 6 anni dall'inizio delle indagini cominciava il dibattimento dinanzi al Tribunale di Velletri in composizione collegiale, pres. Monastero, cui subentrava dopo due udienze, il Giudice Roberti. Solo dopo un anno di rinvii, ed esattamente all'udienza del 23.03.2015, il Tribunale di Velletri dichiarava la nullità degli atti del processo, dovendo il Tribunale di Roma decidere la fase dell'udienza preliminare in luogo del Tribunale di Velletri.

Dunque a marzo 2015, dopo 7 anni di processo, ci si rendeva conto che una fase processuale, quella dell'udienza preliminare durata ben due anni, avrebbe dovuto svolgersi dinanzi ad un diverso Tribunale.

Se si considera che i reati puniti con una pena massima inferiore ai 6 anni si prescrivono in 7 anni e mezzo e che molti dei 14 capi di imputazione erano puniti con una pena inferiore ai sei anni, il provvedimento del Tribunale di Velletri equivaleva già allora e di per sé ad una declaratoria di fallimento della Giustizia.

Non solo.

La trasmissione del fascicolo dal Tribunale di Velletri a quello di Roma era così complicata e laboriosa che solo dopo un anno e mezzo e precisamente in data 12.10.2016, si teneva la prima udienza preliminare dinanzi al GUP Fattori del Tribunale di Roma, il quale il 13.02.2017 escludeva tutte le parti civili dal processo.

La fase dell'udienza preliminare terminava nel 2017, veniva disposto il giudizio per soli due capi di imputazione e dopo un altro anno e mezzo di laboriosa trasmissione del fascicolo da Roma a Velletri, all'udienza del 04.10.2018, il Tribunale di Velletri dichiarava l'estinzione definitiva del processo per intervenuta prescrizione anche dei capi di imputazione più gravi.

Ci sono volute circa 40 udienze per arrivare a questo risultato.

Lascia l'amaro in bocca dover constatare come fatti di una simile gravità per gli effetti sull'ambiente e sulla salute dei cittadini siano stati gestiti in maniera tale da non consentire la tutela delle parti offese e l'accertamento dei fatti.

Triste è il messaggio che passa con la storia di questo processo: gli inquinatori, con una simile gestione della Giustizia, non hanno nulla da temere.
I costi collettivi dell'inquinamento, dalle spese sanitarie alla malagiustizia, alle spese di bonifica li sostiene la collettività. 
Da noi chi inquina, non paga.
 
Colleferro, 15.10.2018

Firmato:
Retuvasa
UGI
Comitato Residenti Colleferro
 

Processo Valle del Sacco, si riparte a ottobre 2018.


Comunicato Stampa Retuvasa
 
Processo valle del Sacco, si riparte a ottobre 2018 auspicando che si giunga al primo grado di giudizio.


 
Sul processo valle del Sacco, quello sull’inquinamento da Betaesaclorocicloesano (Beta-HCH), per intenderci, ci siamo lasciati alla sentenza della Corte Costituzionale 265/2017 del 13.12.2017, la quale dichiarava infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 157 comma 6 (legge ex Cirielli) avanzate dai difensori degli imputati.
Il 23.05.2014 il Tribunale di Velletri aveva rinviato a giudizio Zulli Giuseppe, in qualità di Direttore dello stabilimento della Centrale del Latte di Roma, Gentile Carlo in qualità di Direttore dello stabilimento Caffaro SRL di Colleferro dal 01.03.2001 al 31.05.2005, Paravani Giovanni e Crosariol Renzo, in qualità rispettivamente di legale rappresentante e responsabile tecnico del Consorzio CSC di Colleferro.
La Centrale del Latte di Roma ed il Consorzio CSC Colleferro assumevano successivamente la qualità di imputati come responsabili civili; tutti gli imputati a giudizio per gli artt. 113, 449 comma 1 c.p., gli artt. 434, 452 comma 1 n. 3 c.p. e l’art. 439 c.p., per aver concorso nei predetti delitti, consistenti nell’avvelenamento di acque o sostanze alimentari e per avere, quindi, attentato alla salute pubblica.
 
Nel procedimento si sono costituite come parti civili numerose associazioni, tra le quali Retuvasa, oltre a decine di cittadini contaminati biologicamente dall’ormai tristemente noto pesticida Beta-HCH, ad enti locali, al Ministero dell’Ambiente ed alla Città Metropolitana di Roma Capitale, a suo tempo Provincia di Roma.
 
Dopo la pronuncia della Corte Costituzionale il procedimento è tornato, per competenza, al tribunale di Velletri, che ora ha fissato l’udienza al 25 ottobre 2018, ore 11,00 per la calendarizzazione delle udienze.
 
Nel frattempo è cambiato il Giudice titolare del procedimento, attualmente il dott. Luigi Tirone, e quindi sussiste la probabilità che si debbano ripetere gli atti istruttori di acquisizione degli interrogatori.
 
Ci auguriamo, però, che la calendarizzazione delle udienze nei tempi sia più stretta di quanto sia stata nel passato e che si possa giungere finalmente ad una sentenza per il primo grado di giudizio.  
 
Ricevere un risarcimento è ben poca cosa rispetto al disastro cagionato e, nel caso in cui gli imputati fossero ritenuti responsabili, si chiuderebbe almeno la prima fase di una storia giudiziaria che ha lasciato un segno indelebile nel nostro territorio.
 
 
Valle del Sacco, 28.07.2018
 

Valle del Sacco, la Corte Costituzionale si pronuncia per la ripresa del processo.


Comunicato Stampa Congiunto
Raggio Verde, Retuvasa, UGI
 
Il processo sul disastro ambientale nella Valle del Sacco può ripartire: la Corte Costituzionale ha dichiarato infondata la questione di illegittimità costituzionale.

 

Il processo sul disastro ambientale della Valle del Sacco va avanti da anni al fine di accertare la verità giudiziaria su fatti assai gravi (l'avvelenamento delle acque del fiume Sacco a causa dello sversamento abusivo del pesticida lindano e del sottoprodotto  Betaesaclorociclosesano), fatti che hanno lasciato un profondo segno sia da un punto di vista sanitario che morale nella popolazione, in larga parte contaminata da tale sostanza, presente nel sangue di molti cittadini della Valle del Sacco nel sangue, a causa della contaminazione della catena alimentare.

Dal 2005, con alterne vicende, l'area della Valle del fiume Sacco è un Sito di Interesse Nazionale (SIN) da bonificare, in quanto anni di “sviluppo” industriale hanno lasciato una pesante eredità di devastazione ambientale e sanitaria, i cui costi sono scaricati sui cittadini da un punto di vista ambientale e sanitario.

Il processo penale che dovrebbe dunque accertare i responsabili dell'inquinamento del fiume Sacco è pendente, tra alterne vicende, ormai da alcuni anni. Nell'iter giudiziario del processo è stata anche posta dal Giudice Mario Coderoni con ordinanza del 19.11.2015 la questione di legittimità costituzionale dell'art. 157 sesto comma c.p. su sollecitazione della difesa degli imputati.
 
Ebbene, sostanzialmente avallando la tesi sostenuta da alcune delle parti civili del processo con una memoria depositata nel processo che si può definire profetica, la Corte Costituzionale ha, con sentenza  n. 265/2017 depositata il 13.12.2017, dichiarato infondata la questione di illegittimità costituzionale dell'art. 157 sesto comma c.p. che si fondava sull'erronea valutazione dei giudici di merito per cui reati di diversa gravità sotto il profilo dell'elemento soggettivo dovrebbero avere termini prescrizionali diversi.
Sotto questo profilo, la Corte Costituzionale ha fatto presente che numerosissimi delitti dolosi e colposi sono soggetti al medesimo termine prescrizionale e sotto questo profilo la scelta del legislatore  non è incostituzionale in quanto “a differenziare la fattispecie dolosa da quella colposa, assicurando la proporzionalità del trattamento sanzionatorio al disvalore del fatto, provvede la pena”.
 
Secondo la Corte Costituzionale, “al legislatore non è, in effetti, precluso di ritenere, nella sua discrezionalità, che in rapporto a determinati delitti colposi la ‘resistenza all'oblio’ nella coscienza sociale e la complessità dell'accertamento dei fatti siano omologabili a quelle della corrispondente ipotesi dolosa, giustificando, con ciò, la sottoposizione di entrambi ad un identico termine prescrizionale. E tale apprezzamento può legittimamente esprimersi anche attraverso l'introduzione di deroghe alla disciplina generale”.
 
Il processo della Valle del Sacco, proprio per i suoi riflessi sociologici e sanitari, è proprio un caso di “resistenza all'oblio” nella coscienza sociale.
A questo punto le parti civili si augurano di avere una anche minima consolazione in un vero e proprio fiume di veleno ed ingiustizia. 
 
 
Valle del Sacco, 22.12.2017
 
 
f.to come parti civili nel processo:
Ass. Raggio Verde
Ass. Rete per la tutela della Valle del Sacco (retuvasa)
Ass. Unione Giovani Indipendenti (UGI) 
 

Processo Valle del Sacco, prima udienza in Corte Costituzionale.


Comunicato Stampa Retuvasa

Processo Valle del Sacco, prima udienza in Corte Costituzionale.
 

Sono passati esattamente due anni, dal 19 novembre 2015, quando il Tribunale di Velletri nella persona del Giudice Dott. Mario Coderoni, per il Processo Valle del Sacco inquadrato come disastro colposo, aveva accolto l’istanza della difesa sulla legittimità costituzionale dell’art. 157 comma 6 codice penale (ex. Legge Cirielli) e rimandato la decisione in Corte Costituzionale che apre il procedimento in udienza pubblica oggi 21 novembre 2017.
 
Materia abbastanza complessa sulla quale riprendiamo la nostra interpretazione di allora.
 
Prima della Legge ex Cirielli il disastro doloso prevedeva tempi di prescrizione di 12 anni elevabile a 15 anni per la presenza di atti interruttivi; quello colposo era di 6 anni elevabile a 7 anni e 6 mesi.
Con l’introduzione del comma 6 la prescrizione diventa di un massimo di 15 anni per entrambi i reati.
 
Con la Legge ex Cirielli i termini di prescrizione sono stati resi univoci per entrambi i tipi di reato e ciò può andare a travalicare il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione e questa è stata l’eccezione della difesa.
 
Di fatto le vicende oggetto del presente processo si pongono a cavallo tra le due discipline della prescrizione succedutosi nel tempo, tra il 2005 e il 2008, prima e dopo la Legge ex Cirielli.
Per quanto riguarda la condotta degli imputati se la Corte Costituzionale dovesse dichiarare illegittimo il comma 6 dell’articolo 157, i termini di prescrizione tornerebbero a 7 anni e 6 mesi, di conseguenza i reati sarebbero prescritti, anche quelli con condotta colposa del 2008.
 
Qualora la Corte Costituzionale decidesse di accogliere l’istanza della difesa il processo decadrebbe per decorrenza dei termini di prescrizione, in caso diverso potrebbe essere ripreso seppur con altri rischi come ad esempio un cambio di Giudice che porterebbe automaticamente l'intera istruttoria dibattimentale ad essere rinnovata e in quel caso i termini di prescrizione non sarebbero sospesi, come invece è accaduto nel 2015 con il rimando alla Corte Costituzionale.
 
Auspicandoci che il processo possa riprendere ed essere portato a termine al primo grado di giudizio, ci sarà da valutare se non sia davvero il caso di trasferire le azioni delle parti civili nella sede a loro deputata, vale a dire il Tribunale civile, anche nei confronti di soggetti che non sono stati minimamente sfiorati dalle indagini, ma che hanno certamente una grande responsabilità per quanto i cittadini della Valle del Sacco hanno dovuto subire.
 
  
Valle del Sacco, 21 novembre 2017
 

Processo inceneritori Colleferro: escluse Associazioni e Enti territoriali.


Comunicato Stampa Congiunto

PROCESSO SUGLI INCENERITORI DI COLLEFERRO: ESCLUSE ASSOCIAZIONI ED ENTI TERRITORIALI

 
Il processo sugli inceneritori di Colleferro è stato agli onori della cronaca per molto tempo per l'estrema scientificità delle condotte criminose contestate. Risulta dal capo di imputazione che gli imputati hanno bruciato nell'inceneritore rifiuti non consentiti, arrivando, per non far emergere le loro responsabilità, a far falsificare i certificati relativi e a penetrare nel sistema informatico di monitoraggio in continuo, onde non far risultare lo sforamento delle soglie per inquinanti emessi in atmosfera. Ad oggi, la popolazione colleferrina non sa che cosa sia stato bruciato prima del 2008 nell'inceneritore, ma i dati per asma pediatrico e patologie alle vie respiratorie parlano -purtroppo- da soli.

Fatti di tale gravità hanno suscitato lo sdegno della popolazione e delle associazioni che a suo tempo venivano ammesse parti civili nel processo dinanzi al Tribunale di Velletri.

Il Tribunale di Velletri, dopo quattro anni di processo, dichiarava la propria incompetenza funzionale: il processo veniva trasmesso al Tribunale di Roma e, dopo quasi due anni, il GUP Fattori, dopo alcune udienze, ha deciso di escludere tutte le parti civili: enti territoriali ed associazioni.

E' questa dunque l'ultima evoluzione di un processo evidentemente nato male: la maggior parte dei capi di imputazione è già caduta o cadrà in prescrizione e forse una condanna civile sarebbe stato l'unico effetto pregiudizievole derivante agli imputati condannati per la loro condotta, ma neanche questo deve accadere, se si è deciso di escludere anche i Comuni che sono per legge deputati a tutelare il territorio e la salute dei loro cittadini!

Il messaggio dunque che passa, a vedere il decorso di questo processo, è che in Italia chi inquina, non paga. 
 
Colleferro, 04.03.2017

F.to:
Comitato Residenti Colleferro, Associazione Mamme Colleferro, Associazione Raggio Verde, Associazione Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Associazione Unione Giovani Indipendenti
 

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