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Colleferro, applicata l'ordinanza del Tar Lazio sui rifiuti in discarica: lo scenario tecnico-economico. Colleferro, il MIBACT dichiara il Castello Vecchio bene di interesse culturale Valle del Sacco, il Ministero dell'Ambiente boccia Arpa Lazio per la sub-perimetrazione

Colleferro, il MIBACT dichiara il Castello Vecchio bene di interesse culturale.


Comunicato Stampa
Comitato per la Salvaguardia del Castello

 
Colleferro, il MIBACT dichiara il Castello Vecchio bene di interesse culturale.
 
 

Il Castello Vecchio di Colleferro andrà finalmente ad occupare il posto che merita tra i beni culturali italiani: con un apposito decreto il Ministero dei Beni e Attività Culturali e del turismo ha ufficialmente apposto il vincolo di interesse culturale sull’importante edificio medievale colleferrino. Al castello è stato dunque formalmente riconosciuto l’interesse culturale sancito dall’art. 10 c. 3 del Codice dei Beni Culturali secondo cui rientrano in questa categoria le cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico particolarmente importante.
 
Si tratta di un riconoscimento di grande rilevanza, che segnala l’indiscutibile valore dell’edificio in questione e che rappresenta il giusto coronamento della lunga attività di opposizione intrapresa da cittadini e associazioni riuniti nel Comitato di Salvaguardia del Castello Vecchio contro il progetto edilizio che dal 2009, con l’avallo dell’Amministrazione Comunale, minacciava seriamente l’integrità dell’area che circonda il castello nonché la sua reale fruizione pubblica.
 
Come non ricordare le nove palazzine di due, tre e quattro piani che il proprietario-costruttore Furlan avrebbe voluto innalzare proprio a ridosso del castello con il relativo apparato di garage, rampe e strade carrabili? Come dimenticare il goffo tentativo di far passare per un intervento di riqualificazione un programma di cementificazione e di sottrazione di spazio verde alla città? Come non sorridere ripensando alle briciole, insufficienti persino alla sola messa in sicurezza del castello, con cui il progettista sperava di dare un contentino alla collettività? Ma soprattutto, come non indignarsi ancora una volta ripensando alle illegalità procedurali compiute dall’Amministrazione in relazione allo spostamento del vincolo cimiteriale al fine di “agevolare” l’iter di approvazione del progetto?
 
Banchetti informativi con vasta partecipazione di persone, una raccolta di firme che in tre giorni ha registrato oltre 400 adesioni, manifestazioni di partecipazione collettiva come la biciclettata del luglio dello scorso anno, oltre ai numerosi interventi formali prodotti nel corso dell’iter burocratico, sono stati gli strumenti con cui la città ha voluto difendere il proprio patrimonio.
 
Se dunque le numerose criticità segnalate dalle associazioni hanno contribuito alla bocciatura del progetto edilizio da parte delle autorità competenti (Conferenza dei Servizi del 24 aprile 2013), il nuovo atto del Ministero smentisce nella sostanza i pareri favorevoli dati da alcuni organi di valutazione dimostrando in modo palese quanto si è cercato con ogni mezzo di affermare: l’integrità del Castello Vecchio e dell’area verde circostante non sono barattabili con alcun interesse privato, essi rappresentano un bene di interesse storico e culturale che prescinde dal valore meramente economico dell’area e costituiscono un patrimonio comune dell’intera collettività.
 
Alla luce di questo nuovo atto l’apposizione del vincolo non può pertanto costituire un punto di arrivo ma solo una tappa, importantissima, di un percorso più lungo che dovrà condurre alla piena valorizzazione del sito nel reale interesse dei cittadini. Attendiamo con ansia l’impegno dell’amministrazione in tal senso, esortando chi governa questa città a mettere finalmente in atto tutte le misure necessarie a garantire una volta per tutte la reale tutela e valorizzazione di un sito così rilevante per la stessa città di Colleferro. Come associazioni garantiamo il nostro impegno per avviare un percorso di valorizzazione di tutta l’area del castello, promuovendo la ricerca di idee progettuali, delle risorse e delle competenze necessarie, anche nel contesto europeo, consapevoli del fatto che è necessario affermare nuove logiche di valorizzazione del patrimonio culturale, artistico, paesaggistico e ambientale del nostro territorio.
 
Colleferro, 20 settembre 2014
 

Il Decreto "Sblocca Italia" = "Annienta Italia"


COMUNICATO STAMPA
RAGGIO VERDE
RETUVASA
COMITATO RESIDENTI COLLEFERRO
 
PRIMI DURI COMMENTI SUL DECRETO-LEGGE “SBLOCCA” ANZI “ANNIENTA” ITALIA
 
 

Quattro giorni fa, il Governo Renzi ha adottato il decreto-legge n. 133, c.d. “Sblocca Italia”, che più propriamente andrebbe definito “Annienta-Italia”, ora all'esame del Parlamento per essere convertito in legge. Al momento ci occupiamo solo dell'art. 35, riservandoci di prendere posizione anche sugli articoli relativi alle bonifiche con il Coordinamento Nazionale Siti Contaminati di cui facciamo parte.
Il decreto-legge stabilisce che: a) gli inceneritori diventano “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”; b) sarà il Governo a decidere entro 90 giorni gli impianti esistenti o da realizzare; c) negli impianti dovrà essere data priorità al trattamento dei rifiuti urbani prodotti nel territorio nazionale e, a saturazione del carico termico, ai rifiuti speciali non pericolosi o pericolosi a solo rischio sanitario (esauriti tali rifiuti, dunque, anche quelli pericolosi potranno essere “trattati”?); d) tutti i termini per le procedure amministrative (espropriazione e AIA) sono ridotti della metà! 

 

Il combinato disposto del citato art. 35 con l'art. 14 del c.d. decreto competitività (che conferisce poteri speciali al Governatore della regione Lazio Zingaretti ed al Sindaco di Roma, Marino) si tradurrà, sul piano normativo, in un attacco senza precedenti nei confronti delle comunità e dei territori.
 
Per giustificare la propria scelta, il Governo Renzi scrive che gli inceneritori servono per: attuare un sistema integrato e moderno di gestione dei rifiuti; superare le procedure di infrazione europee; concorrere allo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio e che “costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell'ambiente” ! ! !
 
Riteniamo che la misura governativa serva unicamente a “sbloccare” procedure amministrative spesso affette da gravi vizi procedurali ed illegittimità e a favorire gli interessi di chi tali procedure ha avviato, a svantaggio di chi si troverà a vivere vicino a queste “infrastrutture strategiche”, creando così un'evidente ingiustizia sociale in nome della sempre sbandierata “emergenza”.
 
Le motivazioni addotte per fare ciò si basano inoltre su presupposti completamente sbagliati e in contrasto con norme che il Governo ben dovrebbe conoscere.
Come si fa a definire gli inceneritori come un sistema moderno di gestione dei rifiuti, quando deve essere avviati a dismissione certa? Nell'ambito della gerarchia europea di gestione dei rifiuti, infatti, l'incenerimento è al penultimo posto. Come si fa ad affermare che, passando dall'ultimo al penultimo posto, verranno risolte le procedure d'infrazione?! 
E ancora, la raccolta differenziata è finalizzata al recupero di materia e non a quello di energia, nè il riciclaggio deve essere confuso con il recupero energetico! E infine, affermare che gli inceneritori fanno bene alla salute e all'ambiente è falso: è un insulto e una grave offesa verso le persone che hanno contratto malattie ricollegabili all'esposizione agli inceneritori, come documentato dalla vasta letteratura scientifica internazionale degli ultimi decenni (si veda, a livello nazionale, il documento elaborato dall'associazione degli oncologi italiani del 17.10.2011 oppure lo studio epidemiologico ERAS del DEP Lazio sull’impatto sanitario nei luoghi con presenza di inceneritori).
 
Ai parlamentari, che abbiamo eletto per rappresentare i nostri interessi, chiediamo di votare contro questo vergognoso articolo!
 
Se volete ristabilire un rapporto con il vostro elettorato e garantire ai cittadini quel necessario senso di tutela sociale continuamente disatteso, non convertite questo decreto in legge!!!
 
 
Regione Lazio, 17.09.2014
 
F.TO
Raggio Verde, Retuvasa, Comitato Residenti Colleferro

Mantova 19 e 20 settembre 2014, l'impatto sanitario delle attività a rischio e dei siti inquinati


INQUINAMENTO e SALUTE
L’impatto sanitario delle attività a rischio e dei siti inquinati
Mantova 19-20 settembre 2014
 
 

Si svolgerà a Mantova il prossimo 19 e 20 settembre la prima convention che intende fare il punto sugli studi relativi ai rischi per la salute dei cittadini che vivono vicino a zone fortemente inquinate e decidere gli strumenti per il futuro. La novità dell’incontro è rappresentata dal tavolo in cui si siederanno per la prima volta insieme studiosi, la politica, i rappresentati locali e i comitati dei cittadini che vivono nelle aree da bonificare. Raramente infatti i diversi portatori di interesse si sono ritrovati insieme per parlare dei rischi sanitari del gigantesco problema italiano delle bonifiche. In Italia sono centomila gli ettari di territorio avvelenato da rifiuti industriali di ogni tipo. 57 aree in cui vivono oltre 4,5 milioni di persone: sono queste le zone sparse per il nostro Paese in cui il passato industriale italiano ha lasciato in eredità terreni, falde e fiumi inquinati da sostanze altamente nocive per la salute dei cittadini. Queste aree vengono chiamate SIN, ovvero Siti di Interesse Nazionale, e per ognuno di questi sarebbe urgente procedere alla bonifica e alla messa in sicurezza del territorio. Nel 2013, grazie a un decreto ministeriale (e non a bonifiche effettuate), il numero dei SIN è sceso a 39, “declassando” ben 18 aree a siti di interesse regionale.

Contro il declassamento hanno fatto ricorso il comune di Ceccano e la Regione Lazio per il sito “Valle del fiume Sacco”, con intervento "ad adiuvandum" dell'associazione "Rete per la Tutela della Valle del Sacco ONLUS". Il Tar Lazio ha accolto le richieste e ha riportato il sito tra quelli di interesse nazionale. Legambiente ha presentato analogo ricorso per 4 siti da bonificare: il Litorale Domizio-Flegreo e Agro Aversano (terra dei fuochi), Pitelli a La Spezia, bacino del fiume Sacco e discariche in Provincia di Frosinone. Il problema è comunque noto a tutti, compresa la politica, ma le bonifiche non partono e i cittadini continuano a vivere vicino a potenziali bombe sanitarie. Il problema principale sono i soldi, perché risanare i terreni costa caro e non è sempre facile far pagare ai responsabili i costi della bonifica. Secondo alcune stime recenti il giro d’affari complessivo del risanamento ambientale in Italia si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Ma siamo in ritardo anche sulle caratterizzazioni delle aree e sugli studi relativi all’impatto che ciascuno di questi siti ha sulla salute dei cittadini. Secondo i dati dei comuni che fanno parte della Rete SIN, sugli attuali 39 siti di interesse nazionale l’80% delle aree inquinate sono state indagate, ma solo per il 30% si è provveduto alla messa in sicurezza e le bonifiche approvate dal ministero, ma non tutte realizzate, sono solo il 35%.

Per questi motivi Mantova ospiterà la convention nazionale della rete SIN, insieme a numerose altre sigle tra cui la rete dei comuni SIN, i medici di ISDE e il coordinamento nazionale dei comitati dei siti inquinati. Il messaggio principale che verrà lanciato dalla convention è la richiesta di adottare la Valutazione di Impatto Sanitario (VIS), come ci chiede l’Europa, e che si elaborino al più presto le linee guida per la valutazione dei danni sanitari sulla scorta del decreto ministeriale del 24 aprile 2014. Si chiederà inoltre che a questi lavori sia allargata la partecipazione a tutti gli interessati, compresi i cittadini, così come ci viene chiesto dall’Unione Europea.

La VIS è un mezzo per valutare l’impatto sulla salute dei vari settori d’intervento. Una combinazione di procedure, metodi e strumenti con i quali si possono prevedere i potenziali effetti di una politica, un programma, o un piano di interventi, sulla salute della popolazione. La VIS è già in vigore negli USA, India e Cina. In Europa in Bulgaria, Repubblica CECA, Lituania, Slovacchia. In Italia viene applicata solo su base volontaria da alcune Amministrazioni, come in Inghilterra, Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia.

Secondo Edoardo Bai, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia e uno tra gli organizzatori della convention: “Il convegno vuol essere un’occasione di studio delle esperienze italiane di valutazione del danno alla salute causato dalle attività industriali e dalla presenza di siti inquinati. Perciò abbiamo invitato chi ha elaborato queste esperienze dal punto di vista scientifico, con lo scopo di metterle a confronto con i sindaci delle aree inquinate, con le associazioni ambientaliste e con i comitati locali che si battono contro l'inquinamento. Crediamo che un’esperienza di questo genere sia del tutto nuova, e che il dibattito contribuirà a elaborare suggerimenti ed idee da offrire alla Autority. Queste modalità di dibattere sugli effetti dell'inquinamento del resto sono fortemente raccomandate dalle direttive europee, ma purtroppo il nostro paese non dà molto peso alla partecipazione. Il nostro scopo è anche quello di creare un forte gruppo di pressione che inviti il governo a elaborare, con metodo partecipativo, le linee guida tecniche per la valutazione dei danni alla salute dei grandi impianti e dei SIN. Finora le opinioni sul tema sono le più disparate e con opposte conclusioni: è necessario che si intervenga con una norma che faccia chiarezza sul problema e indichi gli interventi necessari e obbligatori per eliminare o attenuare gli impatti”.

Secondo il Rapporto Sentieri, stilato dall’Associazione Italiana Registro Tumori, in 44 comuni che ospitano un SIN, è accertato un eccesso di mortalità per tumore con 4000 casi in più, e fra questi in 27 si ha un aumento della mortalità generale con 10.000 casi in più. Lo studio contenuto in “Sentieri” non dimostra un rapporto causa effetto con le zone inquinate, però il dato è suggestivo e sarà tema di discussione durante il convegno.

A Mantova saranno presenti, tra gli altri, anche l’Università La Sapienza, che illustrerà il Rapporto Sentieri, ed ENEA che ha verificato il trend storico delle cause di morte nel comune di Mantova.

Inoltre verranno illustrate numerose esperienze di valutazione dei danni. Come ad esempio quella realizzata nella Valle del Sacco dove sono stati misurati i livelli di un contaminante (il betaesacloro-cicloesano) del fiume nel sangue della popolazione residente nei dintorni del corso d’acqua. In particolare sono stati misurati valori di β-HCH più elevati in coloro che risiedono in prossimità (entro un km) del fiume Sacco, con valori più che doppi rispetto ai cittadini che vivono nelle aree più lontane. Un secondo esempio positivo è rappresentato dallo studio sulla centrale a carbone di Savona, fatto in occasione della perizia sulla Tirreno Power. Qui è stata eseguita una mappatura delle ricadute degli inquinanti e si è analizzata l’incidenza di alcune malattie nella zona mappata. Si è dimostrato un aumento statisticamente significativo dei ricoveri dei bambini per patologie respiratorie, in particolare asma e un aumento sempre significativo, di malattie cardiovascolari e polmonari, in particolare del cancro al polmone. Alla convention ci sarà spazio anche per presentare il cattivo esempio della Terra dei Fuochi dove lo screening sanitario è stato effettuato senza alcun coinvolgimento della popolazione, e anzi il sito, noto come uno dei più inquinati della nazione, è stato declassato a sito di interesse regionale.

Il convegno si svolgerà a Mantova il 19 e 20 settembre nell’aula magna della Conferenza vescovile, in via Cairoli 20.
 
Per informazioni:
www.legambiente.lombardia.it
www.retuvasa.org
 

Rifiuti a Colleferro, stop alla tritovagliatura: lo scenario tecnico-economico.


Comunicato Stampa
Rete per la Tutela della Valle del Sacco
Comitato Residenti Colleferro
Raggio Verde
 
 
Colleferro, applicata l’ordinanza del Tar Lazio sui rifiuti in discarica: lo scenario tecnico-economico.
 

 
Apprendiamo dall’agenzia di stampa DIRE, articolo di Marco Tribuzi, notizie in merito agli effetti dell’ordinanza del TAR del Lazio ottenuta a seguito dell’impugnazione proposta dalle associazioni Rete per la Tutela della Valle del Sacco, Raggio Verde e Comitato Residenti Colleferro, avverso l’ordinanza contingibile ed urgente emessa dalla Regione Lazio, che consentiva alla società Lazio ambiente SpA, ad intera partecipazione pubblica regionale, di abbancare in discarica il sopravaglio secco derivante dalla tritovagliatura dei RSU senza alcun trattamento, per una pretesa incapienza di TMB regionali, che in giudizio la Regione non è riuscita a documentare in alcun modo.
 
Il TAR sul punto ha dunque fatto presente che non sussistono i presupposti dell’emissione dell’ordinanza contingibile ed urgente e ha sostanzialmente “diffidato” la Regione Lazio dall’ effettuare una proroga oltre il 10 settembre.
 
Il risultato conseguito tramite l’iniziativa giudiziaria portata avanti dalle nostre associazioni è innanzitutto la mancata proroga dell’ordinanza contingibile ed urgente da parte della Regione Lazio. Dall’agenzia DIRE si viene a conoscenza di ulteriori particolari di cui forniamo una nostra lettura.
 
Viene infatti riferito di una riunione in Regione tra Lazio Ambiente SpA e i rappresentanti dei 29 Comuni afferenti alla discarica di Colleferro, che avrebbe portato ad una soluzione rispettosa dell’ ordinanza del Tar, da considerare provvisoria, in attesa dell’autorizzazione dell’impianto di TMB previsto. I rifiuti verrebbero portati in discarica e in loco trasferiti in TIR di maggiore capienza per essere indirizzati presso il TMB di Rida Ambiente ad Aprilia. La soluzione sembrerebbe provvisoria, per i prossimi 5 mesi. L’incapacità di programmazione produrrà un aumento dei costi a tonnellata di rifiuto, che sarà “coperto” dalla Regione Lazio, altrimenti a carico percentuale dei 29 Comuni conferitori che, a loro volta, avrebbero dovuto trasferirli in tassa a carico dei cittadini.
 
Altri stanziamenti pubblici per finanziare un costoso e perverso ciclo dei rifiuti, quando sarebbe sufficiente adottare politiche di prevenzione dei rifiuti e di incremento di raccolta differenziata per diminuire alla fonte, preliminarmente, i quantitativi da smaltire.  
Invece solo pochi Comuni conferitori alla discarica di Colle Fagiolara hanno avviato seriamente la raccolta differenziata.   
 
Dubitiamo anche sui tempi “provvisori” di tale soluzione, presumibilmente incompatibili con l’iter amministrativo, in quanto deve ancora essere convocata la Conferenza di Servizi per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dell'impianto TMB.
Sul TMB riteniamo che esso non sia necessario, alla luce anche delle obiezioni della Provincia di Roma in sede di Conferenza di Servizi per la Valutazione di Impatto Ambientale, dove si palesò  l’inopportunità di un impianto da 125.000 tonnellate/anno, quantitativi decrescenti rispetto all’incremento graduale della Raccolta Differenziata; questione che si riproporrà in sede di AIA.
A questo punto è logico l’investimento previsto dal piano economico di realizzazione proposto all’atto della presentazione del progetto, nel 2010? Chi, come, da dove proverranno i 26 milioni di euro necessari?
 
Tornando ai costi economici a breve termine di cui si farà carico la Regione Lazio si possono stimare in 150.000 euro al mese. Ciò deriva dalla differenza di costo tra il conferimento in discarica a Colleferro e l’impianto di TMB di Aprilia, 18 euro a tonnellata, tenendo come riferimento la produzione di rifiuto indifferenziato dei 29 Comuni nel 2013 che è stata di circa 100.000 tonnellate.   
Trattasi sicuramente di una “bella” cifra che si dovrà prelevare presumibilmente dal capitolo delle emergenze, quando la sola palese emergenza è la mancanza programmatica di una delle società della Regione Lazio, conscia di dover affrontare questo tipo di problema e attendista fino all’ultimo momento nel comunicare che i costi sarebbero lievitati, ma propositrice per la risoluzione del problema riguardante il trasporto dei rifiuti, senza un bando di gara. Tenendo conto che i quadri alti della Società costano circa 800.000 euro l’anno e le consulenze per il 2014 circa 400.000 euro, ci si sarebbe dovuto aspettare una visione gestionale di migliore qualità.
 
E non finisce qui: ai costi non corrisponde un servizio, ma una inefficienza dell’apparato amministrativo regionale.  Si deve inoltre considerare che per il meccanismo perverso del ristoro ambientale, il Comune di Colleferro si troverà con un nuovo “buco” di bilancio per il mancato introito derivante dai conferimenti in discarica, a parte quello derivante dagli scarti post trattamento del TMB di Aprilia, che dovranno tornare a Colleferro.
Sul “buco” di bilancio del Comune di Colleferro cosa farà la Regione Lazio? Andrà nuovamente in soccorso, come già avvenuto qualche mese fa, e fornirà copertura economica?
Abbiamo condannato allora questo uso dissennato di risorse pubbliche, oggi sarebbe ancor più scandaloso!
 
L’amministrazione comunale di Colleferro continua a dichiarare che i rifiuti di Roma non verranno mai da noi: ciò è erroneo alla radice, perché i rifiuti di Roma sono SEMPRE giunti a Colleferro sotto forma di CDR per essere bruciati negli inceneritori locali.
Oggi, a differenza degli anni passati, ci troviamo nella “seconda fase” e cioè che i rifiuti di Colleferro e degli altri 28 Comuni, mentre prima creavano danno ambientale con la discarica, ora torneranno a Colleferro per essere bruciati come CDR, per avvelenare la  nostra aria e quella delle comunità limitrofe, mentre alcuni Comuni continuano, nella gestione, a non ottemperare al principio della gerarchia dei rifiuti di derivazione comunitaria, esponendo l'Italia a nuove procedure d'infrazione. Sarebbe il caso di andare a controllare quanto ci è costata tale mancanza nel Lazio e capire chi se ne deve assumere la responsabilità erariale.
 
 
Colleferro, 8 settembre 2014
 

Valle del Sacco, il Ministero dell'Ambiente boccia Arpa Lazio per la sub-perimetrazione del SIN


COMUNICATO STAMPA
RETE PER LA TUTELA DELLA VALLE DEL SACCO

L’inquietante sub-perimetrazione del  SIN “Bacino del Fiume Sacco” da parte di Arpa Lazio, Regione Lazio e Ministero dell’Ambiente
 

Come si legge sulla stampa, il Ministero dell’Ambiente ha deliberato di sospendere l’erogazione dell’ultima tranche del finanziamento relativo alla sub-perimentrazione del Sito di Interesse Nazionale “Bacino del fiume Sacco” (pari a 300.000 euro, per un importo complessivo di un milione e mezzo di euro). Per tale sub-perimetrazione il Ministero aveva stipulato apposita Convenzione con Regione Lazio e Arpa Lazio il 31.10.2008. Il Ministero ha verificato una rispondenza dell’utilizzo dei fondi agli scopi dell’intervento al momento non giustificata per alcune voci, un’individuazione superficiale dei siti potenzialmente inquinati e di conseguenza un’insoddisfacente attività di caratterizzazione. In particolare, ci eravamo chiesti in passato come mai la sezione di Arpa Frosinone si fosse concentrata sulle discariche più che sui siti industriali dismessi, pertinenti a un SIN; i rilievi dell’ente governativo sembrano confermare quanto il nostro dubbio fosse legittimo. Il fatto, gravissimo, induce a due ordini di riflessione.

Il primo riguarda Arpa Frosinone. Tale intervento è stato eseguito prima dell’entrata in carica del nuovo direttore provinciale, che ci sembra stia validamente gestendo una sezione che potrebbe definirsi “bollente”, continuamente alla ribalta della cronaca, anche giudiziaria, per le sue inadempienze e irregolarità, il cui delicato rinnovamento interno stenta a decollare. C’è quindi da augurarsi che il fatto in questione costituisca un motivo di accelerazione del circolo virtuoso.

Il secondo ordine di riflessione riguarda lo stesso Ministero e tutto il sistema. È in causa non l’area di competenza dell’ex Ufficio Commissariale, ma l’intero enorme SIN “Bacino del fiume Sacco”, in passato, e ora nuovamente, di diretta competenza ministeriale. Ci chiediamo se il Ministero, che pare negli ultimi mesi stia meritoriamente vigilando sui costi e gli esiti dell’intervento (e la Regione Lazio, da cui Arpa dipende, lo ha fatto?), abbia attivato fin dall’inizio le dovute verifiche relativamente ai lavori affidati in convenzione ai tecnici dell’Arpa. Magari con maggiore lucidità rispetto alla redazione del Decreto 11 gennaio 2013 che aveva portato al declassamento del SIN “Bacino del fiume Sacco”, bollato un mese fa dal TAR come giuridicamente “erroneo in radice”; per il relativo ricorso promosso dalla Regione Lazio la nostra associazione è intervenuta ad adiuvandum.

Trascorsi quasi 6 anni dalla data della stipula della Convenzione per la sub-perimetrazione del SIN “Bacino del fiume Sacco”, i cittadini della Valle inquinata, a detta dello stesso Ministero dell’Ambiente, dispongono di un’individuazione dei siti potenzialmente inquinati di origine industriale insufficiente e inadeguata. La bonifica non sembra realizzarsi da una parte per inefficienza, dall’altra, forse, per il desiderio di lucrarvi da parte di qualcuno. Le cose cambieranno se tutti gli enti preposti, Ministero, Regione Lazio, Arpa Lazio, opereranno con lucidità e secondo coscienza.

Attendiamo prontezza da tutti i suddetti enti nel porre le condizioni di una nuova ed efficiente sub-perimetrazione. E che le responsabilità delle inadempienze pregresse siano individuate e sanzionate. Noi faremo la nostra parte per denunciarle.

 
Valle del Sacco, 19.08.14
 

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