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diossina

VALLE DEL SACCO, PUBBLICAZIONE RAPPORTO 2013 SORVEGLIANZA SANITARIA BETAESACLOROCICLOESANO


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

 Beta-HCH, pubblicato il rapporto 2010-2013 DEP Lazio sulla sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente nella Valle del Sacco
 
 
É opportuno fare il punto della situazione sulla contaminazione da Betaesaclorocicloesano (ß-HCH) alla luce della recente pubblicazione da parte del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione Lazio (DEP) del rapporto “Sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente in prossimità del fiume Sacco”, Rapporto tecnico attività 2010-2013, Giugno 2013.
Ricordiamo che la prima indagine pubblicata in Ottobre 2008 fu effettuata su 246 campioni di siero individuali per il ß-HCH e campioni compositi per i PCDD-PCDF e DL-PCB, famiglie di diossine.
Estratto dei risultati:
«L’analisi statistica dei dati per area ha messo in evidenza valori di β-HCH più elevati per coloro che risiedono in prossimità (entro un km) del fiume Sacco, con valori più che doppi rispetto alle altre aree»; «[…per le diossine] si è osservato nelle aree di Colleferro (sia entro un km dagli impianti sia nel resto del comune ad 1 km dal fiume) un livello superiore a quanto riscontrato nelle altre zone a quanto osservato in studi di letteratura». 
 
Nel 2009 la Regione Lazio, assecondando le richieste del DEP Lazio, avvia il programma di monitoraggio biennale del ß-HCH sui residenti ad 1 Km dal fiume Sacco, con uno sportello informativo presso le USL RMG di Colleferro e la USL di Frosinone e un ambulatorio centralizzato presso la USL RMG.
Per questa nuova indagine, il campione contattato, entro 1 km dal fiume, è stato di 710 soggetti, di cui 643 hanno aderito. Di questi ultimi, 141 sono stati in seguito esclusi per problemi strumentali relativi al laboratorio analisi (Fondazione Maugeri di Pavia), per cui per il prosieguo della sorveglianza i campioni verranno inviati ad un laboratorio di Helsinki.
L’analisi è stata condotta su un campione di 502 soggetti.
 
Riportiamo un estratto dello studio.  
 
«In conclusione, in questa indagine, sono stati messi in evidenza livelli significativi di β–HCH in una popolazione nota per essere stata esposta a tale inquinante, prevalentemente attraverso alimenti e bevande. I dati emersi dalla sorveglianza sanitaria della popolazione presa in considerazione hanno permesso di mettere in luce alcuni effetti biologici […]. In particolare sono state osservate perturbazioni del pattern lipidico, della funzionalità renale e della steroidogenesi, interessando anche gli ormoni sessuali nel sesso femminile. É stata osservata infine una chiara associazione con alterazioni cognitive.
La possibilità che alla esposizione a β–HCH segua un danno biologico di diversi organi ed apparati è suffragata dai risultati di questo studio, anche se le conclusioni generali sono necessariamente caute nell’indicare l’esistenza di un nesso di causa ed effetto. La metodologia dello studio e i suoi risultati meriteranno sicuramente una valutazione attenta della comunità scientifica nei prossimi mesi e la materia si gioverà di un attento follow-up ambientale e clinico della popolazione già coinvolta e di altre popolazioni del comprensorio che hanno subito una esposizione alla sostanza tossica».
 
«Nel mese di marzo 2013 è iniziato infatti il primo follow-up della coorte dei residenti lungo il fiume che prevede la ripetizione di tutti gli esami di laboratorio già eseguiti e una batteria di esami strumentali per la diagnosi di patologie cardiovascolari (visita cardiologica, elettrocardiogramma, misurazione della pressione arteriosa, eco-doppler delle arterie carotidee»), il tutto attraverso la stipula di una convenzione con il CNR di Pisa.
 
Le conclusioni del rapporto confermano quindi che le sostanze prodotte dall’interramento dei fusti tossici nel comprensorio industriale di Colleferro hanno determinato una “acquisizione biologica del β-HCH”, in quanto il campione esaminato è abbastanza significativo.
É opportuno che alla sorveglianza sanitaria venga dato seguito, secondo le indicazioni del DEP, e che in relazione allo studio ERAS vengano implementate analisi aggiuntive su diossine, IPA e PCB, al fine di verificare l’impatto sanitario per la presenza di impianti di incenerimento rifiuti e discariche senza dimenticare le possibili ricadute del recente incendio all’impianto di preselezione di CDR in località Castellaccio a Paliano (Fr).
Riteniamo che la pubblicazione del rapporto rappresenti un ulteriore segnale di trasparenza sull’operato epidemiologico nella Valle del Sacco e soprattutto di rispetto verso una popolazione che necessita di avere serie risposte sul proprio stato di salute.
 
Attendiamo fiduciosi che le amministrazioni facciano il loro dovere e attraverso lo strumento del Consiglio Comunale aperto, comunichino alla cittadinanza i risultati del rapporto.
 
Valle del Sacco, 30 giugno 2013 

CLICCA QUI per scaricare il Rapporto
 

VALLE DEL SACCO, INCENDIO CDR CASTELLACCIO E NUBE TOSSICA


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO
 
Dall’impianto cdr di Castellaccio una nube tossica di diossine e PCB, e chissà cos’altro, ha “ossigenato” decine di chilometri quadrati di territorio, con inevitabili ricadute sul terreno, coinvolgendo qualche decina di migliaia di persone: le istituzioni rispondano in termini strutturali
 
Negli impianti di preparazione del CDR vengono trattati materiali come carta, legno e plastiche; in particolare, è noto che le procedure di selezione non garantiscono l’esclusione totale delle plastiche che generano diossine e PCB nella combustione. Gli impianti di incenerimento, a loro volta, utilizzano sistemi di abbattimento e filtrazione per evitare la diffusione delle sostanze pericolose, dei quali conosciamo peraltro l’insufficienza a garantire il blocco totale delle emissioni nocive. La combustione avvenuta nell’incendio dell’impianto di Castellaccio è suscettibile di aver prodotto un danno grave all’ambiente.
 
Solo nei prossimi giorni sarà chiara, con tutti i limiti facilmente intuibili che presentano analisi e monitoraggi complessi di un inquinamento in area vasta quale quello in questione, l’entità del danno alla popolazione e al territorio della Valle del Sacco a seguito dell’ennesimo incidente legato all’impiantistica di un ciclo dei rifiuti scorretto e insostenibile dal punto di vista economico e ambientale, ovvero a una produzione industriale ad alto impatto ambientale: il territorio conta decine di aziende a rischio di incidente rilevante sottoposte alla direttiva “Seveso bis”, senza che gli abitanti siano minimamente edotti sul rischio che corrono e sui comportamenti da adottare in caso di incidente.
          
Nonostante il pronto ed efficiente intervento delle forze dell’ordine e degli enti di controllo, di alcuni sindaci, non si può non rilevare la totale assenza di una macchina informativa e di intervento capillare, indispensabile in situazioni del genere. Alcuni sindaci sono stati piuttosto tempestivi nella comunicazione ufficiale, ma ci sono giunte ugualmente centinaia di richieste di informazione e decine di testimonianze da parte di cittadini allarmati e disinformati. Manca un centro di coordinamento e non ci sembra la Protezione civile regionale sia stata predisposta a svolgere questa funzione; di fatto, in tale circostanza ha brillato per la sua assenza.
 
Seguiremo con attenzione la procedura di determinazione del danno ambientale e l’istruttoria di accertamento delle responsabilità del rogo, ma intanto una cosa è certa: una nube tossica di diossine e pcb, e chissà cos’altro, ha “ossigenato” decine di chilometri quadrati di territorio, con invitabili ricadute sul terreno, coinvolgendo qualche decina di migliaia di persone. Nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, si notava una nuvola nera, molto più contenuta ma da non sottovalutare, fuoruscire da uno degli inceneritori di Colleferro.
 
Le istituzioni non rispondano semplicemente con proclami, sull’onda dell’emotività, ma diano soddisfazione alle esigenze del territorio in termini di salute, ambiente e sicurezza adottando provvedimenti strutturali. Tantomeno facciano dichiarazioni su un ritorno alla normalità, poiché lo spegnimento dell’incendio è solo l’inizio dei problemi per la popolazione. Se la normalità è quella già descritta del rischio permanente per un territorio fortemente inquinato e costellato di impianti pericolosi ed inquinanti, da questa normalità bisogna uscire.
 
Adottare provvedimenti strutturali significa, oltre alla messa a punto della macchina di emergenza prevista dalla normativa, avere il coraggio di rivedere la presenza dell’impiantistica del ciclo dei rifiuti sul territorio, senza sottostare alla logica delle lobby dei “signori del rifiuto” o della contabilità regionale del trattamento dei flussi di RSU.    
 
Dichiara il presidente Alberto Valleriani: «Chiediamo l’apertura di un tavolo istituzionale dedicato, aperto alle associazioni e alla cittadinanza, con la presenza di Regione, Province di Frosinone e Roma, Comuni del comprensorio, che si riunisca sul territorio interessato dalla nube tossica. Inoltre, la massima trasparenza da parte degli enti di controllo e la pubblicizzazione dei risultati delle analisi in questione».
 
Dichiara il coordinatore di Frosinone Francesco Bearzi: «Dopo oltre un decennio dalla sua approvazione, è tempo che la Regione Lazio si decida a chiudere i battenti dell’impianto di cdr di Castellaccio, che ha arrecato enormi disagi alla popolazione del centro abitato di San Bartolomeo, Comune di Anagni, situato a ridosso dell’impianto, dove non sarebbe mai dovuto sorgere per ovvie ed elementari ragioni di tutela della salute della popolazione limitrofa. Si deve ragionare linearmente in termini di chiusura, non si provi a gettare acqua sul fuoco pensando di proporre la trasformazione la struttura di ACEA Aria, la cui funzionalità è sotto gli occhi di tutti, in un “luminoso” impianto di Trattamento Meccanico Biologico».
 
Valle del Sacco, 19.06.13
 

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