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aprile 2017

ACEA, il business dell'acqua anche a Colleferro.


Comunicato Stampa Retuvasa

ACEA, il business dell’acqua anche a Colleferro.


 

A quasi due anni dall’insediamento di Acea ATO 2 S.p.A. come gestore del servizio idrico di Colleferro sono arrivate le prime bollette. Non è certo un fulmine di guerra questo nuovo gestore, soprattutto trattandosi di una delle maggiori multinazionali del settore in Italia. Tra l’altro, in due anni Acea non è riuscita a leggere i contatori nemmeno una volta e ora tappezza la città di manifesti, minacciando conti più salati se gli utenti non fanno anche il lavoro al loro posto, ovvero se non comunicano con autolettura il volume di mc di acqua consumati. Eppure a pagina 23 della carta dei servizi si legge che la lettura del contatore verrà effettuata almeno una volta l’anno.

Come abbiamo detto più volte, l’avvento del nuovo gestore ha portato con sé un cambiamento nel metodo tariffario, che prevede che tutti i costi del servizio vengano remunerati con la bolletta. Pagheremo, assieme all’acqua che consumiamo, anche gli interventi di manutenzione -piccoli o grandi che siano- e gli investimenti che il gestore farà.

La vecchia tariffa, in maniera molto più equa, prevedeva che le spese per investimenti fossero finanziate con la fiscalità generale a cui i cittadini partecipano in maniera proporzionale al proprio reddito. Così è stato per la realizzazione degli ultimi pozzi, finanziati con fondi regionali, che forniscono acqua di buona qualità alla nostra cittadina.

Anche per questo motivo le tariffe Acea rispetto a quelle praticate dal precedente gestore sono molto più alte: ad eccezione del primo scaglione di consumo, che è lievemente più basso, si va da aumenti del 40% per il secondo scaglione di fornitura, al 69% per il quarto. 
Scorrendo le voci in bolletta ci accorgiamo di un’altra particolarità che fa sorgere qualche dubbio.

A quanto sappiamo, infatti, ACEA ATO 2 ha per ora rilevato solo il servizio idrico, mentre i servizi di fognatura e depurazione sono rimasti in capo al comune di Colleferro, fino a che non saranno  terminati i lavori di adeguamento del depuratore sito in Valle Settedue (punto 6 lettera c della delibera n. 5 del 21/5/2015).

Sappiamo anche (Determ. Dirig. 281 del 25.05.2015) che il comune ha affidato la conduzione tecnica  e  la manutenzione di questo depuratore ad Acea ATO 2  per una cifra pari a 246.711 euro (fino al 31.12.2015) che, a quanto si dice nella determina, è la stessa cifra pagata al vecchio gestore. La voce in bolletta relativa ai costi di fognatura e depurazione dovrebbe quindi ancora tornare nelle casse del Comune, come avveniva nel precedente contratto. Non riusciamo a comprendere quindi perché la tariffa per queste due voci si sia adeguata alla nuova tariffa (più cara di circa il 56%) pur permanendo la situazione gestionale precedente. Opportuno che qualcuno ci dia una risposta.

Ma torniamo a parlare di investimenti, tema spesso agitato dai privatizzatori per dimostrare la supremazia della gestione privata rispetto a quella pubblica.

Riportiamo quanto si legge in proposito nel recente studio dalla Merian research (marzo 2017):  ”All’interno del bilancio 2012 di Acea Ato 2 SpA si specifica che, nel periodo 2012-2015, si sarebbero dovuti effettuare investimenti pari a 951,8 milioni di euro. In realtà, nello stesso periodo, gli investimenti effettuati in totale sono stati pari a 576,83 milioni di euro (374,97 milioni di euro in meno del previsto).

Fino al 2011 è stata assicurata agli azionisti una remunerazione del capitale investito pari al 7%. Tale remunerazione garantita  è stata cancellata dalla conferenza dei sindaci dell’aprile 2012, che  ha recepito l’esito del referendum del 2011.
La cancellazione della remunerazione garantita si è accompagnata ad un aumento delle tariffe, giustificato da un aumento degli investimenti programmati nel periodo 2012-2015.

In realtà tali investimenti non sono stati effettuati (o sono stati effettuati solo in parte). Nei fatti quindi la cancellazione della remunerazione garantita al 7% ha portato a un aumento della remunerazione del capitale investito dagli azionisti dal 7% a circa il 10% nel periodo 2012-2015. Infatti, se si fossero realizzati tutti gli investimenti, i relativi ammortamenti avrebbero portato a una diminuzione dell’utile e quindi della redditività del capitale nel periodo considerato.”

Detta in maniera molto semplice: Acea non ha fatto tutti gli investimenti che avrebbe dovuto e i soldi non spesi sono andati dalle nostre tasche a quelle degli azionisti.

Tra l’altro, le tariffe Acea ATO 2, dal 2016 al 2017, sono aumentate ancora quasi del 5%, valore importante in un contesto di deflazione generalizzata dei prezzi e di crisi economica che colpisce in maniera più dura le fasce più povere della popolazione.

I ricavi di Acea ATO 2 dal 2011 al 2015 segnano un + 19,25% solo per il servizio idrico, da 423,75 milioni di euro nel 2011 a 505,34 milioni di euro nel 2015.  Il Margine operativo lordo, fatta eccezione per il 2011, rimane abbastanza stabile negli anni; nel 2015 è di 238,83 milioni di euro.

Questa costanza nel margine di profitto si spiega col fatto che il servizio idrico è un monopolio naturale, regolato da leggi che evitano al gestore di rischiare i propri capitali mentre gli consente guadagni sicuri, anche dopo l’esito referendario, aggirato in ogni modo.

Dove vanno a finire gli utili incamerati da Acea ATO 2? A migliorare il servizio? A sanare acquedotti colabrodo?

Non propriamente. Gran parte di questi soldi (il 93% degli utili nel 2015) vanno alla capofila del gruppo, Acea S.p.A. che in parte li divide tra i propri azionisti, in parte li presta ad Acea ATO 2 a tasso di mercato per effettuare gli investimenti previsti dalla conferenza dei sindaci.
Si legge infatti nello studio Merian research: “L’utile di Acea ATO 2 (70,70 milioni di euro nel 2015) viene costantemente distribuito ad Acea Holding, che lo presta poi ad Acea ATO 2 tramite la linea di credito intercompany. Quindi Acea ATO 2 finisce per pagare interessi sul suo stesso utile, incamerato da Acea S.p.A. come dividendo e concesso poi ad Acea ATO 2 come prestito.”
  
Siamo di fronte ad un’architettura societaria che rende impossibile ai cittadini una qualsiasi forma di controllo sulla gestione di un servizio indispensabile ed irrinunciabile, mentre permette di mascherare l’accaparramento dei profitti tramite giochi finanziari.

Utili per 70,70 milioni di euro nel 2015, divisi tra gli azionisti: immaginate quante opere infrastrutturali si sarebbero potute realizzare con quei soldi.

Ricordiamo infine che la Regione Lazio ha un piano regolatore degli acquedotti che risale al 2004, realizzato in base a previsioni che arrivavano al 2015, mentre i problemi causati dal cambiamento climatico e le perdite negli acquedotti rendono sempre più critico l’approvvigionamento idrico alle popolazioni.

Fin qui abbiamo dato i numeri. Ma dopo due anni di gestione Acea possiamo anche dare qualche parere sull’operato: abbiamo visto miglioramenti nel servizio? Efficienza nelle riparazioni? Solerzia per nuovi allacci? Ascolto all’utenza e trasparenza nelle azioni? Efficacia e tempestività nelle comunicazioni?

A voi cittadini la parola e il giudizio, con una avvertenza: le considerazioni che possiamo fare sulla nostra situazione locale ci possono far alzare lo sguardo sulla condizione di una risorsa, l’acqua, che nel suo ciclo di riproduzione non conosce confini.
 
Colleferro, 21 aprile 2017

Colleferro, rinnovo AIA discarica di Colle Fagiolara.


Comunicato Stampa
Retuvasa e Comitato Residenti Colleferro
 
Colleferro, la Regione Lazio rilascia l’AIA per la discarica di Colle Fagiolara in un contesto privo di certezze e carico di rischi.

 

Con Determinazione regionale n. G04202 del 4 aprile 2017, pubblicata sul BURL del 13 aprile, Lazio Ambiente S.p.A. ottiene il rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per la discarica di Colle Fagiolara a Colleferro.
 
Prima di questa Autorizzazione, secondo le nostre conoscenze di diritto amministrativo, la discarica era gestita in modo illegittimo e abbiamo fatto valere l’assenza di un titolo autorizzativo valido nei nostri ricorsi contro l’impianto di Trattamento Meccanico Biologico (TMB), la sopraelevazione di 7 metri della discarica, l’impianto di percolato, tutti ricorsi pendenti nei diversi gradi di giudizio al TAR del Lazio e al Consiglio di Stato con richiesta di pregiudiziale alla Corte di Giustizia Europea.
 
Ed ecco che improvvisamente la Regione, riteniamo costretta dai nostri ricorsi, corre ai ripari sana lo stato di presunta illegittimità e concede il rinnovo fino al 2022.
 
Partiamo dalla constatazione che rimangono sempre inascoltate le nostre obiezioni sul presumibile conflitto di interessi tra ente autorizzatore (Regione Lazio) e società autorizzata (Lazio Ambiente SPA), di proprietà dell'Ente Regione e che come sappiamo sono lo stesso soggetto sotto diversa forma giuridico-amministrativa.
 
L’illogicità e l’illegittimità, però, di questi procedimenti autorizzativi si evidenziano nell’Autorizzazione menzionata, in quanto l’iter per il rinnovo dell’AIA inizia addirittura nel 24.10.2011 (in quel periodo la legge vigente determinava in cinque anni il rinnovo), con procedura di riesame e Conferenze di servizi conclusesi nel 2012, ma mai chiusa con l'adozione dell'atto di autorizzazione finale. Se la Conferenza fosse stata chiusa e contestualmente emanata l’AIA, quest’ultima si sarebbe dovuta rinnovare nel 2017, anno in cui invece viene chiuso l’iter di quella precedente. Nel frattempo con le modifiche inserite al Testo Unico Ambientale nel Decreto Legislativo 46/2014 il rinnovo viene raddoppiato e portato a dieci anni, di conseguenza la discarica viene autorizzata obbligatoriamente all’esercizio fino al 2022.
 
Dal 2012 ad oggi non sono state convocate ulteriori Conferenze di servizi e ce ne domandiamo il motivo, quindi come è possibile autorizzare un sito in contenzioso come quello di Colleferro senza aver preventivamente valutato l’insorgere di ulteriori possibili danni alla salute e all’ambiente o avere ascoltato, oggi, i pareri dell’amministrazione proprietaria del sito e di quelle confinanti?
 
In tutto questo periodo si è continuato ad abbancare rifiuti, addirittura a sopraelevare la discarica di altri 7 metri, e si è autorizzato un nuovo impianto di percolato, oltre a tenere in piedi un procedimento al TAR del Lazio, aperto contro la Regione e Lazio Ambiente spa su un vecchio progetto di impianto di TMB. Peraltro nel rinnovo dell’AIA quel progetto non viene minimamente menzionato a conferma delle parole dell’Assessore regionale Mauro Buschini che il Lazio non ha bisogno di ulteriori impianti! Ma allora perché non ritirare il progetto e la causa davanti al TAR del Lazio?
Nell’AIA invece viene richiamata l’esigenza di spostare i tralicci di Terna, interni al sito di discarica, per occupare con altri rifiuti lo spazio che viene liberato?  E’ un’altra operazione di salvataggio, esattamente come quelle degli anni precedenti, per sopperire e coprire le mancanze programmatiche regionali in materia di gestione del ciclo dei rifiuti, soprattutto nell’ottica del nefasto ATO unico regionale previsto nel Nuovo piano rifiuti, di conseguenza un possibile utilizzo in caso di necessità.
 
In definitiva cosa si prospetta?
Premesso che la discarica di colle Fagiolara è un bene economico di proprietà del Comune di Colleferro;
 
Precisato che il 2019 è l’anno in cui scade il contratto di gestione del servizio tra Comune di Colleferro e l’attuale gestore, la società Lazio Ambiente spa;
 
Constatato che l' AIA scadrà nel 2022, ma la chiusura della discarica è una decisione che rientra nei poteri dell'Amministrazione comunale di Colleferro.
 

  • La discarica è autorizzata all’esercizio fino al 2022, dieci anni dalla data di chiusura delle Conferenze di Servizi, previo l’ennesimo esito di una sicura impugnazione al TAR del Lazio da parte delle Amministrazioni comunali e/o di associazioni e comitati.
  • L’Amministrazione di Colleferro continua a ripetere che il sito verrà chiuso nel 2019, anno di scadenza del contratto di gestione con Lazio Ambiente S.p.A. che a sua volta -in relazione alla sua dismissione da parte della regione- potrebbe cederla al Comune proprietario oppure ad altra società.
  • Restano ancora forti dubbi sulla reale data di chiusura del sito, sul soggetto gestore del post-mortem (se e quando la partecipata regionale sarà liquidata) e dei fondi necessari per effettuarla.
  • Continua la diatriba sullo spostamento dei tralicci di Terna, anche per la poca trasparenza delle informazioni. A detta dei tecnici esso è necessario anche ai fini della chiusura definitiva, operazione insidiosa, se portata avanti ora, perché renderebbe il sito nuovamente oggetto di attenzioni e nemmeno sappiamo a chi toccherà farsi carico del costoso onere di gestione post-operativa.
  • L’impianto di TMB sembrerebbe scongiurato ma è sempre pendente il giudizio al TAR del Lazio; c’è il concreto rischio che il vecchio progetto venga sostituito da una differente tipologia di impianto per il trattamento multimateriale, questo almeno è nelle intenzioni dell’Amministrazione di Colleferro, ma non della Regione. Sia chiaro però che se cambia il progetto a quel punto si apre un nuovo procedimento di autorizzazione. 
  • La sopraelevazione della discarica è in giudizio al Consiglio di Stato e in ogni caso oggi essa non è più in grado di accogliere rifiuti. Vogliamo assistere alla spettacolare operazione di ripristino del sito sotto soglia, conoscere i costi e verificare il rispetto degli 8 mesi per la rimozione indicati nella Determinazione, ovvero per fine anno.
  • L’impianto di trattamento del percolato, che abbiamo impugnato, è all’esame del TAR del Lazio;
  • Continuano le segnalazioni dei residenti prossimi alla discarica verso i Comuni di Colleferro e Paliano per i nocivi effetti odorigeni e il sorvolo di colonie di gabbiani, anomalie visto che il rifiuto tal quale, dopo il successo del nostro ricorso al TAR del 2014, non dovrebbe più essere ammesso in discarica.

 
Due fattori potrebbero esserci favorevoli. A nostro parere l’Amministrazione comunale dovrebbe innanzitutto scongiurare lo spostamento dei tralicci (in caso contrario non avremmo garanzie che la “buca” non venga riempita con altri rifiuti). In secondo luogo la saturazione del sito, con il raggiungimento dei 7 metri, porta automaticamente alla chiusura definitiva della discarica entro il 2019, adoperandosi, nel frattempo il Comune, per incassare i fondi per la gestione trentennale del sito.
 
Sono tanti gli aspetti problematici e non vediamo le giuste premesse per una loro risoluzione positiva. Cerchiamo di farci valere nelle sedi giudiziarie, visto che continuiamo ad essere relegati ai margini del confronto sulla programmazione del ciclo dei rifiuti, nonostante le nostre proposte siano fattibili, concrete e sostenibili nel contesto generale di una politica regionale che riconosce solo un sistema anacronistico di gestione del ciclo dei rifiuti.
 
Le Amministrazioni interessate evitino una possibile ripresa in vita del sito e si preoccupino di farsi carico presso la Regione Lazio di avere “nero su bianco” le giuste garanzie fatte di certezze e non di parole affinché una volta decisa la chiusura di colle Fagiolara ci siano in cassa le risorse per il post-gestione, e non di meno di impugnare al TAR l’attuale rinnovo autorizzativo da ritenersi non privo di irregolarità.

 
Colleferro, 18 aprile 2017

f.to:
Rete per la tutela della Valle del Sacco (Retuvasa)
Comitato Residenti Colleferro (CRC)
 

Italcementi Colleferro, ceneri da centrali termoelettriche nel cemento.


Comunicato Stampa Retuvasa

Italcementi Colleferro, tenta la carta del cemento con le ceneri dalle centrali termoelettriche e viene rinviato a VIA.
 

Il progetto presentato da Italcementi Colleferro (Rm) in Verifica di Assoggettabilità a VIA ci era sfuggito tra la miriade di impianti e proposte che vengono presentate frequentemente sul nostro territorio. O meglio, ce ne siamo accorti in ritardo e i tempi per le osservazioni erano scadute.

Lo stabilimento di Colleferro ha richiesto nel novembre 2016 la possibilità di sostituire alcune materie prime (fanghi da industria cartaria, fanghi e polveri da segagione e lavorazione pietre, marmi e ardesie, fanghi e polveri da segagione, molatura e lavorazione granito, fanghi da impianti di decantazione, chiarificazione e decarbonatazione delle acque per la preparazione di acqua potabile o di acqua addolcita, demineralizzata per uso industriale), introducendone un’altra (ceneri dalla combustione di carbone e lignite, anche additivati con calcare e da combustione con esclusione dei rifiuti urbani ed assimilati tal quali), il tutto in parziale sostituzione della farina cruda o del cemento.

Le ceneri previste sarebbero costituite dal particolato solido raccolto dai sistemi di depolverazione dei fumi di combustione nelle centrali termoelettriche che utilizzano come combustibile il polverino di carbone.

Questa delle ceneri sta diventando una persecuzione per le nostre zone visto l’altro progetto sperimentale di Saxa Gres ad Anagni (Fr) per l’utilizzo di ceneri derivanti da incenerimento rifiuti nelle ceramiche, ceneri che tra l’altro nella cementeria di Colleferro vengono utilizzate già da tempo (Autorizzazione Integrata Ambientale del 2010)  per un utilizzo massimo di tipologie di rifiuti pari a 226.000 tonn./anno di cui 20.000 tonn./anno di ceneri derivanti da diversi tipi di combustione tra cui rifiuti e biomasse.

Appare un vero business quello delle ceneri, chi le produce deve pagare per lo smaltimento vuoi che a riceverle possa essere il cementificio o l’azienda di ceramiche o una eventuale azienda di trattamento; chi le riceve oltre ad essere pagato le utilizza come materia prima riducendo quindi anche i costi di produzione, ad eccezione delle aziende di trattamento che, una volta trattate, devono smaltirle in discarica pagandone il conferimento.
 
Per quanto riguarda il riutilizzo in prodotti immessi nella filiera commerciale come quella del cemento o delle ceramiche, restano gli interrogativi legittimi sulla tracciabilità e sullo smaltimento dei materiali prodotti a fine vita.

Tornando al progetto presentato da Italcementi Colleferro, però, la Direzione Regionale Valutazioni Ambientali e Bonifiche – Area Valutazione di Impatto Ambientale con Determinazione Dirigenziale G03525 del 21.03.2017 ha rinviato il progetto a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) nonostante non ci siano state osservazioni.

Le motivazioni sono di diversa natura, alcune interessanti.

Sul quadro programmatico si fa riferimento alla fascia di rispetto dei Centri e nuclei Storici, alla viabilità e ai beni archeologici e naturali presenti; sul Piano di Tutela delle Acque lo stabilimento ricade in area sensibile; sul Piano della Qualità dell’Aria si fa riferimento alla nuova zonizzazione regionale, al microclima sfavorevole, alla presenza di case sparse entro i limiti previsti dalla Legge.

Pertanto anche se tale nuova attività è inserita in uno stabilimento dotato di sistemi di abbattimento fumi, viste però le criticità relative al contesto territoriale, considerato che non è possibile escludere ulteriori impatti negativi sull’ambiente circostante, richiamato il Principio di Precauzione, la Direzione Regionale ha rimandato il Progetto a VIA, sede più opportuna per considerare nel dettaglio tutte le possibili conseguenze derivanti dal progetto.

Alla luce dei fatti è interessante il richiamo al Principio di Precauzione sancito dall’art. 3-ter del D.Lgs. 152/2006 (Testo Unico Ambientale), per cui non essendoci evidenza scientifica che tale nuova attività non può nuocere alla salute si ritiene opportuno approfondire sulla base di pareri dei vari Enti.

In definitiva una buona notizia che ci permetterà di partecipare con le osservazioni alla fase di VIA quando il progetto verrà sottoposto alla procedura.

 
Colleferro, 15 aprile 2017
 

Parzialmente annullato il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui CSS Combustibili.


Comunicato Stampa Congiunto
Forum Ambientalista, Retuvasa, Raggio Verde

 
Vittoria delle associazioni ambientaliste: parzialmente annullato il Decreto del Ministero dell’Ambiente sui CSS Combustibili.
 

Con soddisfazione comunichiamo che il TAR del Lazio, con sentenza n. 4226/2017, ha annullato in parte il Decreto del Ministero dell'Ambiente 22/2013 sul CSS-COMBUSTIBILE impugnato nel 2013, a livello nazionale e congiuntamente, solo dalle associazioni Forum Ambientalista, Rete per la Tutela della Valle del Sacco (retuvasa) e Raggio Verde. 

Il Decreto Ministeriale in questione disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto di determinate tipologie di combustibili solidi secondari (CSS) e il TAR ha annullato il relativo art. 8 comma 6 che prevede che la non conformità del lotto di CSS-Combustibile alle caratteristiche di specificazione di cui all'allegato I Tabella 2 "lascia impregiudicati gli effetti giuridici delle dichiarazioni di conformità emesse in relazione ai sottolotti di cui è costituito il predetto lotto".

Il TAR ha ritenuto tale norma irragionevole, in quanto ogni singolo lotto non può essere qualificato diversamente dai sottolotti che lo compongono, e illegittima, in quanto in contrasto col principio di precauzione, "regola vincolante in materia di tutela dell'ambiente e della salute tanto più in caso di trattamento e trasformazione dei rifiuti".

Con la sentenza, se un lotto di CSS viene riscontrato non conforme alle normative lo diventano anche i sottolotti facenti parte dello stesso lotto che quindi non possono essere avviati a combustione, se non previa regolarizzazione. 

Le associazioni ricorrenti si rammaricano tuttavia dell'interpretazione restrittiva della legittimazione a ricorrere e della ritenuta legittimità di una normativa che riconosce al produttore del rifiuto e del CSS-Combustibile il completo controllo con autocertificazione -senza contraddittorio con enti pubblici terzi imparziali e non in conflitto di interessi- sulla delicata fase relativa alla specificazione e al riconoscimento di quando un rifiuto cessi di essere tale, divenendo CSS-Combustibile.

E’ per questo specifico punto che le associazioni ricorrenti valuteranno l’opportunità di ricorrere in appello al Consiglio di Stato, avendo già formulato richiesta di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia europea sulla difformità del regolamento rispetto alle Direttive Comunitarie, che  porterebbe il giudizio davanti alla Corte stessa.

Ad ogni modo abbiamo atteso 4 anni per ottenere una sentenza che, anche se parziale, ci soddisfa e la riteniamo un passo avanti nella perdurante lotta alla tutela dell'ambiente e della salute collettiva.

 
Roma, 09.04.2017

F.to
Forum Ambientalista         
Rete per la tutela della Valle del Sacco (retuvasa)    
Raggio Verde
 

Territorio compatto in Regione contro rinnovo autorizzazione inceneritore pneumatici ad Anagni.

COMUNICATO STAMPA
COMITATO OSTERIA DELLA FONTANA, RETUVASA, ANAGNI VIVA
 
Territorio compatto in Regione contro rinnovo autorizzazione inceneritore pneumatici ad Anagni.
 

Alla Conferenza dei Servizi, almeno sulla carta decisoria, era presente oggi in Regione, compatto, il territorio.

Prima di tutto il popolo di Anagni e in particolare di Osteria della Fontana, rappresentato da circa duecento cittadini, molti dei quali per la seconda volta (considerato il rinvio della CDS del 28 marzo) hanno dovuto chiedere, per essere presenti, un giorno di permesso o rinunciare alla loro attività di libera professione.

Presenti poi le associazioni ambientaliste e i comitati cittadini. Il sindaco di Anagni, Fausto Bassetta. Il vescovo di Anagni, Lorenzo Loppa, e i parroci di Osteria della Fontana, della cattedrale di Anagni e di Serrone.

Anche questa volta il carattere decisorio della CDS si è rivelato solo presunto. Il parere dell’organo tecnico regionale, ARPA, ha rilevato che i dati tecnici dell’impianto presentati dal proponente non consentono di accertare se il quantitativo di pneumatici fuori uso che sarebbero inceneriti giornalmente rientri nel limite delle 3 tonnellate, e dunque se l’autorizzazione possa essere soggetta all’attuale procedura ordinaria, richiedendosi altrimenti l’avvio di una procedura di Autorizzazione Integrata Ambientale. Prendiamo atto di tale rilievo tecnico, che ci sembra del tutto giustificato, aprendo peraltro, eventualmente, a una procedura ben più rigorosa.

Va accolta con grande soddisfazione, oltre alla presenza delle autorità religiose del territorio, quella del sindaco di Anagni. Il Comune ha ribadito con grande determinazione il proprio parere negativo, già ben esposto e argomentato. Da sottolineare l’importante annuncio del sindaco circa l’intenzione di stralciare l’area industriale sita in località “Quattro Strade” dal PUCG; sebbene l’impatto di tale non breve azione per il presente procedimento non sia scontato, indubbiamente ciò potrebbe preludere a un futuro con maggiori tutele ambientali e sanitarie per i residenti. Vogliamo però sia chiaro che il nostro apprezzamento, totale e senza riserve nella questione in oggetto per l’operato del sindaco, non significa in alcun modo un qualsiasi sconto su eventuali posizioni non congruenti dell’ente in relazione all’iter autorizzativo di altri impianti con importanti impatti ambientali nel territorio anagnino, benché sia difficile che qualcuno di essi possa reggere il confronto con l’inceneritore della Marangoni SpA.

Stupisce il fatto che la Provincia e la ASL non abbiano ancora espresso il proprio parere tecnico, senza alcuna motivazione. La prima sorprende soprattutto in quanto il suo presidente è uno degli alfieri della moratoria dei sindaci nei confronti di impianti ad alto impatto ambientale nella Valle del Sacco. La seconda in quanto non può sottrarsi in alcun modo a tale impegno, considerata la straordinaria partecipazione di medici di base al recente convegno di Anagni, in cui sono stati rappresentati con crudezza i dati epidemiologici più recenti relativi alla popolazione dell’area.

Invitiamo dunque entrambi gli enti a considerare in tempi ragionevoli lo spessore delle ragioni tecniche ostative al rilascio dell’autorizzazione in oggetto, destinando a tal fine adeguate risorse umane ed energie.

Il popolo di Anagni e della Valle del Sacco resta vigile e la mobilitazione continua e cresce. Appuntamento tra 30-60 giorni in Regione. Ma non solo.
 
Anagni, 07.04.17

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