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Colleferro, manifestazione 29 novembre 2014 Colleferro, la discarica sta inquinando la falda Autorizzazioni ambientali: ad Anagni la Marangoni spa fa da se. Valle del Sacco, il Ministero torna titolare del Sito di Interesse Nazionale.

Colleferro, Manifestazione 29 novembre 2014


COMUNICATO STAMPA 
delle associazioni e comitati promotori della campagna RIFIUTIAMOCI
 
 
29 NOVEMBRE 2014
ore 14.00 - piazzale biblioteca comunale - Colleferro
 
MANIFESTAZIONE PER LA SALVAGUARDIA DEL TERRITORIO E DELLA SALUTE
 
 

PARTE L’AUTUNNO CALDO NELLA VALLE DEL SACCO

 

Continuano le attività della “Campagna Rifiutiamoci” che in questi mesi ha visto associazioni, comitati, movimenti, forze politiche e singoli cittadini della Valle del Sacco impegnati per la salvaguardia del territorio, dell’ambiente e della salute: al centro della campagna c’è la forte opposizione all’attuale gestione del ciclo dei rifiuti, obsoleta e responsabile della grave emergenza ambientale e sanitaria.
In molti comuni della zona dove Lazio Ambiente gestisce i rifiuti, le percentuali di raccolta differenziata raggiungono livelli irrisori mentre quelle elevate si possono leggere soltanto negli studi epidemiologici e nei rapporti sanitari, come lo studio Eras e Sentieri.
A Colleferro, nell’ultimo periodo, la campagna ha promosso la proposta di Referendum avanzata dall’opposizione consiliare sul progetto TMB, iniziativa che fino ad ora ha raccolto circa 2.000 firme. Nell’ambito della stessa campagna, inizia ora un periodo di mobilitazione a Colleferro e nei paesi limitrofi mossi dalla volontà di essere inseriti nei processi decisionali riguardanti la salute della comunità.

Dichiarano gli attivisti -Non ci accontentiamo di annunci, dichiarazioni sui giornali o promesse di cambiamento ma  esigiamo una vera svolta sostenibile che finalmente possa rendere giustizia alla popolazione di un territorio vittima di crimini ambientali che hanno compromesso terra, aria e salute. Una svolta che non abbia più niente a che fare con le scelte scellerate dettate da chi per anni è stato complice, colpevole e responsabile di questa criminosa ed insalubre gestione dei rifiuti. Pretendiamo da parte delle istituzioni provvedimenti che portino ad un miglioramento della situazione ambientale e di quella sanitaria della nostra zona specialmente alla luce della precaria condizione delle Asl e degli ospedali dei nostri comuni. Faremo sentire la nostra voce e la nostra presenza nelle strade e manifesteremo le nostre ragioni in un corteo a Colleferro il 29 novembre. Il progetto di TMB, voluto dalla Regione Lazio, da Lazio Ambiente S.p.A. e dal Comune di Colleferro, rappresenta una scelta presa dall’alto che non ci rappresenta e che non consentirà di attivare un ciclo virtuoso dei rifiuti.

Le forze ambientaliste e sociali non possono accettare l’impianto TMB a Colleferro perché la sua costruzione significa praticamente mantenere attivi  due vecchi inceneritori e la discarica di colle Fagiolara.
Per questo pretendiamo un cambiamento radicale di rotta, che vada verso un sistema economico “circolare”  a sostegno di una crescita sostenibile e di una gestione virtuosa dei rifiuti, come ribadito dall’Unione europea, nei programmi Rifiuti Zero nel 2020.

Chiediamo come priorità l’avvio immediato di una campagna di informazione ambientale sulle modalità, i benefici ed i vantaggi della raccolta differenziata, l’attivazione del porta a porta e l’adozione di strumenti efficaci da attuare sul territorio come il compostaggio di comunità e la tariffa puntuale.

Il 29 novembre si avvicina : vi aspettiamo in via Carpinetana sud sotto la sede di Lazio Ambiente S.p.A., parcheggio della Biblioteca Comunale di Colleferro.
Il corteo partirà alle ore 14.


PARTECIPIAMO NUMEROSI!

F.to

Associazioni e comitati promotori della campagna RIFIUTIAMOCI
 

Valle del Sacco, risposta a Unindustria sulle autorizzazioni ambientali.


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
 
Risposta a Unindustria Frosinone: autorizzazioni ambientali efficaci e in tempi ragionevoli, non di favore

 

Concordiamo con Unindustria Frosinone sul fatto che i procedimenti autorizzativi in materia ambientale, per agevolare gli operatori economici, non devono essere afflitti da inutili lungaggini amministrative. Concordiamo anche sul fatto che le strade industriali consortili sono «pietose», e qui ci chiediamo però quale sia stata la funzione del Consorzio ASI, oltre a quella di pianificare per anni inutili aeroporti.

Ci sembra soprattutto che le dichiarazioni ufficiali di Unindustria Frosinone, nel corso della conferenza stampa tenutasi, non a caso, subito dopo la convalida del sequestro dell’impianto di acque reflue della Marangoni spa ad Anagni, non si preoccupino del rispetto dell’ambiente e della salute della popolazione della Valle del Sacco, non stigmatizzando, al contrario sotto traccia giustificando, le gravi e accertate irregolarità, quantomeno in sede di indagini preliminari, commesse dalla Marangoni spa ad Anagni, per non parlare di tante altre inchieste in corso o di tanti altri inquinamenti industriali accertati ma al momento ancora senza colpevoli, come lo stesso inquinamento del fiume Sacco.

Ben venga il potenziamento dell’Ufficio provinciale preposto alle autorizzazioni ambientali. Ma sia ben chiaro che evitare lungaggini amministrative non può e non deve significare eliminare i debiti riscontri in termini di impatto ambientale.
È questa anche l’opinione di Unindustria? La sensazione è che l’associazione di categoria intenda esercitare una pesante pressione politica sugli enti preposti alle autorizzazioni ambientali, in particolare sul Settore Ambiente della Provincia. Ed è quindi il momento di esprimere chiaramente quanto pensiamo a riguardo.

La nostra sensazione è che negli ultimi anni alcuni dirigenti del Settore Ambiente della Provincia siano stati allontanati in quanto sgraditi alla lobby politica trasversale che rappresenta gli interessi degli industriali. Questo processo ha avuto anche ripercussioni dirette in ambito politico, caso emblematico ci sembra il siluramento del vicepresidente e assessore all’Ambiente della giunta Iannarilli, Fabio De Angelis, forse perché a suo tempo reo di aver “pestato i piedi” ad alcuni potenti aziende.

Un’altra fonte di preoccupazione è costituita dalla situazione di ARPA Frosinone. Mentre il processo Addimandi volge al termine (udienza il 13 novembre c.m.), soggetti legati all’ex direttore della sezione provinciale di ARPA Lazio sembrano ancora influenti. Inoltre, sul fronte della direzione regionale dell’ente, terminata l’“era Carruba”, la nuova dirigenza e vice-dirigenza - come suggeriscono alcuni recenti articoli-inchiesta de “Il Fatto Quotidiano” - è costituita da esponenti che sembrano marcatamente graditi a simpatie politiche trasversali e in alcuni casi forse legati a storici inquinatori. Quale sarà la loro linea per Arpa Frosinone?  

 
Per chi non li ha già letti

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/10/arpa-lazio-alla-guida-arriva-marco-lupo-uomo-di-fiducia-della-prestigiacomo/1151004/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/31/regione-lazio-pd-affida-lambiente-destra-parentopoli-amica-cerroni/1182462/
 
Valle del Sacco, 08.11.2014
 

Anagni, Marangoni con le autorizzazioni ambientali fa da se


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco

Autorizzazioni ambientali: ad Anagni, Marangoni spa fa da sé.


 
Il sequestro, ora convalidato dal GIP, dell’impianto di scarico delle acque reflue di prima pioggia ed industriali dell’inceneritore di pneumatici fuori uso Marangoni spa di Anagni, utilizzato in assenza di autorizzazione, a seguito di indagini operate dal Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale del Corpo Forestale dello Stato congiuntamente al Nucleo di Polizia Ambientale della Polizia Provinciale, rappresenta l’ennesima conferma della delicatezza della situazione ambientale, passata e presente, dell’area che circonda lo stabilimento della Marangoni spa ad Anagni, situazione che permane a nostro avviso di estrema gravità, nonostante il notevole e meritorio impegno pregresso delle forze dell’ordine preposte alla tutela dell’ambiente e la serietà di alcuni amministratori comunali e provinciali.
 
Condividiamo alcune delle considerazioni avanzate qualche giorno fa dal Presidente della Provincia: autorizzazioni come quella in oggetto «servono non solo a garantire l’idoneità e la conformità dell’impianto di trattamento degli scarichi industriali, ma anche a tutelare l’ecosistema circostante, dunque la salute dei cittadini». E ancora: «Quanto all’intervento degli agenti della Polizia provinciale, la cui meritoria attività di difesa e controllo dell’ambiente e del territorio va evidenziata, sottolineata ed elogiata, senza entrare nel merito dell’indagine in corso, hanno agito nel pieno rispetto delle competenze e delle procedure da adottare stabilite e tassativamente indicate dalla legge». Tale riconoscimento va esteso al Corpo Forestale dello Stato impegnato nell’indagine. Va sottolineato che il passo citato è stato espunto, da un quotidiano nazionale e provinciale, nel riportare la notizia.
 
L’autodifesa del dirigente della Marangoni spa responsabile dell’impianto di Anagni, pubblicata con ampio spazio sulla stampa alcuni giorni fa, in alcuni casi con l’aura della verità oggettiva, ha a nostro avviso dell’incredibile, e in questo invece il Presidente della Provincia ci è sembrato troppo indulgente. In pratica, il dirigente dell’azienda afferma: visto che la Provincia tardava ad autorizzarci, ci siamo autorizzati da soli. Sembra non sfiorare il dirigente il sospetto che, posto che lo scarico delle acque reflue era ancora privo di autorizzazione definitiva da parte del competente Settore della Provincia, nonché da parte dell’ASTRAL, nulla autorizzava la Marangoni spa a utilizzarlo per le proprie necessità aziendali.
 
Non è inoltre del tutto chiaro perché l’allaccio dell’impianto di scarico al collettore di via Riserva Primo Tronco sia stato inizialmente concesso dal Comune di Anagni, che forse è stato piuttosto superficiale nel rilascio dell’autorizzazione. Quello che è certo, è che dopo un nostro esposto relativo ad allagamenti prodotti con ogni probabilità dallo scarico del collettore in questione sulla SS Casilina e alla richiesta se tale scarico fosse provvisto delle dovute autorizzazioni provinciali e comunali, il nulla osta propedeutico ai lavori, ormai già eseguiti, è stato opportunamente e celermente revocato dall’ente, qualche giorno fa.
 
È intollerabile che la Marangoni spa nei propri comunicati stampa di fatto adotti la linea comunicativa del vittimismo, proclamandosi oggetto di particolari attenzioni rispetto ad altre fabbriche del territorio (e quali, vorremmo sapere, di grazia? Siamo pronti ad occuparcene, se non sono tra quelle che teniamo d’occhio), nonché una sorta di benefattrice dell’umanità per i posti di lavoro offerti al territorio. Rispettiamo ed esprimiamo solidarietà ai 16 lavoratori che ancora operano nell’inceneritore, augurando loro, tra l’altro, che le norme di sicurezza aziendale e soprattutto di tutela della salute che li riguardano siano pienamente rispettate. 16 lavoratori grazie ai quali la Marangoni spa ha ancora facoltà di agitare lo spettro del ricatto occupazionale. Peccato però che per altre centinaia di lavoratori prima occupate presso l’impianto produttivo di pneumatici, come intuibile, il destino della presenza della Marangoni nel territorio comunale si stia ormai consumando. Resta solo l’inceneritore di pneumatici. Grazie agli incentivi statali destinati a fonti energetiche, incredibilmente incluse nel novero delle rinnovabili come la termovalorizzazione, attuale fonte di lucro per un’azienda che non sembra aver mai dimostrato veramente rispetto per la salute delle migliaia di abitanti che gravitano intorno al suo sito produttivo. Ricordiamo solo che dal 2009, dopo la fuga di enormi quantità di particolato carbonioso (carbon black) dall’impianto produttivo di pneumatici, è in vigore un’ordinanza comunale che vieta produzione e consumo di prodotti agricoli e razzolamento di animali da cortile nel raggio di 500 metri dall’impianto Marangoni, in seguito al rinvenimento di quantità molto elevate di PCB e diossine in campioni biologici e alimentari. Chi abita in località Quattro Strade e Osteria della Fontana ben ricorda nubi levatesi in più occasioni dai camini dell’azienda, ora solo quello dell’inceneritore, senza entrare nei dettagli di gravi irregolarità riscontrate anche nell’ultimo biennio per cui l’iter istruttorio non è del tutto concluso, e di tante altre cose che si potrebbero aggiungere.    
 
Peraltro non è superfluo ricordare che l’inceneritore di pneumatici opera ancora con autorizzazione all’esercizio rilasciata dal Commissario Delegato per l’Emergenza Ambientale nel Territorio della Regione Lazio nel 2006, per un periodo decennale, a titolo di rinnovo dell’autorizzazione iniziale (2001). Sarebbe opportuno che la Regione Lazio includesse l’inceneritore tra gli impianti da sottoporre ad Autorizzazione Integrata Ambientale, riducendo nel caso specifico i limiti per le emissioni in atmosfera, considerata la già marcata compromissione della qualità dell’aria in area vasta.
 
Crediamo che la Marangoni, nel 2014, dovrebbe aver chiaro qual è il bilancio per il territorio tra l’apporto occupazionale di qualche posto di lavoro e la presenza di una potenziale fonte inquinante di prima grandezza come un inceneritore di pneumatici, che non può non produrre peraltro un notevole danno economico in termini di immagine del territorio e di mercato immobiliare locale. Bilancio che è diventato ulteriormente insostenibile considerando il reiterato mancato rispetto della legge, che la Marangoni deve imputare a se stessa, non certo agli enti amministrativi e alle forze dell’ordine.
 
 
Anagni (FR), 05.11.2014
 

Valle del Sacco, il Ministero torna titolare del Sito di Interesse Nazionale


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco

SIN Valle del Sacco:

il Ministero torna titolare, ricostituzione delle speranze di bonifica o dello scaricabarile? 
 
 
In data 16 luglio 2014, a seguito del pronunciamento del TAR Lazio circa il relativo ricorso promosso dalla Regione Lazio, a cui si è aggiunta ad adiuvandum la nostra associazione, è stato di fatto reintegrato il Sito di Bonifica di Interesse Nazionale (SIN) della Valle del Sacco, depennato inopportunamente dalla lista dei SIN di competenza del Ministero dell’Ambiente in data 11 gennaio 2013 (e dunque transitoriamente declassato a Sito di Interesse Regionale). Pendendo l’esito di un eventuale ricorso al Consiglio di Stato, è stata dunque anche ristabilita la titolarità ministeriale del SIN, come riconosciuto dallo stesso Ministero dell’Ambiente in sede della riunione tecnica preliminare tenutasi in data 8 settembre 2014 (partecipanti: Regione, Arpa, Provincia FR, ASL RM G, ASL RM E; assenti: Provincia RM, ISS, ISPRA).
 
In occasione della sentenza del 16 luglio 2014, abbiamo espresso la speranza che ciò potesse tradursi con una certa celerità in concreti benefici socio-ambientali per la nostra Valle, inquinata a causa del disprezzo degli interessi industriali per la tutela della salute della popolazione e dell’inerzia (se non delle connivenze) delle pubbliche amministrazioni.
           
Ricordiamo la vicenda per sommi capi, non è facile per chi non la segue quotidianamente orientarsi in tale confusione.
 
Nonostante la Corte di Cassazione del Tribunale di Velletri avesse emanato nel 1993 l’obbligo di bonifica dei 4 ettari di area dell’agro colleferrino gravemente contaminata da discariche illecite prodotte dall’industria locale, la Regione Lazio, pur approntando un piano di bonifica, lo lasciava sulla carta.
 
Gli inquinanti determinavano alla fine la contaminazione dell’acquifero: isomeri del lindano (in particolare il beta-esaclorocicloesano), parenti del DDT, si rilevavano a più riprese a partire dal 2004 nello stesso fiume Sacco, fino al definitivo accertamento della presenza del contaminante nel latte bovino in area vasta. La Presidenza del Consiglio dei Ministri riconosceva con decreto 19 maggio 2005 lo stato di emergenza socio-economico-ambientale per l’area di 9 Comuni delle province di Roma e Frosinone, estesa tardivamente, in data 31 ottobre 2010, ad altri 11 Comuni del Frusinate, con estensione finale dell’area ripariale necessitante bonifica da Colleferro a Falvaterra (confluenza del fiume Sacco con il fiume Liri).
 
La suddetta area era gestita da preposto Ufficio Commissariale, il quale a nostro avviso operava positivamente in relazione alla messa in sicurezza d’emergenza della fonte della contaminazione, negativamente in relazione al risanamento agro-ambientale della fascia ripariale del fiume Sacco, anche per la sovrapposizione di competenze con la Regione Lazio e lo storno di fondi ministeriali già stanziati da parte del governo. Tale risanamento non è ancora iniziato, nonostante siano trascorsi quasi dieci anni dal riconoscimento dello stato di emergenza. Benché la bonifica non fosse conclusa, l’ultima proroga delle attività dell’Ufficio Commissariale scadeva il 31 ottobre 2012.
 
Nonostante l’area di pertinenza commissariale fosse già stata riconosciuta come SIN in data 2 dicembre 2005, il 31 gennaio 2008 il Ministero dell’Ambiente avviava l’istituzione di un ulteriore enorme SIN collegato, distinto però dall’area precedente e di propria diretta competenza, comprendente, in perimetrazione provvisoria, l’intero bacino imbrifero del fiume Sacco, per un totale di ulteriori 51 Comuni, al fine di appurare l’eventuale presenza di altre situazioni di inquinamento di interesse nazionale. L’incarico di sub-perimetrare tale vastissima area, al fine di identificare le aree rilevanti per attività di messa in sicurezza d’emergenza, caratterizzazione, bonifica e ripristino ambientale, veniva affidato, da convenzione tra Ministero dell’Ambiente, Regione Lazio e ARPA Lazio, all’ARPA sezione di Frosinone, che lo concludeva in termini inadeguati e fallimentari, tanto da indurre il Ministero a non corrispondere l’ultima tranche del relativo finanziamento nell’agosto 2014.
 
Veniamo al presente. Le prime battute del neoricostituito SIN ministeriale sembrano seguire il solito copione: da un lato pochi uffici o meglio singoli tecnici coscienziosi e seri, cui va la nostra stima; dall’altro inefficienze amministrative, sovrapposizione di competenze e scaricabarile. In particolare, si profilano due ordini di questioni delicatissime da risolvere quanto prima.
 
1. La nuova perimetrazione del SIN. Paradossalmente, si è tornati indietro, dalla subperimetrazione alla perimetrazione. Si tratta cioè di riconsiderare daccapo la stessa definizione dei Comuni inclusi e relative aree. Ad esempio, il Comune di Ferentino, prima escluso dal SIN (ma presente nell’area emergenziale) dovrebbe rientrare nel SIN, in quanto la presenza di aree contaminate da amianto (ex Cemamit) rientra nei relativi parametri istitutivi. Naturalmente ciò rappresenta sulla carta l’opportunità di risolvere problematiche ambientali di grande rilievo. Non pare però si proceda come opportuno. La perimetrazione è stata affidata, come da riunione tecnica dell’8 settembre 2014, alla Regione Lazio;  successivamente dalla Regione ad ARPA. Quest’ultima pare non abbia ancora inviato la propria proposta di perimetrazione al Ministero, nonostante il tempo scaduto e ripetuti solleciti.
 
2. La certificazione del barrieramento idraulico definitivo della zona contaminata a protezione dell’acquifero di Colleferro. I relativi lavori, finanziati da ingenti fondi pubblici e privati (SE.CO.SV.IM.), sono stati diretti dall’Ufficio Commissariale. Tale barrieramento definitivo, ormai completato da circa 2 anni, non può entrare in funzione in quanto la Provincia di Roma si rifiuta di riconoscere la propria relativa competenza, che sembra chiaramente stabilita dalla normativa e che non ci sembra sia mai stata messa in discussione per gli altri SIN. Rimane dunque in funzione il barrieramento idraulico provvisorio, che naturalmente offre minori garanzie, e peraltro con autorizzazione formalmente scaduta. La ASL RMG ha più volte espresso preoccupazione per la situazione dell’acquifero comunale, in relazione alla mancata autorizzazione dell’entrata in opera del barrieramento idraulico definitivo e al mancato avvio della bonifica degli acquiferi sottesi ad alcune porzioni dell’area contaminata.
 
ASL RMG e RME chiedono inoltre, nella riunione tecnica dell’8 settembre 2014, che le attività di bio-monitoraggio sulla popolazione della Valle del Sacco vengano estese su una porzione più ampia del territorio, ricercando ulteriori sostanze inquinanti.
 
I primi vagiti del reintegrato SIN sembrano in sostanza riprodurre le dinamiche del passato, aggravate dagli odierni problemi che affliggono tutti gli enti pubblici e di controllo, privi di risorse e disorientati da continui provvedimenti legislativi al ribasso. La farraginosa sovrapposizione delle competenze e l’inerzia amministrativa sembrano potersi superare in primo luogo puntando su una maggiore assunzione di responsabilità da parte degli enti locali, anche attraverso l’istituzione di forme più efficaci di coordinamento, e soprattutto sulla partecipazione ai processi decisionali delle associazioni territoriali, investendo inoltre sulla formazione di un’opinione pubblica consapevole. Viceversa, le associazioni non potranno fare altro che tentare di correggere le storture dell’azione amministrativa in sede giudiziaria.
 
 
Valle del Sacco, 02.11.14
 
 

CLICCA QUI per il verbale della riunione tecnica dell'8 settembre 2014
 

Condanna della Corte di Giustizia Europea per la gestione dei rifiuti nel Lazio.



CONDANNA DELL’UNIONE EUROPEA per la gestione dei rifiuti nel Lazio:

il commento di Raggio Verde, Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa), Comitato Residenti Colleferro, Cittadini Liberi della Valle Galeria, Fermiamo Cupinoro, Comitato Malagrotta, Comitato Rifiuti Zero Fiumicino

  

La Corte di Giustizia Europea, con la sentenza per la causa C323/13, ha dichiarato l'inadempienza dell'Italia agli obblighi statuiti dalla direttiva comunitaria 1999/31 di trattare adeguatamente i rifiuti prima del loro conferimento nelle discariche di Malagrotta, Colle Fagiolara, Cupinoro, Inviolata e Fosso Crepacuore della Regione Lazio e ha altresì dichiarato l'inadempienza dell'Italia agli obblighi statuiti della direttiva comunitaria 2008/98 di dotarsi nella Regione Lazio di un'adeguata ed integrata rete di impianti di gestione dei rifiuti, tenendo conto delle migliori tecniche disponibili.
 
Per le nostre associazioni, che da anni si battono per tutelare l'ambiente e rappresentare gli interessi dei cittadini delle aree colpite dagli effetti di tali inadempimenti come Cupinoro, Malagrotta e Colle Fagiolara, si tratta di un importante fatto, che, ci si augura, venga preso in seria considerazione da Stato e Regione, per modificare le modalità con cui fino ad ora sono stati gestiti i rifiuti nel Lazio.
 
La Corte di Giustizia europea ha sancito che la tritovagliatura non costituisce un idoneo trattamento dei rifiuti. E' da dire che sul punto si era pronunciato conformemente e in anteprima anche il TAR del Lazio, da ultimo anche a seguito di un ricorso proposto dalla Rete per la Tutela della Valle del Sacco, dal Comitato Residenti Colleferro e da Raggio Verde avverso l'ordinanza contingibile ed urgente emessa pochi mesi fa dalla Regione Lazio, che consentiva, ancora, l'abbancamento del 65% del tritovagliato nella discarica di Colle Fagiolara senza ulteriore idoneo trattamento.
 
Desideriamo invece soffermarci sulla declaratoria di inadempimento dell'Italia a dotare la Regione Lazio di una rete adeguata di impianti per la gestione dei rifiuti.
Dalla sentenza emerge che l'Italia avrebbe riconosciuto che la Regione Lazio non sarebbe dotata di un idoneo sistema di impianti TMB.
 
Ebbene, proprio il processo già citato avverso l'ordinanza contingibile ed urgente, emanata dalla Regione Lazio per una presunta insufficienza degli impianti TMB operanti nella Regione a trattare i rifiuti del bacino di Comuni afferenti alla discarica di Colle Fagiolara, ha invece evidenziato che tale insufficienza in realtà non sussisterebbe, tanto che la predetta ordinanza non è stata oggetto di proroga da parte della Regione Lazio.
Ciò che è emerso nel processo dinanzi al TAR è una gestione del trattamento dei rifiuti certamente non improntata alla massima trasparenza ed efficienza, ma, nel complesso, tutti i rifiuti della Regione Lazio possono essere trattati al suo interno, riferendosi in particolar modo ai TMB, salvo poi essere smaltiti altrove.
 
E come mai i rifiuti vengono smaltiti altrove?
 
E' questo l'effetto di anni di gestione emergenziale dei rifiuti, con Commissari che hanno consentito l'apertura di impianti di smaltimento, ad es. discariche in luoghi inidonei: a cominciare dalla discarica di Cupinoro, autorizzata con AIA dal Commissario emergenziale di turno in area adibita ad uso civico, zona ZPS e soggetta a vincoli, all'ultima autorizzazione emessa dal Commissario Sottile per la discarica di Monti dell'Ortaccio, oggetto poi di revoca da parte della Regione Lazio a seguito ed in virtù di quanto emerso in un complesso e ancora non esaurito processo di impugnazione della predetta A.I.A. promosso da Raggio Verde dinanzi al TAR del Lazio.  
 
La declaratoria degli stati di emergenza rifiuti, talora – e ciò costituisce accertamento di un processo penale in corso – “creata ad arte”,  ha consentito ai Commissari di derogare a norme in realtà inderogabili e ad affrontare il tema della impiantistica nel Lazio in maniera scoordinata e non conforme a quanto prescritto dall'Unione europea.  Ed ora ne paghiamo tutti le conseguenze in termini di danni ambientali, alla salute e al patrimonio.
 
E' bene che lo Stato e la Regione prendano atto del fallimento di simili gestioni e adottino i provvedimenti necessari al fine di conformarsi agli obblighi della direttiva 2008/98 e ciò non vale solo per la rete adeguata di impianti ma anche per il rispetto della gerarchia nella gestione dei rifiuti.
 
La gestione dei rifiuti nella nostra Regione è stata, in violazione della direttiva 2008/98, improntata allo smaltimento in discarica, anche se, per il futuro, se verrà convertito in legge il decreto “Sblocca Italia”, bisognerà attendersi un malaugurato proliferare di inceneritori, con la paradossale definizione di “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell'ambiente.”
 
L'Unione Europea ci impone invece una gestione dei rifiuti che considera lo smaltimento – che sia in discarica o negli inceneritori- come la ultima ratio nella gestione dei rifiuti.
Ebbene, a distanza di ben 6 anni dalla direttiva, l'Italia non ha ancora adottato un piano concreto ed efficiente di prevenzione nella formazione dei rifiuti.
Nemmeno la proposta di legge del parlamentare on. Vignaroli del M5S sul “vuoto a rendere”  certamente utilissima al fine di prevenire la formazione dei rifiuti, ha avuto seguito in un Parlamento che appare, agli occhi dei cittadini, completamente esautorato dal suo ruolo da un governo, poco rappresentativo dei cittadini, che emana decreti a pioggia e che ha inserito la proposta di legge nel collegato ambiente che verrà approvato dopo lo “sblocca- Italia”.
 
Cambiano i Governi, non la logica. Si continuano a percorrere impegni programmatici di esclusivo favore alle lobby industriali, tralasciando le terribili conseguenze sanitarie che tali decisioni comporteranno, con inopportuna sfrontatezza nonostante i continui richiami sanzionatori dell’UE e le richieste di intere comunità che chiedono a gran voce di abbandonare tali propositi.

 
 
Data, 19 ottobre 2014
 
f.to:
Raggio Verde
Rete per la Tutela della Valle del Sacco (Retuvasa)
Comitato Residenti Colleferro
Cittadini Liberi della Valle Galeria
Fermiamo Cupinoro
Comitato Malagrotta
Comitato Rifiuti Zero Fiumicino
 

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