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Arpa Lazio

SIN Valle del Sacco, i dettagli della Conferenza di Servizi del 19 gennaio 2015


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

SIN Valle del Sacco: i dettagli della Conferenza di Servizi.
Inerzia e incompetenza, la demagogia politica fa da contorno.
 
 
Dal verbale della Conferenza dei Servizi dello scorso 19 gennaio emergono ulteriori dettagli dell’incompetenza e dell’inerzia amministrativa già sottolineate, per sommi capi, nel nostro precedente comunicato stampa:
 
1) Nonostante la regolare convocazione, risultano assenti ben 32 Comuni, oltre alla Provincia di Frosinone, alla USL di Frosinone e all’Istituto Superiore di Sanità;
 
2) I 9 Comuni appartenenti all’area ex emergenziale e al SIN originariamente istituito, tra cui Colleferro, non sono stati neppure convocati per un disguido tra Regione Lazio, Arpa Lazio e  MATTM;
 
3) Arpa Lazio perimetra un’area enorme che sulla carta, pur includendo indebitamente migliaia di ettari di aree agricole non contaminate (che tra l’altro verranno regolamentate a breve da una Legge nazionale) e richiedendo insostenibili risorse economiche per le attività di caratterizzazione, potrebbe avere il pregio di non trascurare nulla.
Si tratta però di un sostanziale abbaglio, perché l’obiettivo è invece far rientrare nella perimetrazione i siti contaminati rispondenti ai parametri definitori di un SIN, ovvero inquinamenti di origine industriale (in particolare, impianti chimici integrati, acciaierie e raffinerie) di rilevante impatto socio-economico e ambientale, nonché attività produttive ed estrattive di amianto, escludendo per definizione, ad esempio le discariche;
 
4) In concreto, tale perimetrazione è dunque completamente fuori rotta, perché, come rileva il MATTM, include indebitamente discariche di rifiuti e punti vendita di carburanti, esclude indebitamente l’area industriale di Colleferro e l’area dell’ex Cemamit di Ferentino (per cui è stato effettuato, ricorda la Regione Lazio, un primo intervento di rimozione dei cumuli di amianto e predisposto un piano di caratterizzazione, non ancora avviato);
 
5) Esclusione dell’area dell’ex sito emergenziale (punto 2): Arpa Lazio argomenta (qui la situazione è tragicomica) che non dispone di informazioni su tale area, in quanto le competenze erano assegnate all’ex Ufficio commissariale; il problema sarà però risolto nei prossimi giorni grazie alla preziosa disponibilità del MATTM e della Regione Lazio nel fornire la documentazione (troppo difficile richiederla o fornirla prima?);
 
6) (unico punto potenzialmente positivo) viene sollevata la questione dell’opportunità o meno di mantenere l’interdizione delle aree agricole ripariali, sulla base degli attuali livelli di contaminazione, che il MATTM propone di affrontare con apposito tavolo tecnico presso la Regione Lazio (ricordiamo però che i livelli di contaminazione sono variabili a causa della permanenza del beta-HCH nel sedimento fluviale e della sua mobilità a causa delle esondazioni);
 
7) il rappresentante del Comune di Frosinone (come ricordato in pompa magna in un comunicato stampa dell’ente qualche giorno fa) richiede l’inserimento nella perimetrazione del SIN dell’area della discarica ubicata in località “Le Lame”, ma il MATTM ricorda che essa faceva parte del SIN “Frosinone”, declassato in base ai nuovi parametri, pur pendendo un ricorso depositato dalla Regione Lazio su cui il TAR, a differenza di quello a cui ha dato ragione relativo al SIN “Valle del Sacco”, non si è ancora espresso (va ricordato che il SIN “Frosinone” era costituito pressoché esclusivamente di discariche, per cui non rientra oggettivamente nei parametri definitori);
 
8) il Comune di Ceprano ricorda (opportunamente) la presenza di 4 aree industriali dismesse contaminate con grave rischio sanitario e contaminazione delle acque sotterranee; il MATTM osserva che l’ente non ha (inopportunamente) ancora avviato l’istruttoria per l’individuazione al soggetto responsabile presso la Provincia.
 
Ricordati gli errori di carattere tecnico-normativo, consideriamo ora le dichiarazioni dei politici che hanno colorito la cronaca ambientale degli scorsi giorni.
 
Una grande offensiva è portata avanti dal Comune di Frosinone, che pur essendo il principale responsabile, dopo la SAF, della mancata bonifica della discarica “Le Lame”, si erge ora a paladino della comunità richiedendone l’inserimento nel SIN. Diversi esponenti politici provinciali, regionali e nazionali, trasversalmente, sostengono tale tesi e propugnano l’inclusione delle discariche del Frusinate nel SIN “Valle del Sacco”, oppure la ricostituzione del SIN “Frosinone”. Si tratta degli stessi politici che anni fa guardavano con malcelato sospetto la stessa istituzione del SIN, temendo potesse ledere gli interessi dello sviluppo industriale. E che ora malcelano il loro assoluto disinteresse per l’ambiente e la salute della popolazione lasciandosi sfuggire che il colpaccio consiste nell’accedere alle risorse per bonificare tutta questa roba. Intorno a loro sembra allignare una colonia di professionisti specializzati nel fiutare l’affare.
 
Con questi politici, possiamo sentirci solidali solo su un punto: Le Lame, come altre pericolose discariche, vanno bonificate. Cerchino dunque di capire che se intendono perseguire la strada della bonifica, magari evitando nel frattempo di produrre altre bombe ecologiche come hanno fatto o stanno facendo con la discarica di Colle Fagiolara e quella di Roccasecca, la via dell’inclusione nel SIN sembra inapplicabile; è consigliabile che la Regione Lazio si assuma le proprie responsabilità, esplorando eventuali altri profili di accordi con il Ministero o tirando fuori essa stessa i soldi per il danno che è stato prodotto sul proprio territorio. Oppure attinga, come già è stato fatto in passato, a fondi europei, vigilando sul loro concreto impiego.
 
 
Valle del Sacco, 26.01.15

CLICCA QUI per scaricare il verbale della Conferenza di Servizi del 19 gennaio 2015.
 

Colleferro, la discarica sta inquinando la falda


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
Comitato Residenti Colleferro
Raggio Verde
 
Colleferro, la discarica sta inquinando le falde e Arpa Lazio chiede notizie della bonifica.
 
 

L’Arpa Lazio (Agenzia Regionale per l’Ambiente del Lazio), a luglio 2014 nell’ambito delle attività di monitoraggio e controllo di Legge, certifica che la falda sottostante la discarica di Colle Fagiolara è inquinata da metalli e sostanze clorurate. Di questa situazione si era già al corrente, sin dalle Conferenze di Servizi del 2009 e del 2010, alle quali erano presenti Comune di Colleferro,  Centro di Ricerca e Dipartimento Di Scienze di Sanità Pubblica dell’Università La Sapienza di Roma, Arpa Lazio, Ufficio Commissariale per l’Emergenza nella Valle del Sacco, Agensel (allora gestore delle discarica di Colle Fagiolara).

Tale è la gravità della situazione che le conclusioni della Conferenza di Servizi del 9 luglio 2009 prescrivono ad Agensel di: “…comunicare immediatamente le misure adottate per la messa in sicurezza di emergenza; presentare entro 30 gg dalla data odierna il Piano di Caratterizzazione, con requisiti di cui all’Allegato 2 alla parte quarta del D.Lgs. n. 152/2006.”

La Conferenza di Servizi del 2010, pur prendendo atto che il Centro di Ricerca dell’Università La Sapienza di Roma ha attestato che la presenza di Ferro e Manganese, oltre i limiti consentiti, non è determinata dal percolamento della discarica, prescrive ad Agensel di installare ulteriori piezometri per il prelievo delle acque di campionamento dalla falda superficiale, intermedia, profonda.

Le analisi delle acque di falda attraverso i piezometri di ispezione vengono effettuate approfonditamente da Arpa Lazio nel 2011, che certifica la presenza, oltre i valori consentiti dalla Legge, di Manganese, 1,2 Dicloropropano, 1,4 Diclorobenzene ed una concentrazione di Tetracloroetilene prossima al limite. Risultanze che vengono ribadite, sempre da Arpa Lazio, nel 2013, nell’ambito dell’attività di verifica e di rispondenza alla Circolare del Ministro Orlando sul divieto di conferimento nelle discariche di rifiuti non trattati.

Come già anticipato, nel luglio 2104, l’Arpa Lazio, nel riesaminare la questione dei valori limite rende noto che dall’indagine risultano utilizzabili solamente 6 piezometri su 20 e che le pompe per il prelievo non sono conformi ai manuali ISPRA ed EPA.

Ma la nostra attenzione si concentra sulle conclusioni di tale indagine in quanto viene evidenziata la presenza, oltre i limiti consentiti, di sostanze come il Ferro, il Nichel, il Dicloropropano e conclude  “… si coglie l’occasione per richiedere al Comune di Colleferro e agli altri enti competenti lo stato di avanzamento del procedimento di bonifica avviato con la citata comunicazione Agensel”.

Nel frattempo, a luglio 2013, Agensel è stata rilevata da Lazio Ambiente SPA, che nelle relazioni di bilancio di fine anno non sembra prendere in minima considerazione l’ipotesi di risolvere il problema dell’inquinamento della falda, ma si preoccupa essenzialmente di mantenere gli equilibri economici, ribadendo la necessità di costruire l’impianto di Trattamento Meccanico Biologico (TMB).
  
L’Arpa Lazio parla di bonifica, non di profitti; questo significa che il sito non può accogliere rifiuti di nessuna natura, nemmeno quelli di scarto derivanti dagli impianti di TMB. Ne consegue che è necessario chiudere la discarica e bloccare anche la procedura di Autorizzazione richiesta da Agensel già dal 2010.
Non ci sorprende constatare, anche in questa circostanza, la leggerezza generalizzata nell’affrontare la grave situazione, da parte del Comune di Colleferro e degli enti preposti, tutti a conoscenza di quanto stava accadendo.  La disinvoltura di amministratori irresponsabili, infatti, mette in conto il “prezzo” di pesantissime ripercussioni, facendole divenire come necessarie per mantenere in vita un sistema decaduto sotto tutti i profili. Ora, come sempre con cognizione di causa, le associazioni, i comitati  e i cittadini rifiutano tale modo di governare il territorio e ribadiscono la richiesta di chiusura della discarica, non sotto slogan mascherati da intenti nascosti.

In divenire, è inconcepibile ed inaccettabile la presa d’atto della Regione Lazio che ha ritenuto opportuno premiare il Comune di Colleferro con un contributo di 1,5 milioni di euro a fronte del minore conferimento in discarica tra gli anni 2012 e 2013, a copertura del “buco” di bilancio derivante dal ristoro ambientale. Nella determina di contributo in effetti non si riscontra alcunché riguardo alla necessità di utilizzare tali fondi per la reale emergenza proveniente dalla discarica e cioè la contaminazione in essere.

Riteniamo, quindi, prioritaria la chiusura del sito e la sua messa in sicurezza, il fermo del conferimento di rifiuti e il blocco autorizzativo del TMB, l’installazione dei piezometri mancanti e la verifica costante dello stato delle acque. In caso contrario, la contaminazione si estende, si propaga e noi non vogliamo coprire l’incapacità amministrativa di un Comune e di una Regione.

L’economia del “profitto” del  rifiuto sta crollando sotto i colpi derivanti dalle necessità di bilancio ai vari livelli, tra società pubblico-private ed enti locali, con l’unica direttiva, non comunitaria, di perseguire pratiche illegali, nascondendo ciò che ormai è di evidenza pubblica e dando il colpo finale all’ecosistema della Valle del Sacco già devastato da pratiche illegali molto simili alle attuali.

 
Colleferro, 6 ottobre 2014
 

Valle del Sacco, il Ministero dell'Ambiente boccia Arpa Lazio per la sub-perimetrazione del SIN


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

L’inquietante sub-perimetrazione del  SIN “Bacino del Fiume Sacco” da parte di Arpa Lazio, Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente
 

Come si legge sulla stampa, il Ministero dell’Ambiente ha deliberato di sospendere l’erogazione dell’ultima tranche del finanziamento relativo alla sub-perimentrazione del Sito di Interesse Nazionale “Bacino del fiume Sacco” (pari a 300.000 euro, per un importo complessivo di un milione e mezzo di euro). Per tale sub-perimetrazione il Ministero aveva stipulato apposita Convenzione con Regione Lazio e Arpa Lazio il 31.10.2008. Il Ministero ha verificato una rispondenza dell’utilizzo dei fondi agli scopi dell’intervento al momento non giustificata per alcune voci, un’individuazione superficiale dei siti potenzialmente inquinati e di conseguenza un’insoddisfacente attività di caratterizzazione. In particolare, ci eravamo chiesti in passato come mai la sezione di Arpa Frosinone si fosse concentrata sulle discariche più che sui siti industriali dismessi, pertinenti a un SIN; i rilievi dell’ente governativo sembrano confermare quanto il nostro dubbio fosse legittimo. Il fatto, gravissimo, induce a due ordini di riflessione.

Il primo riguarda Arpa Frosinone. Tale intervento è stato eseguito prima dell’entrata in carica del nuovo direttore provinciale, che ci sembra stia validamente gestendo una sezione che potrebbe definirsi “bollente”, continuamente alla ribalta della cronaca, anche giudiziaria, per le sue inadempienze e irregolarità, il cui delicato rinnovamento interno stenta a decollare. C’è quindi da augurarsi che il fatto in questione costituisca un motivo di accelerazione del circolo virtuoso.

Il secondo ordine di riflessione riguarda lo stesso Ministero e tutto il sistema. È in causa non l’area di competenza dell’ex Ufficio Commissariale, ma l’intero enorme SIN “Bacino del fiume Sacco”, in passato, e ora nuovamente, di diretta competenza ministeriale. Ci chiediamo se il Ministero, che pare negli ultimi mesi stia meritoriamente vigilando sui costi e gli esiti dell’intervento (e la Regione Lazio, da cui Arpa dipende, lo ha fatto?), abbia attivato fin dall’inizio le dovute verifiche relativamente ai lavori affidati in convenzione ai tecnici dell’Arpa. Magari con maggiore lucidità rispetto alla redazione del Decreto 11 gennaio 2013 che aveva portato al declassamento del SIN “Bacino del fiume Sacco”, bollato un mese fa dal TAR come giuridicamente “erroneo in radice”; per il relativo ricorso promosso dalla Regione Lazio la nostra associazione è intervenuta ad adiuvandum.

Trascorsi quasi 6 anni dalla data della stipula della Convenzione per la sub-perimetrazione del SIN “Bacino del fiume Sacco”, i cittadini della Valle inquinata, a detta dello stesso Ministero dell’Ambiente, dispongono di un’individuazione dei siti potenzialmente inquinati di origine industriale insufficiente e inadeguata. La bonifica non sembra realizzarsi da una parte per inefficienza, dall’altra, forse, per il desiderio di lucrarvi da parte di qualcuno. Le cose cambieranno se tutti gli enti preposti, Ministero, Regione Lazio, Arpa Lazio, opereranno con lucidità e secondo coscienza.

Attendiamo prontezza da tutti i suddetti enti nel porre le condizioni di una nuova ed efficiente sub-perimetrazione. E che le responsabilità delle inadempienze pregresse siano individuate e sanzionate. Noi faremo la nostra parte per denunciarle.

 
Valle del Sacco, 19.08.14
 

Arpa Frosinone, la giustizia prima o poi arriverà


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

Arpa Frosinone, la giustizia prima o poi arriverà.
 


Siamo intervenuti più volti in passato sulla intricata questione interna ad Arpa sezione di Frosinone. Ma raramente, come oggi, i tempi sono stati più difficili per chi intenda riporre fiducia negli enti regionali preposti alla tutela ambientale.
 
Cominciamo dal ricordare alcuni fatti chiave. L’ex direttore di ARPA Frosinone, Vincenzo Addimandi, è arrestato nel settembre 2010, a fronte di elementi probatori molto pesanti, per diversi capi d’accusa, tra cui aver falsificato e indotto a falsificare gli esiti di rapporti di prova relativi a campioni di acque prelevati nel Rio Mola Santa Maria, affluente del fiume Sacco, nel territorio di Anagni. Addimandi viene sospeso per due mesi. Dopodiché, protetto dalla legislazione garantista, ricopre un nuovo incarico dirigenziale, a Roma, percependo circa 116.000 euro l’anno (dati 2011). Il processo volge al termine. Prossima udienza il 6 marzo.
 
Nonostante l’incarico di dirigente di sezione di Arpa Frosinone sia rivestito a un certo punto da una personalità a nostro avviso di valore, Ennio Zaottini, e oggi da Enzo Spagnoli, la sensazione è che non tramonti un sistema interno, una zona grigia tollerante con gli inquinatori o inefficiente, che peraltro ci sembra storicamente legata al dirigente sotto processo. Diversi fatti inquietanti interessano l’ente negli anni seguenti. Ci limitiamo a ricordare, tra gli ultimi, quanto si scopre lo scorso gennaio: a partire dal 2010 (serie di responsabilità dirigenziali da accertare) l’Arpa non ha comunicato agli enti competenti i risultati delle analisi sui piezometri, pozzi di controllo, della discarica di Cerreto, altamente inquinati. Fatto di una gravità inaudita, che ci auguriamo sia perseguito nelle sedi giudiziarie competenti e induca la Regione all’approfondito riesame della vigente autorizzazione.
 
Ma dall’arresto di Addimandi, ancora a tutti gli effetti innocente, sono passati tre anni e mezzo. Qualcuno si è chiesto se chi ha avuto il coraggio di testimoniare contro il dirigente non ne abbia magari subito le conseguenze? Qualcuno si è peritato di proteggere dal mobbing quotidiano chi cerca di far emergere la verità? E se la risposta è negativa, non risulta allora molto più comodo, cittadini del Frusinate, continuare a non denunciare nulla, nascondersi nelle opacità del sistema, farsi i fatti propri, starsene zitti, e magari poi scandalizzarsi scoprendo che qualcuno accanto a sé era o non era onesto perché l’hanno detto la TV e i giornali? Bisogna trarre alla fine queste considerazioni?
 
Veniamo all’indagine in corso sui 5 tecnici Arpa. Noi siamo sempre rallegrati da qualsiasi indagine che miri all’emersione di reati ambientali. E l’indagine scaturisce da lodevoli controlli sulle autorizzazioni ambientali. In particolare, non abbiamo alcun dubbio sull’operato anche in questo caso sicuramente inappuntabile della Forestale. Ma abbiamo la sensazione che qualcosa non torni.
 
In primo luogo, i 5 tecnici indagati sono noti alle stesse forze dell’ordine per essere tecnici di grande professionalità, punti di riferimento cui affidarsi entro un ente palesemente poco attendibile.
 
In secondo luogo, la notizia. Inviata e divulgata da un’agenzia di stampa fasulla. E che puzza lontano mille miglia di volontà di colpire propri quei tecnici. Ma già, alla maggior parte dei media questo non interessa. E’ comunque una notizia. Il fatto in sé, cioè l’indagine in corso che riguarda quei tecnici, è vero. Dunque perché cercare di scavare e a guardare oltre?
 
A prescindere dalle responsabilità che eventualmente le indagini evidenzieranno circa l’operato dei 5 tecnici (a nostro avviso è fantascientifico che essi abbiano favorito qualche azienda, siamo del tutto fiduciosi che lo rileveranno alla fine gli inquirenti), è giusto chiedersi a chi giova questa situazione.
 
Il “corvo” che ha spedito il falso comunicato stampa (benché vero relativamente al fatto dell’indagine in corso) da un’agenzia altrettanto fasulla, a nostro avviso è molto verosimile vada ricercato in quel sistema che, messo in pericolo dall’operato professionale dei tecnici, non vede l’ora di screditarli. Il messaggio che rischia di passare da questa situazione e che è funzionale al sistema è: tutti uguali dentro Arpa, sono tutti indagati. Il rischio dunque è confondere chi collabora a scardinare il sistema del reato ambientale con chi ne fa parte.
 
Non è superfluo ricordare che spesso le istituzioni non riescono a punire in sede di giudizio i grandi inquinatori, le assoluzioni eccellenti si sprecano. Ciò è intollerabile. Ma sarebbe ancora più paradossale che, magari del tutto in buona fede, si finisse per trovare il pelo nell’uovo per mettere fuori gioco gli onesti. Le limitate energie del sistema giudiziario non dovrebbero essere dirette al cuore del sistema? Alle figure dirigenziali, invece che ai pesci piccoli e scomodi?
 
Abbiamo impiegato e impieghiamo tantissima energia e tanta fatica per cercare, collaborando con le forze dell’ordine, di far emergere le illegalità ambientali. Ci sembra che oggi, in buona fede, si persegua una strada che si rivelerà clamorosamente infondata, magari tra qualche anno. E intanto?
 
Ci giungono voci che l’attuale dirigente di sezione, di Arpa Frosinone, Enzo Spagnoli, che ci sembra aver operato con grande serietà, e le oltre quattrocento pagine dell’inchiesta sul sistema Cerroni del Colonnello De Caprio e dei suoi collaboratori descrivono come l’unico dirigente di settore temuto dal Supremo Manlio, sia prossimo ad abbandonare la direzione dell’ente. Nel caso, difficile dargli torto, essere direttore di una sezione in queste condizioni alla fine è logorante. E c’è da chiedersi allora che farà il commissario straordinario di Arpa Lazio, da ben sette anni in carica, che nella stessa inchiesta sul sistema Cerroni gioca al momento un ruolo senza dubbio meno eroico. Quale sarà il suo apporto a tale ingarbugliata situazione?
 
E qui si apre un tema che trascende la sezione di Frosinone dell’Arpa. L’Amministrazione regionale dovrebbe iniziare a pensare seriamente ad una soluzione definitiva in luogo del commissariamento. È necessario un forte cambiamento. Bisogna sottrarre alla politica le nomine dirigenziali di Arpa, introducendo procedure concorsuali interne, basate su titoli e competenze accertabili, con supervisioni internazionali, tali da assicurare indipendenza e terzietà a questi ruoli tanto importanti per il corretto funzionamento di istituzioni al servizio del bene comune.
 
Chiediamo alle Procure di far luce fino in fondo a tutto il calderone Arpa. C’è bisogno di pulizia. E speriamo si pulisca ciò che è veramente da pulire.
 
 
Valle del Sacco, 22 febbraio 2014
 

INCENDIO IMPIANTO CDR ACEA, LE RASSICURAZIONI NON BASTANO


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
Incendio impianto CDR Castellaccio. Rassicurare non basta.
 

L’imponente incendio avvenuto lo scorso 19 giugno nello stabilimento di produzione di CDR di Castellaccio (Paliano, FR), di proprietà ACEA A.R.I.A., sembra aver generato, oltre ad una nube tossica, una sorta di gara tra le istituzioni, tese a rassicurare la popolazione relativamente alla pericolosità delle emissioni prodottesi. La comunicazione rivolta ai cittadini potrebbe riassumersi così: “ci è andata bene!”. Ammesso e non concesso che tutto sia andato effettivamente liscio, si sarebbe dovuto almeno aggiungere: “questa volta…”.
 
Rassicurare la popolazione ed evitare inutili allarmismi è un’istanza istituzionale comprensibile e apprezzabile. Ma c’è una bella differenza tra la rassicurazione paternalistica e la puntuale informazione, che spiega al cittadino che cosa è realmente avvenuto, perché è avvenuto, quali precisi danni ambientali ha provocato, perché non si ripeterà più, che cosa si sta facendo perché non si ripeta.
 
Non ci sembra che gli enti locali abbiano richiesto un’indagine sulla pericolosità dell’impianto, sul rispetto di tutte le garanzie necessarie, sull’esistenza di dispositivi atti a soffocare ogni principio di incendio sul nascere e sulla presenza e funzionalità dei sistemi di allarme, sul rispetto da parte dell’azienda delle misure previste dall’eventuale piano di emergenza. Le sostanze costituenti il CDR sono a rischio grave di incendio, con conseguente generazione di diossine e di altre sostanze pericolose per la salute.
 
Le indagini in corso, di cui attendiamo con attenzione e fiducia gli esiti, si devono semmai all’efficienza delle forze dell’ordine, in particolare dell’Arma dei Carabinieri.
 
Ma l’incendio di Castellaccio pone, più in generale, inquietanti interrogativi sulle procedure di emergenza in caso di incidenti a rischio rilevante. Nella Valle del Sacco sono presenti decine di impianti soggetti alla “Direttiva Seveso” (in ultimo precisata dal D. Lgs. 238/2005), di cui 7 nel solo territorio di Anagni. Per cui l’incendio potrebbe considerarsi una prova generale di inefficienza. Dopo il tempestivo intervento dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco (ci risulta però che il gruppo di intervento NBCR dei Vigili del Fuoco, in possesso di rilevatori di ultimissima generazione, che avrebbero potuto produrre un’istantanea della nube sprigionatasi, sono arrivati sul posto solo nel primo pomeriggio, a incendio pressoché spento e in seguito a chiamata da ritenersi tardiva), la situazione era confusa, e i Comuni hanno dovuto anche procedere per alcune ore a ordinanze cautelative per la salute della popolazione. La protezione civile regionale non si è vista. Se si fosse trattato di un incidente industriale ancora più grave, come lo si sarebbe gestito? Gli abitanti delle località prossime all’intervento, in particolare la popolosa contrada di San Bartolomeo, non sembra siano mai stati realmente informati dei rischi in caso di incidente, né tantomeno coinvolti in procedure atte a ridurli. Ciò vale in generale per tutti gli abitanti della Valle del Sacco nell’arco delle aree toccate dal rischio di incidenti rilevanti.
 
Il suddetto Decreto Legislativo prevede il coinvolgimento attivo di tutti i soggetti interessati, tanto nella fase di predisposizione del piano di emergenza, quanto nelle successive fasi di aggiornamento ed attuazione, nell’ambito di una articolata struttura operativa, coinvolgente Stato, Regioni ed enti locali, finalizzata al successo della pianificazione di emergenza stessa.
 
Sarebbe dunque il caso di verificare il funzionamento di tutta la catena integrata di intervento in caso di incidente rilevante, con particolare attenzione all’informazione della popolazione. Pur riconoscendo la sovrapposizione di competenze, ci sembra che soprattutto i Comuni dovrebbero peritarsi di adempiere a tale responsabilità, senza piangere la condizione di anello debole della catena.
 
Gli enti locali ci sembrano però lontani da una autentica presa in carico della situazione. Esemplare la dichiarazione di chi ha inteso da subito rassicurare i cittadini affermando: “Niente a che vedere con i termovalorizzatori di Colleferro”. Si alludeva all’idea, che circolava tra i cittadini, che l’incendio riguardasse gli inceneritori, dove peraltro in passato com’è noto si è bruciata ogni sorta di materiale.
 
Gli effetti sulla salute dei cittadini dei fattori inquinanti dipendono quindi da una storia, dalla emissione continua di sostanze inquinanti, da episodi di emissione aggravata, dall’accumulo delle sostanze sulla superficie e negli strati profondi del terreno, nelle acque superficiali e profonde, nelle piante, negli animali, nella catena alimentare, negli stessi esseri umani. Diversi rapporti, anche molto recenti, descrivono gli effetti di questo intreccio di processi ed avvenimenti. Ad esempio il rapporto ERAS, redatto dal Dipartimento Epidemiologico della Regione Lazio, in collaborazione con Arpa Lazio e richiesto, relativo allo stato di salute dei residenti nelle vicinanze di impianti di trattamento rifiuti come discariche e inceneritori.
 
Nessun intervento su questo territorio può essere deciso senza prendere in considerazione lo stato di degrado che lo caratterizza, si tratti di insediamenti residenziali, logistici o industriali, di mobilità e trasporti. Di fronte ad una gestione che tende prima ad isolare ogni episodio e fattore di rischio dal suo contesto e dalla sua storia, e a minimizzare e tranquillizzare, riteniamo necessario prendere coscienza di una situazione di emergenza e della necessità di comportamenti adeguati a partire dalle istituzioni fino alla cittadinanza attiva. I cittadini non possono essere tenuti all’oscuro dei rischi che corrono, di quanto potrebbe riguardare la propria incolumità e la propria salute. É necessaria un’opera profonda, continua e diffusa di informazione, un’opera di educazione a conoscere e a capire, a riconoscere e ricercare l’informazione corretta. É necessario divulgare una mappa completa dei fattori di rischio presenti sul nostro territorio; una mappa dello stato di salute di quanti abitano questo territorio. Tutto ciò potrà sortire effetti solo con la partecipazione diretta, organizzata e consapevole dei cittadini.
 
Per quanto riguarda le conseguenze ambientali dell’incendio sinora verificate da Arpa Lazio, in attesa dei dati dei campionatori per valutare le ricadute sui terreni, si evince che le emissioni, pur alterando profondamente in area vasta la qualità dell’aria della giornata in corso, non siano particolarmente preoccupanti: risultano assai inferiori a quelle riscontrate nelle condizioni meteoclimatiche dei periodi dell’anno in cui l’aria ristagna, si producono fenomeni di inversione termica e la Valle del Sacco diventa una camera a gas. Non comprendiamo, però, perché il dato sulle diossine e PCB rilevate a San Bartolomeo sia stato pubblicato solo in relazione alle medie di campionamento in un arco di nove giorni, non consentendo la valutazione precisa del giorno dell’incendio.
 
Non comprendiamo, soprattutto, perché la Valle del Sacco debba essere gravata da un numero spropositato di impianti relativi al ciclo dei rifiuti. In particolare, chiediamo che il superfluo impianto di CDR di Castellaccio, considerata l’autosufficienza del ciclo provinciale dei rifiuti del Frusinate peraltro incentrata sull’incenerimento e sull’utilizzo di discariche, dopo oltre un decennio di turbamento dell’esistenza della popolosa contrada di San Bartolomeo, e dopo questa ulteriore prova di inefficienza, sia definitivamente eliminato dalle future pianificazioni regionali del ciclo dei rifiuti.
 

Valle del Sacco, 14 luglio 2013

CLICCA QUI per scaricare la relazione dell'ARPA LAZIO
 

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